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La svolta di Zingaretti e le opzioni che restano ai liberali

Marco Campione domenica 12 gennaio 2020
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di Marco Campione

 

Ho letto la conversazione di sabato tra Giannini (Repubblica) e Zingaretti e ho letto la lettura entusiastica che ne ha dato l’amico Minopoli su questo magazine. Lo dico con la franchezza che si deve agli amici: entusiasmo che a mio avviso meriterebbe miglior causa. Non è un caso, credo, che Minopoli ed io abbiamo fatto scelte diverse dopo aver condiviso un pezzo di strada insieme, quella che ci ha portati (anche se in momenti diversi: io nei primi anni, lui un annetto fa) a parlare al popolo della Stazione Leopolda.

 

L’incapacità di lasciarsi il passato alle spalle

Sia chiaro, non dissento da tutte le osservazioni di Minopoli. Per esempio concordo sul fatto che, per noi riformisti, il governo in questo momento rappresenti un male necessario, ma comunque un male. Ma a parte questo, io credo che una lettura troppo generosa (direi da tifoso) di quella conversazione impedisca di cogliere alcuni elementi di debolezza che invece mi sembrano evidenti. La leggi ed è subito 1990, sia nelle domande che nelle risposte: il campo largo, l’apertura alla società civile, «offrire un approdo a chi non ce l’ha», «ridare un nuovo orizzonte alla sinistra»… Sembra il congresso di fondazione del PDS…

E infatti la lettura di quella conversazione mi ha fatto tornare alla mente un aspetto della “svolta” di Occhetto che colpì molto il liceale cresciuto a pane e politica che ero allora. Si decideva di cambiare tutto, di svoltare appunto, ma contemporaneamente si passavano le notti a piangere e a convincere i compagni che sì, si stava cambiando nome e simbolo, ma questo non voleva dire che il PCI fosse “sbagliato”, non fosse “in salute”.

Mi colpiva. Perché il ragazzo tutto d’un pezzo (tutti i ragazzi lo sono) lo trovava incoerente, stonato, ipocrita. Questa ipocrisia sarebbe stata rappresentata plasticamente anche dal simbolo del PDS, una quercia sì, ma con il simbolo del PCI (non richiami, ma proprio il simbolo) ben visibile alle radici. Il futuro ha radici antiche, si diceva allora. Sono convinto che molti dei fallimenti di quella esperienza siano venuti proprio da questa incapacità di lasciarsi il passato alle spalle, perdendo ad esempio il treno del rapporto con gli elettori socialisti che la sinistra regalò in gran parte a Berlusconi. Anche se, adesso che sono cresciuto, penso non fosse una scelta ipocrita ma «solo», si fa per dire, inevitabile. La sinistra italiana ha una ossessione, l’unità, e quel dire «cambiamo, ma va tutto bene» era l’unico modo per provare a tenere tutti uniti. Non per niente ancora oggi si sente il bisogno di evocare la «straordinaria novità» di «una inedita unità».

 

Lo Statuto del Pd e il “barbaro” Renzi

Anche anni dopo, quando nacque il PD, ci fu chi aderì pensando che bastasse aggiungere un grano al rosario: PCI-PDS-DS… e PD. Anche quando nacque il PD tra i suoi dirigenti ci fu chi sperava di stare dentro l’ennesimo esempio di gattopardismo. Per fortuna però in quel caso c’era uno Statuto che cambiava tutto, perché conteneva in sè gli anticorpi del gattopardismo: coincidenza tra leadership e premiership, partito di iscritti ed elettori, primarie aperte, conferenze programmatiche annuali, circoli tematici…

E poi alcuni di questi anticorpi hanno generato il “barbaro” Renzi. A proposito, ho letto che la definizione sarebbe stata coniata in modo dispregiativo da D’Alema; a me sembra come quando un critico coniò “impressionismo” per denigrare quel movimento artistico, una definizione in realtà molto calzante che non a caso gli impressionisti si tennero stretta, perché li rappresentava nel profondo. Analogamente  Renzi è stato davvero un barbaro e come tale andava respinto.

