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di Vittorio Ferla

 

 

Per molti, il M5S è ancora un rompicapo. Chi lo studia, dopo una prima fase in cui era più esplicita una connotazione di sinistra del proprio elettorato, lo considera ormai un partito cd. ‘pigliatutto’, capace cioè di pescare in tutti i settori della società italiana. Allo stesso tempo, però, le ambiguità teoriche e le contraddizioni tra i programmi ufficiali e i comportamenti adottati dai leader – specie adesso che il M5S è in cerca di una legittimazione come forza di governo – creano confusione circa i fondamentali ‘ideologici’ del Movimento.

Anche per questi motivi, questa ‘strana’ forza politica sembra rappresentare un caso squisitamente italiano, eccezionale nel panorama europeo. Diverso dai populismi di destra tipicamente europei – Front National in Francia, Afd in Germania, Lega in Italia – ma nemmeno totalmente assimilabile ad un certo populismo di sinistra e mediterraneo – Podemos in Spagna o Syriza in Grecia -.

Quasi ovunque nel mondo, in realtà, la categoria ‘populismo’ può apparire confusa e insufficiente. Ma è proprio così? Più volte, sulle colonne de Il Foglio, Alessandro Maran ci ha ricordato che il M5S ha mutuato non pochi argomenti da una forma di populismo particolare: quello sudamericano.

Proprio in un recente volume dal titolo: El engaño populista, che analizza gli eccessi del populismo latinoamericano, due giovani studiosi liberali, il cileno di origini tedesche Axel Kaiser e la guatemalteca Gloria Álvarez, suggeriscono alcune chiavi di lettura che sembrano fatte apposta per fotografare il populismo dei pentastellati. Le chiavi sono cinque: vediamole una per una.

 

Il peso dello Stato

Il populismo socialista sudamericano si incarna in leader carismatici che, all’inizio, promettono la redenzione del popolo contro i poteri costituiti, salvo poi costituirsi come potere esclusivo e pervasivo. Il populismo sudamericano è molto ostile nei confronti della libertà di espressione e fortemente statalista. Questo perché solo uno stato molto esteso e potente può garantire il controllo di settori nevralgici dell’economia e una certa (apparente) redistribuzione della ricchezza, realizzata, però, aumentando il debito pubblico e i tassi di inflazione della moneta. E il M5S? A Roma la sindaca Raggi si allea con le corporazioni della pubblica amministrazione e delle partecipate capitoline e contrasta il referendum che aprirebbe alle liberalizzazioni. A livello nazionale, il Movimento esercita un controllo ferreo sulla libertà di espressione dei suoi parlamentari promettendo e nel frattempo praticando il vincolo di mandato. Il ministro Di Maio, rispolverando un po’ di dirigismo, cerca di ricreare rigidità burocratiche nel mercato del lavoro e pensa seriamente di far chiudere i negozi la domenica, con modalità da Stato etico.

 

Il complesso della vittima

Fondato sulla netta separazione tra il bene e il male, il populismo sudamericano è sempre alla ricerca di un nemico al quale attribuire tutte le colpe del disagio sociale: i ricchi, i ‘gringos’, la CIA, il capitalismo. Il leader populista fomenta il risentimento della popolazione contro le oligarchie che cospirano a danno dei cittadini d’accordo con gli interessi dei capitalisti internazionali. Il popolo – con il quale i populisti rivendicano una totale identificazione – è la vittima di soprusi che solo rovesciando l’establishment può emanciparsi dalla sottomissione. C’è sempre qualcosa di roussoviano (ah, Rousseau!) nella costruzione di una primitiva innocenza del popolo contro la strutturata tirannia dei ceti dirigenti ‘civilizzati’ e corrotti che occupano i partiti e le istituzioni tradizionali.

Allo stesso modo, ormai da un decennio, Grillo e compagni hanno costruito la retorica dei cittadini maltrattati, di volta in volta, dalla casta, dai vecchi politici corrotti, dal partito democratico, dalla dittatura di Renzi, dalla stampa avversa sostenuta dai poteri forti. E di una povera Italia affamata dall’Europa, dalla Francia, dalla Germania, dal neoliberismo sfrenato, dalla finanza globale, dai complotti di Soros e via elencando. Funziona così: chi fa la vittima ha bisogno di capri espiatori da sacrificare di fronte al popolo. Come ha spiegato bene Mauro Calise, in questi anni, i media italiani (con il sostegno della magistratura) hanno contribuito a costruire queste retoriche. Il boom dei pentastellati è stato alimentato a reti unificate, con il sostegno dei grandi giornali. Ma oggi, se ti capita di parlare con i grillini, ti diranno ancora, senza pudore, che tutta la stampa è contro di loro.

 

La paranoia antiliberista

Il presidente venezuelano Chavez diceva che “il neoliberismo è il cammino verso l’inferno”. Il suo collega Evo Morales sosteneva che “il neoliberismo è il responsabile dei problemi della Bolivia”. Si potrebbe continuare senza sosta. Sono centinaia, infatti, le dichiarazioni dei populisti sudamericani sulle colpe del neoliberismo, assurto a vero e proprio feticcio negativo responsabili di tutti i mali che affliggono il popolo. In un libro intitolato Ecuador: de banana republic a la no republica, Rafael Correa condensa l’essenza del pensiero antiliberista sudamericano. Secondo Correa “la lunga e triste notte neoliberista” ha sacrificato la classe dei lavoratori permettendo il libero commercio e la bassa inflazione. Viceversa, servirebbe il protezionismo per tutelare le giovani industrie dei paesi in via di sviluppo.

