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La riduzione dei parlamentari è un bene: i riformisti lo dicono da anni

Enrico Morando mercoledì 16 Settembre 2020
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di Enrico Morando

 

Ci sono semplici e buone ragioni per votare SÌ al referendum costituzionale del prossimo 20 settembre. “Quanto più è grande il numero dei componenti un’Assemblea -disse Luigi Einaudi nella seduta del 18 settembre 1946 della seconda sottocommissione della Commissione per la Costituzione-, tanto più essa diventa incapace ad attendere all’opera legislativa che le è demandata“.

C’è da ritenere che sia questo l’elementare dato di verità che ha suggerito a tutti gli organismi parlamentari che si sono occupati di riforma della seconda parte della Costituzione, di proporre la riduzione del numero degli eletti alla Camera e al Senato. Dalla Commissione Bozzi dei primi anni 80 del ‘900, fino alla riforma Renzi, passando per le Bicamerali De Mita-Iotti e D’Alema, tutti hanno avanzato proposte di riduzione, anche numericamente vicine a quella adottata dal Parlamento e ora sottoposta al giudizio degli elettori.

Del resto, nessuno dei sostenitori del NO ha provato a dimostrare che 945 eletti non siano troppi: è vero che la progressiva caduta di autorevolezza del Parlamento non trova nel numero eccessivo dei membri la sua principale causa. Ma è altrettanto vero che tutti coloro che si sono proposti sinceramente di ricostruire un accettabile grado di fiducia tra Parlamento e cittadini hanno sempre insistito per una significativa riduzione. Perché, ora che il Parlamento -pressoché all’unanimità- l’ha finalmente deliberata, proprio ora dovremmo invitare i cittadini a respingerla?

La risposta dei miei amici riformisti che hanno scelto il NO è univoca: non è un problema di testo, ma di contesto. Capisco, perché il contesto non è rassicurante. Anzi. Ma non condivido. In primo luogo, perché sto alla lettera del quesito e continuo a privilegiare il dato di fatto: 945 parlamentari sono troppi.

Ma se proprio si deve guardare al contesto, allora bisogna che il giro d’orizzonte sia completo. Così da mettere in evidenza, accanto alle pessime intenzioni dei proponenti originari della riforma -la delegittimazione progressiva della democrazia liberale rappresentativa, per far posto a “nuove“ forme di democrazia diretta-, anche i risultati ottenuti nel togliere dal tavolo delle riforme possibili quelle più pericolose. In particolare, la formalizzata proposta del Governo gialloverde di referendum popolari per decidere quale adottare tra la legge approvata dal Parlamento e quella -sullo stesso tema-, proposta dal “popolo“.

Si sarebbe dovuto e potuto cacciare nel dimenticatoio, oltre a questo tentativo di istituzionalizzare il conflitto tra “popolo“ e Parlamento, anche la riduzione del numero dei parlamentari? Non so se si potesse. Credo invece che si sarebbe trattato di un errore piuttosto serio: se i democratici riformisti negano l’evidenza che hanno sempre affermato (i parlamentari sono troppi ed è bene ridurli), solo perché ad affermarla sono anche i populisti, mettono a rischio il bene più prezioso che hanno, nella lotta contro i populisti: la credibilità.

C’è il rischio di dare fiato -con l’eventuale vittoria del SÌ- ad una nuova ondata di propaganda sguaiata dei populisti? “Non voglio più vedere Di Maio che festeggia su di un balcone le vittorie del populismo“, mi ha detto una signora qualche sera fa, in uno dei pochi dibattiti sul referendum cui sono stato chiamato a partecipare. Anch’io vedo questo rischio. Ma se c’è un SÌ riformista che si fa valere, penso che non sarà difficile neutralizzarlo (magari con l’aiuto dei risultati regionali, che certo Di Maio non potrà festeggiare).

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