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L’Arizona insegna: i democratici vincono al centro

Antonio Preiti mercoledì 21 novembre 2018
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di Antonio Preiti

 

 

Il mondo democratico e progressista non ha ancora trovato l’antidoto contro i populisti. Ma forse sì. Vediamo perché, a partire dalle elezioni americane, che danno indicazioni su ciò che funziona e ciò che non funziona nella polemica contro i populisti, anche in Italia.

 

La vittoria di Kyrsten Sinema

La notizia, arrivata dopo oltre una settimana dalle elezioni (perché si è reso necessario un riconteggio delle schede elettorali) è la vittoria dei Democratici nel Senato dell’Arizona, che assottiglia, per altro, il leggero vantaggio dei Repubblicani in quella camera. Ha vinto sul filo di lana Kyrsten Sinema, democratica di Tucson.

L’Arizona ha sempre visto prevalere i Repubblicani, anche perché è lo stato dello già stimatissimo John McCain, avversario di Obama nelle precedenti elezioni presidenziali. La notizia più clamorosa è che i democratici erano 30 anni che non vincevano il Senato in Arizona, perciò la vicenda è piuttosto interessante. E’ importante capire come sia stato possibile che si sia imposta, in uno stato del sud, tradizionalista, conservatore, una donna che, per altro, si dichiara bisessuale e perciò sembra in tutto e per tutto appartenere alla “nouvelle vague” democratica di questi mesi che punta molto sulle minoranze e sui diritti civili. Ma vedremo che Kyrsten Sinema ha usato altre armi.

Prima di scoprirle, facciamo qualche osservazione sulle elezioni americane. L’onda blu democratica si è vista meno di quanto ci si aspettasse. Certo hanno conquistato la Camera, ma alcune considerazioni rendono questo risultato meno esaltante di quel che appare.

 

Si può cantare vittoria “democratica”?

Nella storia americana le elezioni di metà mandato (presidenziale) sono sempre state vinte dal partito che si oppone al presidente. Solo in due casi sono state vinte dal partito del presidente, una volta con Roosevelt, e dobbiamo ritornare agli Anni ’40, e la seconda volta dopo l’attentato di New York l’11 settembre del 2001. Nel resto della storia americana le elezioni di midterm sono state sempre vinte dal partito dell’opposizione. Anche durante la presidenza Obama i Repubblicani hanno vinto (perdendo poi le presidenziali) e hanno strappato 63 seggi ai Democratici, mentre oggi i Democratici ne hanno conquistati 28. Perciò la vittoria dell’opposizione di oggi di per sé è una notizia, ma non è una novità.

Il dato anomalo di queste elezioni è che erano 50 anni, ed è un record, che non andava a votare un così elevato numero di persone nelle votazioni di midterm, che tradizionalmente sono meno coinvolgenti di quelle presidenziali. Questa volta è successo. Il fenomeno è quello della estrema polarizzazione della politica americana. Ognuno ha portato i suoi a votare come mai prima. Trump ha canalizzato i suoi elettori e i Democratici i loro. Perciò seggi strapieni. Solo che quando ognuno mobilita i suoi, vincono i Repubblicani. Un po’ quello che succedeva in Italia nella prima repubblica. Più cresceva il Partito Comunista, e più, come in uno specchio ingrandito, cresceva la Democrazia Cristiana. Sia nel 1948 sia negli Anni ’70 è avvenuto così. Per vincere bisogna conquistare un pezzo all’elettorato avversario. Ci riuscì perfettamente Bill Clinton, non a caso anche lui del sud e molto lontano fisicamente e politicamente, dalle aree più liberal del New England e della California.

 

Il ‘populismo democratico’ contro Trump

Prima di tornare a Kyrsten Sinema, è utile una digressione. Cosa fare dopo l’inaudita vittoria di Trump? si sono chiesti i Democratici. Un po’ perché il competitor di Hillary era il “socialista” Bernie Sanders; un po’ perché lo stesso Sanders poteva rappresentare il “populismo democratico” da contrapporre a quello repubblicano; un po’ perché l’estremismo di Trump, soprattutto verbale, creava una naturale polarizzazione opposta, la strada scelta è stata quella della sovraesposizione delle minoranze.

