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Perché il Pd ha perso

Redazione giovedì 19 luglio 2018
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di Nicolò Addario

 

Dopo le prime analisi a caldo, siamo forse ora in grado di fare un ragionamento più pacato e che sia nel contempo capace di scavare più in profondità. Le ragioni di questa sconfitta, a mio parere, vengono da lontano e hanno a che fare con l’emergere di uno scarto sempre più evidente tra ciò che il PD sta (giustamente) diventando e la vecchia subcultura politica da cui pure proviene.
La tesi di fondo che vorrei provare ad argomentare è che il PD abbia perso le ultime elezioni politiche (e con esse anche quelle locali) perché, in estrema sintesi, mentre in questi ultimi quattro-cinque anni si è decisamente avviato a divenire, finalmente, un moderno partito riformista di stampo europeo (nel senso di Fasano e Natale, 2017), una parte importante del paese, che include anche una buona fetta del suo elettorato tradizionale, è rimasto attestato su antiche concezioni culturali, che definirei “vecchio-populiste” (nel senso particolare che dirò).

Questo dato è poi stato aggravato da una questione demografica e generazionale, cioè dal progressivo venir meno per ragioni d’età di parte di quell’elettorato identitario e spesso militante, specie nelle cosiddette regioni rosse (e forse anche dall’astensione, specie alle locali) che lo votava comunque.

Nessuno, però, tanto nel PD quanto tra i commentatori, sembra percepire questo fondamentale aspetto del problema. E cioè che il passaggio ad un partito veramente riformista, adeguato ai tempi attuali e quindi capace di intendere il riformismo ben aldilà della stessa tradizionale socialdemocrazia, si porta dietro una irrisolta questione di reale superamento della cultura ex-comunista. Una questione che (a partire da Renzi) più ancora che al suo interno è viva tra il suo elettorato.
L’aspetto più qualificante è, ovviamente, il dato culturale. Ma significativo è anche quello demografico, perché segnala che i più giovani faticano ad avvicinarsi al PD in questa sua nuova veste. Credo, tuttavia, che sia il primo che il secondo siano parte dello stesso problema. Si può infatti spiegare la (a dir poco) riluttanza dei giovani a simpatizzare per la politica di riforme dei governi Renzi-Gentiloni anche e forse principalmente per le ragioni culturali di cui sopra (dai dati sui congressi mi pare che invece il grosso dei militanti sia stata conquistata alla nuova politica; cfr. Natale e Fasano, 2017).

Questa tesi sicuramente stupirà molti. Anche questo stupore è peraltro parte del problema perché la cultura politica dei post-comunisti non ha in realtà mai fatto veramente i conti con la tradizione da cui proviene. Nei casi migliori ha cercato farlo implicitamente, soprattutto con le politiche di governo. In altri (specie tra i dirigenti), ha fatto finta di niente, credendo di poter passare alla socialdemocrazia conservandone, però, l’antico pregiudizio che contrapponeva il “capitale al “lavoro” (pur dentro un quadro di democrazia rappresentativa).

Se si vuole veramente capire quello che è accaduto e sta accadendo, per poi (come auspico) ripartire veramente in condizioni all’altezza dei tempi, è soprattutto da questo ripensamento che occorre iniziare. Innanzitutto per se stessi, ma poi anche e soprattutto per il paese. A mio avviso occorre infatti aprire un dibattito nel paese, se si vuole incidere veramente, sia sull’elettorato che sulle élites. La questione è la seguente.

Bisogna prendere sul serio la tesi di Maritain sul comunismo come “ultima eresia cristiana” e non solo nel senso che esso sia stato una vera “fede” politica, ovviamente secolare, ma comunque una “fede”. È stato prima ancora una “fede” proprio in quanto concezione della società moderna (nei suoi termini: “capitalistica”, dove, si noti, una parte, cioè l’economia, qualifica il tutto) e più in generale dell’intera storia dell’umanità civile. Marx, infatti, eredita da Hegel la sua filosofia della storia che, come ha dimostrato (tra gli altri) Karl Löwith, è nella sua sostanza una vera teologia filosofica, una versione secolarizzata dell’escatologia cristiana di un tempo che ineluttabilmente procede verso una meta finale, sia questo fine ultimo lo Spirito del mondo che perviene alla piena autocoscienza di sé (Hegel), oppure l’avvento del comunismo in quanto liberazione dell’uomo dall’oppressione e dallo sfruttamento di classe (Marx).

