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La dignità e il paternalismo del M5S

Marilu Tamborino venerdì 3 agosto 2018
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di Marilù Tamborino

 

Il primo provvedimento a Cinque Stelle ha voluto portare in dote la “dignità”, come se la “dignità” possa essere attribuita da una norma di legge o addirittura dal suo stesso titolo. Il nome del decreto, prima ancora dei suoi contenuti ed a prescindere da essi, si è fatto largo nella comunicazione mediatica, puntando direttamente ad ottenere il consenso degli italiani ed è certo che lo scopo è stato raggiunto, stando quanto meno alle analisi statistiche di questi giorni.

 

Carenze procedurali

Il decreto Dignità (non so se devo usare il maiuscolo ma il termine lo impone…) ha racchiuso interventi su materie differenti, senza che vi fossero i presupposti della necessità e dell’urgenza propri di un decreto-legge, ma il nome evocativo della dignità ha nascosto anche questo ovvero le carenze procedurali di un provvedimento legislativo che avrebbe dovuto essere presentato in parlamento, quale disegno di legge offerto dal Governo alla discussione delle Camere.

Probabilmente non vi sarà alcuna discussione ma il decreto verrà approvato sulla base di un voto di fiducia: la Dignità ha soppiantato il primato del Parlamento, in una democrazia parlamentare qual è la nostra.

Un decreto che reca “Dignità” ha, poi, la presunzione di diventare incontestabile e fa passare, in secondo piano, la portata e gli effetti delle proprie disposizioni: il dibattito delle opposizioni e delle parti sociali pare venire da un altro pianeta, incomprensibile ai più anzi pare quasi strumentale a proteggere i “già degni” ovvero quelle categorie di italiani che un lavoro già ce l’hanno che loro offre dignità.

 

La dignità della persona

Basti cercare su internet e su wikipedia alla voce dignità troviamo che essa è collegata al lavoro ed ai diritti, con le bellissime parole di Papa Francesco (“le persone sono meno importanti delle cose che danno profitto a quelli che hanno il potere politico, sociale, economico. A che punto siamo arrivati? Al punto che non siamo consci di questa dignità della persona; questa dignità del lavoro … Dove non c’è lavoro manca la dignità.” – omelia a S. Marta del 1° maggio 2013) e di Rodotà sul diritto – o meglio sui diritti e la dignità (“se la persona non può essere separata dalla sua dignità neppure il diritto può prescinderne o abbandonarla”): legare dignità e lavoro e quindi, dignità e diritti fa parte della nostra cultura condivisa, certo, direi meglio, della nostro senso della morale, ma essa è anche politica? Ma se è politica, è anche diritto?

 

Un provvedimento paternalistico

Vi è stato chi si è chiesto se gli italiani avessero davvero desiderio di vedere riconosciuta la propria dignità; io mi chiedo ancor prima se non sia grave che un testo di legge possa essere intitolato alla “Dignità”: se cioè non sia grave avere infranto l’autonomia tra le sfere del diritto e della morale e tra politica e diritto, creando una norma sul lavoro (ed altro) che per via del suo titolo, si ponga come norma assoluta alla medesima stregua di una norma morale. Il percorso legislativo, per decreto, accentua il carattere verticistico e paternalistico del provvedimento, mentre la dignità andrebbe conquistata e non concessa per via normativa.

Come ho accennato sopra, diritto e morale assunti insieme nella parola “dignità”, quale rubrica di una legge, compromettono il pubblico dibattito, impedendo che possa svolgersi “orizzontalmente” nelle sedi parlamentari – ed aggiungerei – fornendo una versione paternalistica del diritto al lavoro.

 

No al moralismo

E’ vero, in questi anni, sono stati dati nomi ai provvedimenti legislativi, come il “Salva Italia” o la “Buona scuola” ma hanno solo aggettivato provvedimenti, provando a darvi qualità positive od evidenziandone gli obiettivi. Attribuire “dignità” ad un testo di legge vuol dire dare valore morale a quelle disposizioni, eliminando così distinzioni utili tra diritto e morale, facendo di quella politica una “Politica morale”.

Non è mio interesse soffermarmi sui contenuti del decreto; mio interesse è sottolineare come si stia perdendo anche con un solo titolo, quella separazione tra politica, diritto e morale cha ha costituito, finora, un presidio a difesa della democrazia liberale.

 

 

 

Avvocato pubblico, specialista in diritto ed economia delle comunità europee; collabora alla cattedra di Diritto del Mercato unico e della Concorrenza presso l’Università Statale di Milano. Fa parte della Presidenza di Libertà Eguale Milano. E’ responsabile per la Giustizia amministrativa PD Milano

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