Il movimento “metoo“; la ribellione dei latini, colpiti al cuore dalla politica anti-immigrazione di Trump; un sostegno alle rivendicazioni dei nativi indiani contro l’ “occupazione” di Colombo; lo scandalo sessuale dello stesso Trump accusato di aver pagato il silenzio di una prostituta e, infine, la campagna campale contro la nomina di Brett Kavanagh alla Corte Suprema, perché accusato oggi da Christine Ford, di assalto sessuale dell’inizio degli Anni ’80, sono state le pietre miliari dell’opposizione a Trump. Questa politica ha raccolto tutto ciò che il mondo di Trump lasciava libero e disponibile, ma non è bastato.

Questa politica ha portato il commentatore del New York Times Bret Stephens, non perciò la Fox o altro media a favore di Trump, ma esattamente il giornale campione dei liberal anti-Trump e vessillo democratico da sempre, a scrivere che “intensity is not a strategy“; che “derision gets you nowhere” e che “Resistance (il nome che si sono dati i liberal democratici nella loro lotta senza quartiere a Trump) didn’t convert the unconverted“, cioè non convince i non già convinti. Altri aggiungono una constatazione ancora più semplice: è più forte per l’elettore medio indignarsi perché Donald Trump non rende pubblica la sua dichiarazione dei redditi (altra battaglia dei liberal) o constatare che con la riforma di Trump si trova a pagare meno tasse?

 

La ricetta della vittoria di Kyrsten Sinema

Arriviamo finalmente a Kyrsten Sinema. La signora democratica dell’Arizona ha fatto una campagna di tutt’altra natura.

Ha detto di volere collaborare con tutti, anche con i Repubblicani; ha fatto appello agli indipendenti e ai repubblicani più moderati; ha detto che sente il problema dell’immigrazione come problema da risolvere e si è detta favorevole a regole più restrittive. Ha detto di sostenere i veterani, e allo stesso tempo a sostenere la riforma sanitaria di Obama. Ha detto che l’audizione di Kavanagh è stata imbarazzante per le istituzioni e che entrambi le parti hanno sbagliato; ha ricordato che ha vissuto per tre anni in una stazione di benzina abbandonata senza acqua e energia elettrica perché suo padre aveva perso il lavoro, perciò l’economia al primo posto. Nel suo spot elettorale ha detto di sostenere gli imprenditori, mentre nelle immagini scorreva il volto di un cinese…

Questa campagna, molto terragna, attentissima al “common ground“, al senso comune che tiene insieme gli Americani, ha costretto la sua avversaria repubblicana a diventare più estremista, a chiedere il muro ai confini del Messico; in buona sostanza l’ha messa all’angolo facendo leva sull’economia, sulla condivisione dei problemi del ceto medio e popolare: niente orgoglio liberal, niente Berkeley, insomma.

 

L’antidoto al populismo

Se dovessimo tradurre tutto questo in geometria politica, diremmo che ha puntato decisamente al centro, spezzando perciò il polarismo che avrebbe confermato la vittoria dei Repubblicani. Se dovessimo, invece, fare una considerazione meno veloce, diremmo che si è messa in sintonia con il pensiero, le emozioni e anche le paure degli elettori, senza narcisismi e senza condividere posizioni di pura testimonianza. Certo è l’Arizona, ma siamo sicuri che la sua ricetta non sia valida anche oltre i confini di quello stato? Che l’antidoto al populismo non sia proprio una formidabile fusione degli ideali democratici dentro la vita quotidiana della gente?

 

 

Economista, è membro del Consiglio di amministrazione dell’Enit. È cresciuto al Censis, ha lavorato per Luiss management, Università di Bolzano, Agenzia del turismo di Firenze, Comune di Firenze, Banca Imi e altri ancora. Blogger per Huffington Post, collabora con il Corriere della Sera. Svolge professionalmente di studi e ricerche per Sociometrica. Twitter @apreiti

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