In tal senso, la tesi di Maritain è perfettamente centrata sia che si guardi all’aspetto propriamente dottrinario (in tutte le sue versioni, da quella leninista a quella terzomondista) sia che si guardi alla sua diffusione popolare: dalla fine del XIX secolo la cultura politica ispirata dal marxismo è stata per le grandi masse una sorta di messaggio di “salvezza”, così come lo era stato per secoli il cristianesimo. La differenza è stata “solo” che, come ben sappiamo, il primo ha promesso la “salvezza” in questo mondo, seppur per un tempo futuro, il secondo nell’altro mondo. Ovviamente, il riscatto su questa terra ha avuto un forte impatto sociale e politico a partire dal tempo presente, vissuto. È stato un messaggio per l’avvenire che agiva nel presente e per il presente e in un secolo di forti trasformazioni sociali e politiche, e di conflitti anche tragici di cui è stato uno dei protagonisti principali. Inoltre, non è un caso che il suo successo di consensi sia stato veramente importante in quei paesi che sono arrivati tardi alla modernità e tramite “rivoluzioni dall’alto” (cioè promosse da monarchie assolutistiche) e quindi caratterizzate da cambiamenti sociali bruschi e fortemente autoritari (su tutto questo si rinvia ad Addario, 2018b).

Il conflitto sociale che la società moderna di massa inevitabilmente porta con il proprio sviluppo e la propria affermazione qui ha assunto spesso il volto di quella “lotta di classe” che Marx aveva profetizzato e che, in ogni caso, così poteva essere facilmente interpretato. In Italia, per esempio, la modernizzazione accelerata (tra la fine dell’Ottocento e la Guerra mondiale) ha preso quasi subito la strada del collasso del regime pseudo-liberale e della contemporanea affermazione dell’oppressione fascista.

Cioè di quella che è stata chiamata “inclusione egemonica”, ossia antidemocratica e tendenzialmente totalitaria, delle grandi masse nella politica. Va aggiunto che, sempre per quella modernizzazione in ritardo ma accelerata nonché per il modo in cui fu costituita l’Unità del paese, una larga parte delle masse, se non erano nel frattempo diventate socialiste, erano da tempo immemore cattoliche. Questo ha significato che, indipendentemente dalla cultura politica delle due subculture predominanti (socialcomunista o cattolica) con cui si identificavano, le grandi masse sono state non solo estranee ma persino avverse al pensiero liberale. Il fascismo ha aggravato sotto questo profilo la situazione. All’indomani del crollo del regime e con l’avvento della Repubblica, non per caso sono riemerse (è proprio il caso di dirlo) queste due subculture politiche, nella sostanza ambedue non-liberali e persino anti-liberali.

Con questo voglio soltanto far notare come da noi la democrazia abbia sempre avuto fragili basi culturali. Nelle grandi masse, così come nell’intellettualità, essa è stata accettata sempre, per così dire, con importanti riserve. Si badi, non solo dalla sinistra, ma anche dal mondo cattolico, allora ancora largamente egemonizzato dalla Chiesa, la quale non aveva ancora rivisto la sua dottrina politico-sociale contro la modernità e il liberalismo elaborata dopo la rivoluzione francese. È stato il contesto internazionale ad imporre ad ambo i contendi l’attestarsi entro il quadro di una democrazia costituzionalizzata, nonché la reciproca acuta diffidenza (cosicché gli uni rinunciano alla rivoluzione, per un socialismo da realizzare nella democrazia con le “riforme di struttura”; gli altri rinunciano a una “restaurazione” propriamente cristiana).