 

In difesa della Ditta

Zingaretti dunque fa qualcosa di analogo a quanto fece l’apparato del PCI (del quale, guarda un po’ che coincidenza, faceva parte) dopo la Bolognina e chiacchierando con Giannini annuncia che fonda un nuovo partito, ma dieci righe sotto si affretta a precisare che il PD gode di ottima salute. Non si fanno processi alle intenzioni e aspettiamo i fatti, ma a me sembra che si stia di nuovo cercando di tenere tutto insieme; è tornato lo spettro della paura del confronto duro, della divisione aspra. Ma soprattutto a me sembra che si vogliano estirpare gli anticorpi per impedire che un altro barbaro (o, meglio ancora, una barbara) oggi o domani faccia di nuovo irruzione nella Ditta.

Sempre che la Consulta non ammetta il referendum di Salvini per il maggioritario a turno unico, non si può non tenere conto che andiamo verso un sistema proporzionale, ma allora va detto così. Ha ben scritto il Prof. Briguglia su Facebook: «lo scioglimento di un partito come il PD e la sua rifondazione avrebbero senso solo se il nuovo soggetto avesse come proprio programma e obiettivo una riforma radicale e chiara delle istituzioni per la società dei prossimi trent’anni», come peraltro è stato – aggiungo io – per la nascita del PD.

 

La svolta a sinistra e la vocazione minoritaria

Chiudo con un elemento a mio avviso condivisibile della conversazione con Repubblica di Zingaretti; quando dice esplicitamente che vuole rifondare e aggregare la sinistra; al di là del cambio del nome, così si abbandona l’idea stessa del PD come casa comune di tutto il “centrosinistra”, che no, non coincide con la sola sinistra. Legittimo, anzi, ha il pregio della chiarezza. E lo conferma con altri segnali, ad esempio annunciando che ha chiesto a Cuperlo la disponibilità a candidarsi nel collegio che fu di Gentiloni. Al di là dell’indiscusso valore intellettuale del prescelto, al di là del fatto che il PD è sicuro di vincere anche da solo (Gentiloni praticamente doppiò il secondo arrivato); al di là di tutto questo, è una conferma di come si vuole “svoltare”, ma è soprattutto un invito ai possibili alleati (Italia Viva, Più Europa e Azione) a distinguersi o comunque disimpegnarsi. Nel PD sono tutti d’accordo?

Se la scelta è ridurre il “centro” del centrosinistra a comparsa, domando e mi domando: gli elettori che si riconoscono in una visione liberale e democratica che faranno? Perché non basta dire “il centro non esiste”, soprattutto se stai approvando una legge proporzionale, dove lo sbarramento alto potrà semmai servire per accelerare la riaggregazione dei moderati.

 

Le strade del “centro”

A mio avviso a quell’elettorato (già oggi vale circa il 15%) possono accadere tre cose: si riaggrega con chi viene analogamente messo fuori dal centrodestra a trazione Salvini e Meloni; viene attratto da un centrodestra che si riorganizza (nei programmi e nella leadership) per attrarlo; sta a casa. Con le dovute cautele che questi paragoni obbligano ad avere, tre strade simili a quelle che si trovarono di fronte gli elettori del dissolvendo pentapartito al passaggio tra le cosiddette prima e seconda Repubblica. Chi mi legge sa che la mia preferenza va alla prima ipotesi, ma qui importa sottolineare che in tutti e tre i casi il timone delle scelte di questa fetta di elettorato il PD lo sta lasciando a Salvini e Meloni e questo lo trovo assurdo. Auspico che tutto noi “riformisti della diaspora” (come ironicamente ci definisco) riusciamo a trovarlo assurdo a prescindere dalle scelte che abbiamo fatto. Questa è l’inedita unità di cui avremmo bisogno.

 

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