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La crisi del Pd e il futuro dei riformisti

Carlo Fusaro venerdì 7 dicembre 2018
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di Carlo Fusaro

 

A caldissimo mi pare che il ragionamento possa esser questo: il Pd sta alla fine esplodendo; Renzi 2013 fu davvero l’ultimo tentativo di salvare il progetto del 2007. E’ andato alla grande fino al 2016, quando è stato messo in crisi e sconfitto (le ragioni sono state discusse mille volte, le lascio a parte: è un fatto).

Il Pd è tornato ad essere quello che non era stato in grado – nel 2013 appunto – di votare compatto Prodi Presidente. Scrissi allora e lo confermo: questo non è più (se mai è stato) un partito politico.

Finita la parentesi renziana e impostasi nel 2018 la maggioranza truffa dei due finti opposti populismi, messa da parte (speriamo non archiviata) la fase maggioritaria, molti ritengono che l’ambiguità di un partito dalle anime troppo diverse non possa continuare. E che si raccolgano più voti con un Pd paracorbyniano che prova a fare il pieno fra coloro che a torto o a ragione si considerano disagiati e si sentono di sinistra-sinistra, e un Nuovo soggetto di centro-sinistra riformista che possa partecipare con qualche successo alla divisione delle spoglie di quella parte del centro-destra indisponibile al sovranismo iperpopulista e reazionario della Lega di Salvini (oltre che – beninteso – della parte più consistente dei riformisti oggi nel Pd).

Invece di un’opposizione al 18%-20% si potrebbe averne due che sommate insieme sfiorino il 30% (questo l’obiettivo). Se poi il Nsrr (Nuovo soggetto riformista renziano) sfonda, meglio. Più probabilmente continua in condizioni migliori alla resistenza in attesa delle future politiche.

Sperando, beninteso, che anche gli elettori si convincano che politiche rispettose dei vincoli di bilancio (e soprattutto quelle derivanti dalla necessità di ridurre progressivamente il debito) non hanno alternativa; e che l’Europa è il nostro vero destino nazionale, dove spendere la nostra comunque debole sovranità per costruirne una UE in grado di sfidare Cina, Russia, Usa finché governano i Trump.

Tutto ciò in un paese che non fa figli, che in questa fase non vuole più immigrati, che ha troppe piccole imprese (e dunque pochi investimenti e produttività che non cresce), spende già troppo di pensioni e poco per famiglie e formazione.

Già professore ordinario di Diritto elettorale e parlamentare
nell’Università di Firenze e già direttore del Dipartimento di diritto
pubblico. Ha insegnato nell’Università di Pisa ed è stato “visiting
professor” presso le università di Brema, Hiroshima e University College
London. Presidente di Intercultura ONLUS dal 2004 al 2007, trustee di
AFS IP dal 2007 al 2013; presidente della corte costituzionale di San
Marino dal 2014 al 2016; deputato al Parlamento italiano per il Partito
repubblicano (1983-1984).

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