Per questo, credo, De Gasperi ha avuto di fatto quella “libertà” politica (ma assai meno sul piano della “dottrina sociale”) che rivendicava contro le pretese del Vaticano. Insomma, l’Italia del dopoguerra è entrata nel novero dei paesi moderni sviluppati e democratici malgrado le due subculture politiche dominanti. Tirati per i capelli, direi, prima dall’Occidente e dalla Nato, poco dopo dallo sviluppo imperioso (anche questo perché parte dell’Europa e dei suoi mercati).

Al di sotto dello sviluppo, tuttavia, le due subculture sono rimaste e, pur ammorbidendosi, si sono riprodotte. Di un aspetto particolare ma assai importante di queste subculture dirò tra poco. Ora vorrei solo notare che il grande conflitto industriale che attraversò il paese dai primi anni sessanta, e che poco dopo prese anche il volto della rivolta studentesca, non per caso è durato sino agli anni ottanta ed è ben presto degenerato nel terrorismo (che aveva una spiccata connotazione anti-PCI, bollato come “traditore” della rivoluzione, ma pure anti-DC, bollata come connivente). Un terrorismo protrattosi sino ai primi del duemila (un fenomeno, questo, praticamente unico nell’Occidente). Questo è stato il lato, a voler essere sinceri (ma è stato detto assai di rado) di “eresia” di quell’altra “eresia” che è stato il comunismo italiano. Comunista sì, ma democratico. Il che era quasi un ossimoro!
Ora, l’aspetto che qui interessa di questa storia (dato il nostro problema) è che i valori del socialcomunismo ruotavano tutti intorno a una stella polare che si chiama uguaglianza socioeconomica. Un valore, si badi, che era inteso proprio in senso anticapitalistico perché era parte delle “riforme di struttura”. Queste avrebbero dovuto avvenire nella democrazia, ma in vista del socialismo (ancora inteso principalmente come proprietà statale dei mezzi di produzione). Questa è la prospettiva che ha orientato sia l’azione politica che quella sindacale, che è ciò che ha giustificato quel consociativismo spartitorio di cui parlerò tra poco e senza comprendere il quale non si capisce da dove vengano sia il dissenso sociale sia la perdita elettorale attuali sia, infine, l’ingovernabilità del paese.

È dunque di questa questione innanzitutto culturale che vorrei parlare. Per farlo, come s’è visto, occorre guardare al lontano passato, perché appunto si tratta di una questione che viene da lontano e non è stata mai veramente superata.

 

Una ragione di lungo periodo: cosa è stata la “sinistra” nella Prima Repubblica?

Si tratta dunque di una domanda cruciale, che ci aiuterà a capire l’Italia di oggi. Questo (ovviamente) non perché nel frattempo non siano avvenuti cambiamenti (anche importanti, specie sul piano politico). Ma perché i cambiamenti politici (riassumibili nella cosiddetta Seconda Repubblica) non sono stati seguiti da altrettanti profondi cambiamenti socioeconomici e quindi anche culturali. Di questo però parlerò più avanti, quando discuteremo del perché l’Italia non sia mai veramente uscita dalla crisi esplosa (al livello internazionale) nel 2008 (al contrario di molti altri paesi, anche europei).

Se ci chiediamo cosa distinguesse la sinistra dalla destra nel Novecento, si potrebbe sinteticamente rispondere: la sinistra si identificava con le uguaglianze socioeconomiche (almeno in linea di principio, valoriale), la destra con le disuguaglianze (a volte intese come qualcosa di naturale) (si veda Bobbio, 2009 e 2017). Questa distinzione è stata sovente contestata perché accusata di essere alquanto datata. Il punto vero, tuttavia, è che essa è stata vera per gran parte dell’elettorato di sinistra (oltre, ovviamente, che per i militanti). Del resto, se si guarda alle condotte sindacali è facile constatare che questa idea è stata la sua stella polare (specie, non a caso, della CGIL) sin dal primo dopoguerra, sia con le lotte contro le “gabbie salariali” (che astraevano dal potere reale d’acquisto, oggi in modo eclatante) sia con contratti che si disinteressavano (e si disinteressano) della produttività e imponevano (e impongono) aumenti uguali per tutti in base all’anzianità di lavoro. Ma anche con il rifiuto di un salario minimo legale e (specie nell’istruzione e nel pubblico impiego) con forme varie ma comunque improprie di “codecisione” (per esempio, nei concorsi interni, in comitati vari, ecc.: qualcuno ne ha parlato come qualcosa che tende a realizzare una sorta di “democrazia economica”).

