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Lega e M5s in rotta di collisione

Giovanni Cominelli giovedì 19 luglio 2018
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di Giovanni Cominelli

 

Ora che il fumo post-elettorale sta svanendo, ancorché solo parzialmente – perché è già incominciata la nuova lunga campagna elettorale delle Europee 2019 – è più facile intravedere il profilo dei protagonisti e, dietro di loro, le linee dei rispettivi progetti politici. Partiamo, per incominciare, dal M5S, perché è il partito che sta soffrendo di più il passaggio da forza di opposizione a forza di governo. L’occasione contingente di questa riflessione è fornita dal dibattito in corso nel PD sui rapporti da tenere con il M5S, in relazione all’approvazione del cosiddetto “Decreto dignità”.

 

Il M5s alla prova di governo

Secondo una parte considerevole del PD e del piccolo ventaglio di tutta la sinistra radical-massimalista, il M5S sta andando in rotta di collisione con la Lega di Salvini. La causa principale sarebbe che gran parte dell’elettorato e una frazione consistente del gruppo dirigente dei pentastellati proviene dalla sinistra e fa discorsi di sinistra. In particolare sul lavoro: no ai voucher, richiesta di ripristino dell’Art. 18 dello Statuto dei lavoratori, abolizione dello Jobs Act… E’ un segreto di Pulcinella che il Decreto dignità è stato costruito con la CGIL. Insomma: se non tutto il M5S, almeno una sua parte è una costola della sinistra! Se le cose stanno così, “disarticolare l’alleanza-contratto di governo” – come si è proposto di fare il neo-segretario provvisorio del PD Maurizio Martina – diventa un obbiettivo politico realistico.

Concretamente, ciò significa appoggiare il Decreto dignità in Parlamento, secondo modalità tattiche da definire: emendamenti, astensioni, voto a favore. Il passo ulteriore è quello di riportare all’ovile i buoi elettorali fuggiti dalla stalla della sinistra. Mosse intelligenti o suicide? Per rispondere alla domanda, è necessario guardare in faccia il M5S oggi, dopo più di un mese di governo.

 

Dietro la rabbia 

Il M5S appare sempre più come un composto chimico instabile, un impasto di rabbia, risentimenti e incompetenza. Instabile, perché la rabbia è un combustibile ad esaurimento. Alla fine, sfogata la quale con un voto massiccio ai nuovi Arrabbiati – il programma degli Enragés-Arrabbiati nel corso dei primi anni della Rivoluzione francese, guidati dall’Abate Jacques Roux e da Jean Varlet, prevedeva la democrazia diretta e “deputati senza potere e senza mandato” – gli elettori chiedono pur sempre una soluzione rapida dei problemi. E perciò vogliono governo.

Non si può stare arrabbiati per sempre. Dietro la rabbia sta un’istanza profonda di prevedibilità del futuro, di autodeterminazione della propria vita. Così si può passare rapidamente dalla rabbia contro i politici alla domanda di un uomo forte. Di qui la frana catastrofica di parte dell’elettorato grillino verso la Lega, non verso la sinistra. Tuttavia, Martina ha ragione – le analisi dei flussi lo dimostrano – molto elettorato grillino è “di sinistra”.
Intanto, per la concezione della politica. E’ certamente iniziato a sinistra e da sinistra l’attacco ai partiti politici in nome degli “onesti”. La più volte ricordata intervista del 28 luglio del 1981 di Scalfari a Enrico Berlinguer segna l’inizio di questo ciclo dell’antipolitica. Furono in seguito Bossi, Di Pietro, Berlusconi a usare gli stessi contenuti e toni più grevi a proposito dei politici, dei partiti e del “teatrino della politica” (copyright di Berlusconi). E come non ricordare i Girotondi, la Rete? Questo è il background del M5S, che di suo ha aggiunto la potenza del Cyberspazio, che nel frattempo si è aperto. L’adorazione del nuovo dio pagano dell’Algoritmo ha incrociato, così, la critica tecnocratica della politica, di Monti è stato l’ultimo esponente, non a caso divenuto filo-grillino.

