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Dopo la sconfitta referendaria, la rimozione della riforma istituzionale

In Italia, la sconfitta subita dai riformisti nel referendum costituzionale del dicembre 2016 ha vanificato lo sforzo di riforma messo in atto nel corso della 17^ legislatura, ma non ha mitigato la crisi delle istituzioni repubblicane. Una crisi che tende (se possibile) ad aggravarsi, sia per la loro intrinseca debolezza ed incoerenza, sia per i colpi che vengono loro inferti da forze politiche che intendono cambiarle profondamente attraverso “non una revisione della Costituzione, ma piuttosto una azione politica anticostituzionale” (Frosini).

Molti, a sinistra, sembrano accettare – o addirittura preferire – che il tema della crisi dello Stato e della debolezza delle istituzioni venga tolto dall’ordine del giorno: troppi tentativi frustrati, troppo forti le resistenze conservatrici. Troppa la distanza tra le preoccupazioni e le aspettative dei cittadini e l’apparente astrattezza della riforma.

Sarebbe un errore esiziale: per il Paese, innanzitutto, che non potrebbe partecipare da protagonista alla costruzione della nuova sovranità europea. E per i riformisti, il cui ambizioso progetto di cambiamento può realizzarsi soltanto in presenza di istituzioni democratiche dotate di  forte legittimazione popolare e di effettiva capacità di decidere; e di una società nella quale fioriscano autonome “organizzazioni” del pluralismo sociale, culturale ed economico, ciascuna nel rapporto con le altre e tutte impegnate nel discorso pubblico con le istituzioni repubblicane.

 

Il semi-presidenzialismo per la legittimazione diretta del Governo

Il primo nodo da sciogliere è quello di una forma di legittimazione diretta del Governo, che la riforma costituzionale respinta il 4 dicembre 2016 proponeva di risolvere per via elettorale e attraverso la limitazione del rapporto fiduciario alla sola Camera. L’esperienza della nuova legislatura dimostra, se ce ne era bisogno, che senza una chiara e diretta scelta da parte degli elettori la formazione dei governi risulta sempre più difficile: si è giunti addirittura ad un Presidente del Consiglio scelto per attuare un programma che altri, in sua perfetta assenza, hanno elaborato e sottoscritto davanti ad un notaio.

I fallimenti incontrati e la presente degenerazione suggeriscono di modificare l’asse della proposta di forma di governo: gli stessi obiettivi perseguiti attraverso il modello di forma di governo parlamentare efficiente, potrebbero essere raggiunti – con un consenso più ampio – attraverso l’adozione integrale del modello semi-presidenziale francese (costituzionale ed elettorale).

La democrazia rappresentativa decidente di cui c’è bisogno nascerebbe così da una ordinata riforma delle istituzioni fondamentali della Repubblica. L’inflazione di referendum proposta dai nazionalpopulisti come concreta traduzione della loro spinta alla democrazia diretta dimostra che essi sono consapevoli del problema, ma orientati ad aggirarlo con soluzioni che sfasciano l’assetto costituzionale liberal – democratico senza garantire alcuna coerenza di indirizzo politico – programmatico di medio e lungo periodo. Una soluzione che annega nella affannosa ricerca del consenso nel presente sia l’esigenza di legittimazione democratica, sia la domanda di efficienza delle istituzioni repubblicane.

Nel nuovo contesto semi-presidenziale, sarà più facile sciogliere il nodo del rapporto conflittuale centro-periferia, per ora affidato alla mediazione (anche politica) di un organo di controllo come la Corte Costituzionale. Un’altra offesa all’equilibrio di una autentica democrazia liberale. Il nucleo della soluzione è certamente rappresentato da una seconda Camera senza rapporto fiduciario, espressione delle Autonomie Regionali e Locali.