La cosa importante da notare, tuttavia, è che questo orientamento di fondo si è disinteressato di una questione decisiva (specie per quanto riguarda l’oggi) e che è diventata cultura radicata. Ossia che questioni di efficienza e di efficacia sono state (e sono) non solo trascurate ma persino contrastate, essendo considerate questioni tipicamente “padronali”. Se nel settore privato questo “limite” è dipeso anche dagli imprenditori (vi tornerò), nella Pubblica Amministrazione (in generale, centrale e periferica) e nell’industria di stato ha avuto effetti assai negativi, perché qui questioni di efficienza e di efficacia non hanno avuto soltanto effetti di scarso o persino mancato sviluppo, ma pure sui servizi rivolti ai cittadini (spesso di cattiva qualità, specie nel Mezzogiorno, e comunque troppo costosi). Questi “limiti” si sono venuti a sommare a tare di più antica origine e che, specie con il fascismo, hanno portato ad un assai malsano intreccio tra Amministrazione e politica, alimentando clientele, sovvenzioni a fondo perduto e veri parassitismi (un’analisi dettagliata e in prospettiva storica si trova in Cassese, 2014).

Dal dopoguerra e soprattutto a seguito dei moti del ‘68 (in Italia non ha caso – diversamente da tutti gli altri paesi – sfociati nel terrorismo) ciò ha preso la forma di un “consociativismo occulto” e spartitorio (Pizzorno, 1994). Occulto, perché realizzato nelle commissioni parlamentari e quindi di fatto in modo segreto (come dimostrato da varie ricerche sul Parlamento), mentre in pubblico si inscenava lo scontro ideologico tra comunisti e anticomunisti, così approfondendo la spaccatura tutta ideologica tra i due fronti. Infine spartitorio, perché, di fatto, per ragioni diverse si è trattato di una gigantesca redistribuzione del tutto priva di un progetto, di una razionalità che fosse orientata a favorire lo sviluppo. Il segno evidente di questa spartizione sta, da un lato, nella creazione di un welfare confuso, farraginoso ed estremamente costoso, dall’altro lato, in un debito pubblico costantemente in crescita (almeno dalla metà degli anni ottanta del secolo scorso) e costantemente sopra il 100% del PIL dai primi anni novanta (sino a superare il 130% attualmente). In breve, la “spartizione” era ed è fatta a debito e quindi sulle spalle delle generazioni future e senza riguardo alcuno per i suoi effetti negativi sulle capacità di sviluppo del paese.

Ed è in questo senso che credo sia giusto parlare anche in questo caso di “populismo”, per così dire, “old style”, ossia e per usare la terminologia suggerita da Fasano e Natale (ripresa da Harry Drucker) di partiti che giustificano questo tipo di policies in chiave “etica”, richiamandosi ai valori di uguaglianza e che, proprio per questo (lo vedremo tra poco), non hanno riguardo per le conseguenze. Naturalmente, in questo tipo di populismo erano assenti due tratti che sono invece presenti in tutti i populismi “tradizionali”, cioè l’antipolitica (nel senso di forte diffidenza verso i partiti tradizionali e più in generale le istituzioni rappresentative e le loro mediazioni), e l’antintellettualismo.

Nella letteratura internazionale, tuttavia, sono state individuate forme di populismo riguardanti il socialismo (nei paesi del Terzo mondo), ma pure nello Stalinismo e nel Maoismo. Questo punto verrà discusso in seguito.