 

I grillini e l’elettorato di sinistra

Di sinistra, in senso lato e variegato, lo è certamente per i programmi economico-sociali: la dilatazione della spesa pubblica – una sorta di keynesismo andreottiano – la filosofia del posto fisso, l’assistenzialismo, l’estremismo dei diritti, la decrescita felice, l’ecologismo più o meno fondamentalista. Al netto della “decrescita felice” – alternativa al vecchio industrialismo socialdemocratico della destra comunista – nel M5S si riflette a specchio la vicenda della sinistra comunista e del sindacato CGIL, nel suo tragitto da partito-sindacato degli operai a quello degli impiegati statali e dei pensionati, da partito-sindacato della funzione nazionale della classe operaia a partito dei cittadini… garantiti.
Di sinistra radicale sono certamente l’antimericanismo, il terzaforzismo tra Nato e Russia, di sinistra estrema il sovranismo da “socialismo in un solo Paese” – donde l’antieuropeismo – di sinistra dalemiana l’ostilità per Israele e le simpatie per Hamas, di sinistra peronista l’ammirazione per Chavez e Maduro.
Si, hanno ragione Martina e Zingaretti, aspirante segretario del PD: questo M5S non durerà a lungo, una parte si può riportare a sinistra. E sbagliano coloro che, all’interno del PD, reagiscono polemicamente, stortando il bastone dall’altra parte, con l’affermazione che il M5S è di destra. La Lega è di destra, il M5S no. E’, appunto, un mix contraddittorio. Ed è proprio qui che nasce il problema: perché se è vero che esistono affinità elettive tra parte del M5S e la sinistra storica, se “asinus asinum fricat” – se l’asino si sfrega con l’asino – ciò si deve al fatto che il M5S ha riciclato antiche idee di una sinistra conservatrice e sconfitta, di una sinistra incapace di interpretare e governare il cambiamento economico-sociale, la nuova mobilità mondiale della produzione e perciò del lavoro.

 

Un polo di sinistra incapace di governare

Se queste forze si rimettessero insieme o sotto la sigla del PD o sotto quella del M5S, avremmo certamente un polo di sinistra alla Corbyn o alla Sanders, ma incapace di governare il drammatico presente mondiale così come si riflette nel teatro nazionale. L’asino continuerebbe a ragliare, non incomincerebbe a nitrire.

E se l’insorgenza del M5S è il frutto di una sconfitta politico-culturale grave della vecchia sinistra, il suo ritorno a casa non ne garantirebbe affatto una resurrezione vittoriosa. Insomma: il Pd dovrebbe coerentemente rifiutare l’alleanza con il M5S non perché forza di destra, ma proprio perché partito di sinistra vecchia e stantia. Ma qui, appunto, si finisce di strologare sulla natura del M5S. E’ su quella della sinistra a venire che si dovrebbe fare. Intanto, si può solo constatare che quella di Martina-Zingaretti, Veltroni ed altri continua a guardare nello specchietto retrovisore della nostalgia. La sintesi migliore di sinistra, populismo, diversità morale non era forse il PCI?

E’ stato consigliere comunale a Milano e consigliere regionale in Lombardia, responsabile scuola di Pci, Pds, Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola, membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi e del CdA dell’Indire. Ha collaborato con Tempi, il Riformista, il Foglio, l’ Avvenire, Sole 24 Ore. Scrive su Nuova secondaria ed è editorialista politico di www.santalessandro.org, settimanale on line della Diocesi di Bergamo.

Ha scritto “La caduta del vento leggero”, Guerini 2008, “La scuola è finita…forse”, Guerini 2009, “Scuola: rompere il muro fra aula e vita”, BQ 2016 ed ha curato “Che fine ha fatto il ’68. Fu vera gloria?”, Guerini 2018.

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