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di Umberto Minopoli

 

E ora? La rinuncia di Minniti non è una banalità. Spero che tutto il Pd ne sia convinto. E che si muova di conseguenza.

Le motivazioni che Marco adduce per il suo abbandono sono, esattamente, quelle per cui molti di noi avevano salutato la sua discesa in campo: la sua storia unitaria, la maturità, la caratterizzazione come uomo di governo e non di corrente, la caratura “statale” del suo profilo.

 

La scelta di Minniti

Tutti interpreteranno la scelta di Marco con una mancata assicurazione di Renzi “sull’eternità del Pd come casa di riferimento”; quello che volgarmente, ma molto volgarmente, si chiama scissione.

Su questo punto l’ipocrisia è tanta. Ma proprio tanta. Fino a qualche settimana fa tutti, letteralmente tutti, nel Pd parlavano della necessità di “andare oltre il Pd”. Specie alle europee. Dove, ancora più netta che in Italia, e’ evidente la necessità di opporre al sovranismo minaccioso uno schieramento europeista non ristretto al campo socialista ma che tenga insieme socialisti, liberali, popolari e Verdi. Che, sfugge ai dirigenti del Pd, sono la maggioranza ancora in Europa. Da difendere e a cui collegarsi.

Invece ci sono dirigenti svitati nel Pd che pensano si debba dialogare con Corbyn (che in Europa non c’è) invece di fare liste con Macron (che in Europa c’è). Delirio.

Fino a qualche settimana fa l’idea di “andare oltre il Pd”, intanto per le liste europee, era la ipotesi di tutti nel Pd. Ricordate? Calenda aveva motivato così, addirittura, la sua scelta di iscriversi al Pd: fare il “fronte repubblicano”. Ma dopo di lui tutti i dirigenti del Pd (da Orfini allo stesso Zingaretti) avevano parlato di superamento del Pd per costruire un contenitore dell’alternativa ai populisti. Intanto alle europee. Se lo sono rimangiato? Torniamo a fare del debole Pd attuale l’inizio e la fine di tutto? Pensate che è questo ciò di cui l’alternativa ai populisti ha bisogno? Non di allargare il fronte (a tutti coloro che vogliono opporsi ai populisti) ma di restringerlo? Errore mortale.

 

Andare oltre il Pd

Andare “oltre il Pd” sarebbe la vera, coraggiosa, generosa, strategica proposta per sconvolgere le certezze vacillanti dei populisti. E cominciare a costruire l’alternativa.

Perché definire questo importante e vitale progetto una scissione? E’ il contrario. E’ una prospettiva di aggregazione. Va “oltre il Pd” certo. Ma per allargare il campo dell’opposizione. Non per restringerlo.

Perché chiedere a qualcuno (Renzi ma chiunque altro) patenti (ridicolo) di fedeltà eterna al Pd se, invece, è all’ordine del giorno, per l’alternativa ai populisti, “andare oltre il Pd”? Non sarà che i dirigenti del Pd non credono affatto all’alternativa ai “populismi” (entrambi)? Non sarà che pensano che il futuro del Pd non sia quello di superarsi in un fronte più ampio e nuovo, unitario e competitivo superando le vecchie, presunte identità? Che cosa distingue oggi un riformista europeista che sta nel Pd da altri che stanno in altri partiti europeisti e di opposizione ai populisti? Che senso ha fare del Pd un feticcio eterno cui giurare fedeltà? Non si rendono conto che è così, esattamente così, che lo riducono ad una bad company, inutile e priva di interesse? Ma scuotetevi un po’!

 

La società che si oppone ai populismi

Dopo solo 6 mesi di governo il contratto tra i populisti fa acqua, questi si rimangiano tutto, devono rinnegare le loro idiote promesse, i segni di ribellione sociale si moltiplicano, le imprese, gli artigiani, i territori produttivi vanno in piazza (con la sola “brillante” eccezione dei dormienti sindacati, ahimè), l’elettorato dei populisti vacilla, il Nord economico e produttivo è in rivolta, la gente si autoconvoca contro il governo.

E il Pd che fa? Si terrorizza dei “comitati civici” (che sono unitari, determinati contro il governo e non una corrente del Pd), invece che sollecitarli, trascura le piazze autoconvocate di Torino, Roma e altre, è silente sulle proteste delle imprese, di Confindustria, del Nord produttivo. Insomma ha paura della società che si muove. Vive col perenne fantasma di Renzi. Si mostra chiuso e tremebondo. Vede dappertutto non il malessere della società verso i populisti, ma la sciocca e meschina paura della scissione. Da far cadere le braccia.

Minniti ha ragione sul punto chiave: questo congresso del Pd -introverso, divisivo, correntizio, anonimo – è non solo inutile ma, tragicamente, dannoso. Sarebbe intelligente rinviarlo. A dopo le europee. E intanto gettarsi, senza imbarazzi, nella società che si scuote e nell’opposizione ai populismi.

Presidente dell’Associazione Italiana Nucleare. Ha lavorato nel Gruppo Finmeccanica e in Ansaldo nucleare. Capo della Segreteria Tecnica del Ministro delle Attività Produttive tra il 1996 e il 1999. Capo della Segreteria Tecnica del Ministro dei Trasporti dal 1999 al 2001. Consigliere del Ministro dello Sviluppo Economico per le politiche industriali tra il 2006 e il 2009.

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1 Commenti

  1. silvio rezzano giovedì 6 dicembre 2018

    D’accordo al 100%

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