Ho detto partiti (al plurale) non a caso, ma forse sarebbe meglio di parlarne in termini di due subculture politiche. Sebbene in modi assai differenti sul piano delle rispettive “dottrine”, tanto il PCI quanto la DC, infatti, giustificavano quel tipo di policies con riferimento al “bene” per il popolo (o per la classe proletaria, il che è di fatto lo stesso). D’altra parte non è stato per caso che il PD sia nato dall’unione di post-comunisti e di post-democristiani. Il punto importante che vorrei ricordare, ma sovente trascurato dalla maggior parte degli osservatori, è che sul piano della “dottrina sociale” anche la DC, non solo il PCI, è stato in realtà un partito antisistema, ossia contrario al capitalismo e persino (come già ricordato) al liberalismo, specie ad alcuni suoi tratti (per esempio, la netta separazione tra stato e chiesa: già la stessa idea di un “partito cristiano” è premoderna, specie in un paese come l’Italia privo di fratture religiose; ma lo è stata anche la sistematica ingerenza della chiesa su materie di “diritti civili”, di fatto continuata anche dopo la sonora sconfitta in occasione del referendum sul divorzio; ma pure la “libertà” individuale è stata vista con forte sospetto). Questo aspetto (in realtà niente affatto secondario) della natura della Dc è stato in gran parte trascurato in quanto oscurato dallo scontro tra comunisti e anticomunisti, perché il PCI, in quanto di gran lunga più forte partito comunista dell’Occidente, rappresentava una minaccia all’equilibrio quantomeno europeo tra Occidente e Oriente.

Insomma, per essere sintetici, la DC (salvo una sua piccola frazione, poi confluita in buona parte nel PD) aveva ben poco a che fare con i classici partiti conservatori (anche popolari) dell’Europa occidentale. Era, cioè, un partito costitutivamente assai poco orientato ad uno sviluppo socioeconomico e istituzionale attento a problemi di efficienza ed efficacia. Insomma al capitalismo moderno. Non a caso ha difeso a lungo i “ceti medi tradizionali”, opponendosi alle forme più moderne di distribuzione, e le tradizionali clientele meridionali. Per l’altro verso, lo era anche il PCI che pensava al “socialismo” da realizzare con le “riforme di struttura”, cioè con la statalizzazione almeno della grande industria e dei servizi.

Questo ha fatto si che nelle due subculture politiche fossero largamente assenti temi e atteggiamenti tipici del pensiero liberale, che invece troviamo in gran parte dei partiti europei di governo. Non a caso ambedue contrari al liberismo economico, seppur per motivi diversi: i cattolici perché (da lunga data) favorevoli (tanto per dottrina che per convenienza elettorale) alle corporazioni; i comunisti perché vedevano il liberismo come l’apoteosi del capitalismo. Ancora oggi (per esempio, nella globalizzazione) molti vedono trionfi immaginari del liberismo. In Italia il liberismo è certamente inesistente (si faccia un solo esempio contrario). Solo un inveterato pregiudizio marxista può vedere questo fantomatico liberismo!

Ora, politiche di questo tipo realizzate per circa settanta anni hanno creato e radicato una corrispondente cultura popolare (perciò si è parlato di subculture politiche) e quindi aspettative in cui il merito, l’efficienza, l’efficacia (in termini di sviluppo) e l’interesse e la responsabilità per le conseguenze di queste stesse politiche non hanno udienza, anzi suscitano contrarietà quando e se vengano poste. Lo si vede chiaramente, per esempio, nelle prese di posizioni contrattuali dei sindacati (tutti), nelle pretese di sovvenzioni a fondo perduto di molte categorie, nell’ostilità verso la concorrenza e quindi nella permanenza di corporazioni diffuse e di vario tipo (nel cosiddetto ceto medio), nella diffusione di clientele (ormai non più solo nel Sud), in un sistema industriale malato di nanismo e di patrimonialismo (ne parlerò più avanti), in un’economia nera che arriva probabilmente a quasi il 20% del PIL. Un indice sintetico di tutto questo, sul piano delle conseguenze, è offerto dai dati sulla produttività oraria del lavoro dal 1995 al 2015: l’Italia è ultima (con un indice di poco più di 110), attestandosi sugli stessi valori di inizio millennio; siamo stati superati persino dalla Spagna di dieci punti, di più di venti punti da Portogallo, Germania e Gran Bretagna e di ben trentacinque dagli USA (dati riportati da Alesina e Giavazzi, sul Corriere della Sera del 21 Novembre 2016; fonti Eurostat e Federal Reserve). In proposito autorevoli economisti hanno parlato, salvo interventi decisi (tipo il Jobs Act, purtroppo fortemente osteggiato da molti) di un destino “a uno straordinario declino”. Sono però molto pochi coloro che ne parlano, mentre molti si soffermano sulle cresciute diseguaglianze. È, credo, una sorta di richiamo della foresta, cioè del valore in sé dell’uguaglianza. Probabilmente queste disuguaglianze crescono anche e forse soprattutto per questa incapacità del paese a correre almeno alla stessa velocità degli altri paesi e proprio nell’era di una competizione globale, in cui le vecchie rendite di posizione sono finite per sempre. La questione riguarda sia il mondo delle imprese sia lo stato nel suo insieme. Prima di dire qualcosa in proposito conviene però tornare brevemente alla politica.