 

Le organizzazioni autonome della società

Oltre quella delle pubbliche istituzioni, c’è una “seconda gamba” che consente alla democrazia di essere viva ed efficiente: è quella delle autonome (dallo Stato) “organizzazioni”, attive nella società sul piano civile, culturale, religioso, solidaristico, ecc. I riformisti hanno bisogno che funzionino meglio ambedue queste gambe della democrazia. E non sempre se ne sono mostrati consapevoli. La fuorviante diatriba tra riformismo “dall’alto” e riformismo “dal basso”, che anima le discussioni interne ai partiti di sinistra dopo le sconfitte elettorali, è figlia di questo deficit: il limite maggiore di molte delle riforme realizzate in Italia nella 17^ legislatura è proprio quello di non aver quasi mai sollecitato una espansione della democrazia organizzata nella società, una mobilitazione di quanti, tra i cittadini, avrebbero potuto giovarsi delle riforme stesse per accrescere la loro “padronanza” sulla realtà civile, economica e culturale in cui erano e sono immersi. Di più: è probabile che i riformisti non si siano neppure proposti il problema, riducendo così la forza della loro strategia di cambiamento e la fiducia diffusa sulla possibilità di conseguire nuovi traguardi.

Un limite che ha trovato la sua massima espressione nella vita di quella particolare “organizzazione” della società che è il partito.

 

Il Partito democratico: strategie, risorse e organizzazione

Nonostante il nome, il PD – il partito dei riformisti italiani – è un partito assai poco democratico, perché non si è proposto di attingere strategicamente alla risorsa democratica, di darle “organizzazione”. È vero che l’utilizzo di questa risorsa è stato intenso – per certi versi, costituente- nella fase della nascita del partito stesso, con la scelta del leader nazionale – sulla base di regole che rendono la leadership effettivamente contendibile -, affidata a milioni di elettori più attivi. Non casualmente, però, ci si è fermati a quello stadio: un po’ perché l’ambito di applicazione della risorsa democratica restava così prevalentemente riferito alle istituzioni (il Segretario nazionale è anche il candidato premier del partito).

Il partito, del resto, è anche tramite tra società e istituzioni, e attraverso quella scelta il PD traduceva in regola statutaria una delle esigenze principali della democrazia rappresentativa: disporre di partiti a vocazione maggioritaria, che garantiscono agli elettori la possibilità di scegliere la rappresentanza e decidere, contemporaneamente, sul governo.

A far sì che il PD non procedesse oltre nel ricorso alla risorsa democratica fu soprattutto il fatto che, grazie a quella limitazione, si impediva alla risorsa democratica stessa di diventare davvero pervasiva, minacciando equilibri interni consolidatisi negli anni, al centro e in periferia. In particolare, mettendo in discussione il mantenimento del controllo del partito nelle mani delle “correnti”, tanto deboli perché prive di fondamenta distintive sul terreno ideale e programmatico, quanto efficaci nel controllo delle risorse interne e nell’esercizio del potere di nomina.

Emblematico di questo approccio autocastrante è il tema del rapporto partito-web. “Il PD deve essere il primo nel web”: questa è l’indicazione prevalente tra i dirigenti del PD, quando affrontano il tema della organizzazione del partito. Ma il web non è la nuova organizzazione della democrazia. E’ una nuova, straordinaria risorsa che le organizzazioni hanno a disposizione innanzitutto per strutturare se stesse, come soggetti capaci di iniziativa politica partecipata, condivisa, diffusa. E poi per comunicare, informare, fare propaganda.

Pensare di organizzare un partito prescindendo da questa risorsa è insensato. Ma lo è almeno altrettanto pensare che “stare sul web” e primeggiarvi esaurisca le risposte alla domanda “come vogliamo organizzarci?”.

Il mancato utilizzo degli elenchi degli elettori delle “primarie” per metterli in rete e strutturare su quella base un partito del tutto nuovo, che faccia della partecipazione, dello scambio di esperienze, della elaborazione delle scelte programmatiche la linfa che alimenta la forza della leadership e della sua comunicazione, rappresenta uno sperpero di risorsa democratica senza precedenti e senza pari. La ripresa dei riformisti sarà impossibile, senza mettervi rapidamente fine.

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