Chi ha letto i documenti politici della prima fase dell’emersione del grillismo, tra il sacro blog e i cento meetup, sa bene che il fantasma del neoliberismo globale incombeva come un mostro. Va sottolineato ‘globale’: difficile sarebbe stato, infatti, trovare segni di liberismo nel nostro paese, da sempre dominato da culture politiche diversamente ostili al pensiero liberale. Negli anni la paranoia si è evoluta, mirando meglio il bersaglio: il fantasma neoliberista ha assunto il volto dell’Europa e dell’Euro, rispettivamente l’istituzione e lo strumento del libero mercato che affama i popoli, specie quello italiano. Meglio abbandonare la moneta unica e rinchiudersi nell’Italietta pauperista della Lira, il belpaese dell’inflazione, della spesa in deficit, del consociativismo e delle mille corporazioni.

 

L’abuso di democrazia

Nel volume Del buen salvaje al buen revolucionario lo studioso Carlos Rangel ha spiegato che una delle principali conseguenze della vulgata marxista populista in Sudamerica è stata l’erosione progressiva della democrazia rappresentativa e dei principi liberali. In generale, la mentalità e l’esperienza populista in America Latina si basa da sempre sull’abuso della democrazia, delle sue istituzioni e dell’approccio plebiscitario al fine di manipolare l’orientamento popolare, concentrare potere nello Stato e destabilizzare le istituzioni repubblicane. In sostanza, sotto il mantello ideale di una democrazia più forte, che scaturisce direttamente dalla volontà popolare, si sono affermate per anni delle autocrazie elettorali che hanno negato il pluralismo sociale e politico e svuotato di senso le istituzioni della democrazia liberale.

Com’è facile fare il confronto con i pentastellati… Dal vincolo di mandato per i parlamentari al referendum antieuro, dalla lotta alla casta all’idea di essere gli unici e veri rappresentanti del popolo, dalla lotta contro il finanziamento della politica al feroce disprezzo dei giornalisti e del contraddittorio, dall’abuso plebiscitario dei referendum al sorteggio dei senatori: è lunga la lista di idee e proposte balzane per ridurre la democrazia a farsa.

 

L’ossessione egualitaria

Tutti i populismi latinoamericani nascono sulla base della promessa di una maggiore uguaglianza materiale e sul trasferimento delle risorse dai più ricchi ai più poveri. La rivoluzione populista deve riconoscere un nemico – una classe dirigente ricca e corrotta – che deve essere sconfitta per garantire a tutti condizioni di vita migliori grazie all’interventismo statale. La storia dimostra poi che, una volta insediati, i governi populisti hanno semplicemente sostituito una vecchia oligarchia con una nuova, garantito l’uguaglianza sì, ma nella miseria e prodotto alcuni tra i regimi più corrotti che la storia ricordi.

Nel 2010 l’Economist dedica un esemplare editoriale alla famiglia Kirchner, al potere in Argentina, dal titolo: Socialism for foes, capitalism for friends, per raccontare l’assoluta arbitrarietà con la quale alcune imprese ostili venissero nazionalizzate e ad altre, invece, fosse concesso di muoversi in un contesto di libero mercato, mentre i Kirchner erano sempre più sommersi dagli scandali per corruzione.

Sempre nel 2010, The Globe and Mail pubblica un editoriale dal titolo: Chavez’s socialist populism perpetuates inequality. Nel pezzo si spiega che, nonostante la narrazione del regime chavista, il radicalismo populista con la rigida pervasività dell’intervento statale a scapito della mobilità sociale approfondisce le diseguaglianze invece di sconfiggerle.

 

E che fanno invece in Italia i Cinquestelle? Praticamente lo stesso. Attaccano le pensioni d’oro e i vitalizi dei parlamentari creando l’illusione che dalla punizione della casta possano derivare vantaggi economici per la popolazione. Promettono redditi di cittadinanza in mancanza di risorse, favorendo l’improduttività e il depauperamento dell’economia nazionale. Annunciano un programma di spesa pubblica scriteriata che condannerebbe l’Italia all’impoverimento, rendendola schiava del proprio debito. Ritornano alla rigidità del mercato del lavoro costruendo ostacoli alla libertà d’impresa e alla creazione di nuove opportunità di occupazione. Minacciano il ritorno alla Lira come forma di autogoverno nazionale senza comprendere i rischi enormi conseguenti: il crollo di valore della moneta e degli stipendi reali e l’esplosione dell’inflazione. Minacciano l’abolizione della legge Fornero senza comprendere che, nel contesto italiano di decrescita demografica, l’unica conseguenza sarebbe quella di scaricare sui lavoratori più giovani tutto il peso del pagamento delle pensioni. Un insieme di misure, insomma, capaci di garantire la rovina certa dell’economia nazionale.

Nel frattempo, la tanto proclamata lotta contro l’occupazione delle istituzioni da parte della politica e contro la contiguità tra potere politico e potere economico, si trasforma nel suo esatto contrario quando sono in ballo gli interessi del Movimento. Come nel caso recente di Roma Capitale e del triangolo Raggi-Lanzalone-Parnasi.

 

Il quadro delineato si è fatto sempre più chiaro in questi mesi. E l’Italia è di fronte a un bivio. Resistere all’onda populista, tornando a scegliere l’Europa e la società aperta. Oppure diventare la prima democrazia ‘sudamericana’ del Vecchio Continente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giornalista, blogger per ‘Linkiesta’, si è occupato di trasparenza e comunicazione presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio.
Direttore responsabile di Labsus.org, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci.
Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Il Riformista, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa”, Rubbettino 2018

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