 

La Seconda Repubblica, mai veramente nata

La cosiddetta Seconda Repubblica è stata una lunga transizione (più di vent’anni dal crollo del sistema dei partiti della Prima repubblica). Qui non è il caso di ricordarne le vicende. Basta dire che nonostante il suo assetto bipolare (datole dalla legge elettorale della Mattarellum poi inficiata dal Porcellum) essa riprodusse in forme nuove l’antica frattura comunisti-anticomunisti. I comunisti, come sappiamo, non c’erano più come tali, né c’erano l’URSS e la “cortina di ferro”. Il vecchio mondo era crollato. In Italia c’erano i post-comunisti, ormai convertiti ufficialmente alla socialdemocrazia. Per costoro, diciamo, si trattava di proseguire nella politica di prima, abbandonando però il pregiudizio (di antica data) verso la socialdemocrazia (che non aveva per obbiettivo il “socialismo nella democrazia”). Buona parte dei post-comunisti si attestarono su posizioni da “partito etico” (riprendendo Fasano e Natale, ivi). Tuttavia, la frattura, ribadita ad arte da Berlusconi, c’era ancora sul piano politico-culturale, pubblico. Magari, nella sostanza, ripresa in chiave di “partito delle tasse” contro “partito delle libertà” (cioè: di non pagare le tasse, visto che sappiamo che il grosso dell’evasione si annida tra il lavoro autonomo) e, all’opposto. di “partito delle uguaglianze” contro “partito degli interessi” (“inconfessabili”). La riproduzione del vecchio schema bipolare della prima Repubblica nella Seconda ha in realtà congelato il sistema, nonostante ora il polo di centro-sinistra potesse andare al governo. In che senso lo ha congelato?

Lo ha congelato perché ambedue i poli hanno di fatto proseguito con le politiche spartitorie tradizionali, ora oltretutto rese più ristrette per l’enormità del debito pubblico e per i (giusti) vincoli europei. L’economia italiana non ha reagito all’entrata nell’area dell’euro ristrutturandosi e ammodernandosi (lo evidenziano le su citate statistiche sulla produttività e quelle che vedremo), e così pure lo stato, anzi hanno iniziato a declinare ulteriormente. Elementi non secondari di populismo era peraltro già stati introdotti da Berlusconi (l’antipolitica del “fare”, il “partito aziendale” che vuole presentarsi come un non-partito). L’alleanza con AN e con la Lega, due partiti veri (ma anche con elementi di populismo: la “destra sociale” la prima, l’acritica esaltazione del nanismo imprenditoriale la seconda), creava tuttavia una certa incertezza in proposito. Poi rafforzatasi con la creazione del PdL. Eravamo solo alle prove generali del populismo generalizzato.

Diciamo, in sintesi, che sul piano socioeconomico il vecchio “consociativismo occulto” è stato sostituito da una sorta di consociativismo più palese (i famosi “tavoli” dove i rappresentanti degli interessi erano più numerosi delle sedie disponibili!). Ma sempre di fatto di tipo spartitorio, data l’assenza di una qualsiasi strategia economica. Anche con i governi di centrosinistra (l’Ulivo) la politica economica riusciva solo a barcamenarsi con una qual certa maggiore dignità, sempre sottoposto, però, ai continui ricatti della sinistra più radicale. Sul piano pubblico lo scontro tra i due poli è sempre rimasto assai acceso, assumendo però un forte connotato moralista (per le note vicende di Berlusconi e per il suo conflitto d’interesse, qui persistente proprio per l’assenza di cultura politica liberale tra le larghe masse). Il tratto di fondo di questo scontro (che ritroviamo con attori diversi e con motivi in parte differenti nella situazione attuale) è stata la costante reciproca delegittimazione tra forze politiche (ora soprattutto ad opera di 5 Stelle e Lega per il declino di FI). Un’anomalia, questa, rispetto a tutto il contesto dell’Europa (almeno quella occidentale). Anche questo è un segnale della permanenza di una diversità (illiberale) tutta italiana: alla comune spartizione irrazionale (ma che produce consensi) corrisponde una sorta di guerra civile pubblica, quantomeno sul piano morale.

L’aggressività tanto dei 5 Stelle che della Lega verso il governo di centro-sinistra è stata particolarmente virulenta e, specie da parte dei primi, tutta giocata in chiave genericamente moralistica (il populismo dei 5 Stelle andrebbe appunto qualificato come moralista). Perciò, io credo, i 5 Stelle possono apparire di sinistra e nel contempo genericamente di destra: sostenere che il popolo è ingannato dalla “casta”, che in quanto popolo è di per sé “buono”, che bisogna tornare a redistribuire come prima (cosa che l’Europa impedisce) va bene sia a sinistra che a settori di destra. Specie se c’è un governo che ha, finalmente, iniziato a fare riforme che, almeno su alcuni punti, sono incisive proprio rispetto a quelle vecchie e radicate incrostazioni che, nel nome dei “diritti dei lavoratori” o delle “troppe tasse”, bloccano lo sviluppo del paese.

Il colpo di grazia a questi tentativi di politiche realmente riformiste, naturalmente, si è avuto con l’esito del referendum sulle riforme costituzionali, che ha riportato il paese (di fatto) a una instabilità del sistema politico paragonabile a quella della Prima Repubblica, ma in un quadro internazionale assai più incerto e per certi aspetti più pericoloso (per i grandi flussi migratori, per le guerre regionali, per gli effetti della globalizzazione economico-finanziaria). Si è trattato di un momento cruciale, che ha impedito l’assestamento definitivo della Seconda Repubblica su un bipolarismo incardinato istituzionalmente e più efficiente. È vero che l’emergere di un terzo polo (i 5 Stelle) rendeva il sistema più fragile, ma se FI avesse mantenuto i patti sulle riforme, forse il referendum avrebbe avuto un diverso esito e il sistema avrebbe comunque potuto esprimere un partito vincitore, costringendo sia il centro-destra sia il centro-sinistra a una maggiore unità (ed eventualmente a impedire che vincessero i 5 Stelle).

Tuttavia, che tra gli oppositori della riforma vi siano state forze e importanti e noti esponenti della sinistra dimostra le forti resistenze che quella cultura di sinistra “etica” ha ancora verso la piena accettazione di una modernità veramente governante, che affronti il tema delle disuguaglianze in chiave veramente aggiornata e all’altezza dei tempi. Abbandonando finalmente l’antico pregiudizio anticapitalistico, per pensare, invece, ad un capitalismo più equo ma anche assai più efficiente e produttivo, più in grado di compere sui mercati mondiali, più trasparente. Questa cultura non comprende che le tare del capitalismo italiano (di cui tra poco dirò qualcosa) sono in buona parte l’altra faccia della redistribuzione spartitoria cui essa ha partecipato. Questo perché, posto che nessuno si poneva il tema di uno sviluppo sano e adeguato ai tempi, ciascuna parte, per così dire, si interessava solo ai suoi senza riguardo per le conseguenze più generali.

Insomma, il vecchio scontro ideologico palese copriva un populismo di fatto rappresentato dal consociativismo spartitorio (che andava bene sia alla sinistra, ancora di fatto ideologicamente anticapitalistica, sia alla destra, in buona parte anch’essa attestata su un capitalismo patrimonialista e per niente moderno e competitivo) su cui una buona parte del paese si è adagiato nel corso di questi decenni. Così oggi si riscopre, per esempio, che a più di centocinquanta anni dall’Unità abbiamo ancora un’irrisolta Questione Meridionale a cui se ne è aggiunta una seconda, la Questione del Centro-Nord, caratterizzata da microimprese largamente inadeguate all’attuale livello di competizione! Questo scontro ideologico tende a riprodursi in forme nuove: cambiano alcuni contenuti, ma resta che l’Altro, l’avversario, è sempre giudicato come una sorta di nemico da abbattere. Magari perché è ora identificato come un “traditore”, oppure (ma in fondo è lo stesso) con la “casta”, i “poteri forti” e così via. Il punto, mi pare, è che anche questa ideologia politica va a braccetto con le pretese di una redistribuzione spartitoria. E in questo senso è una riedizione del vecchio populismo, di sinistra e di destra. Prima di dire qualcosa di più preciso su queste forme di populismo conviene ora gettare uno sguardo sul nostro capitalismo e precisare cosa intendo quando dico che è patrimonialismo.

 

Un capitalismo patrimonialista

Lo stato attuale del capitalismo nostrano può essere riassunta con la sintesi (dopo un’analisi a cui è dedicato un intero libro) proposta da Pierluigi Ciocca (2007), e certamente condivisa da moltissimi economisti di varie tendenze (si veda, per esempio, E. Felice, 2015). La sua interpretazione arriva al 2005, ma nel frattempo la situazione si è ulteriormente aggrava per via della crisi scoppiata nel 2008 e mai veramente superata (il nostro PIL è ancora al disotto della fase pre-crisi). Dice Ciocca (pp. 340-41): “Da un lato si è fatto più rapido il mutare delle tecniche… e dei vantaggi comparati (primazia di alcuni paesi industriali nell’accesso alla nuova tecnologia, comparsa sulla scena commerciale internazionale di paesi capaci sia di qualità sia di bassi costi nelle stesse tradizionali produzioni dell’Italia).

Dall’altro lato la prontezza dell’economia italiana nel cogliere queste opportunità, far fronte alla sfida che pure in esse è insita, riallocare le risorse è stata ostacolata dal concorso di tre ordini di fattori: carenze interne al sistema delle imprese, pesi gravanti sulle imprese dall’esterno, insufficienti stimoli lato senso concorrenziali sui produttori. Gli impedimenti alla crescita hanno fra loro interagito. La ridotta concorrenza non ha indotto ad accumulare di più e a crescere la dimensione d’impresa. Le diseconomie esterne hanno dissuaso dall’affrontare i costi e i rischi insiti nel tentativo di colmare … le carenze interne del sistema produttivo. Si sono ricercate modalità collusive e protezionistiche nella difesa del profitto, preservando lo status quo. La minore crescita … ha perpetuato i gravami insiti nella finanza pubblica. Le carenze interne si sono accentuate. Un circolo vizioso ha impedito di rispondere alle sfide internazionali che si facevano minacciose. Ha impedito di cogliere appieno le chances offerte dal progresso tecnico e dal riconfigurarsi dei vantaggi comparati”.

Tra le carenze delle imprese va citato il caratteristico nanismo. Da dati recentissimi dell’Inps (che per via dell’economia nera sono sotto rappresentativi) le imprese private (inclusa l’agricoltura) con meno di 5 dipendenti sono quasi all’80%. Si arriva quasi al 94% col totale delle imprese fino a 15 dipendenti. Quelle con più di 15 dipendenti sono appena il 6, 22%, che per altro dà lavoro al quasi il 64% degli occupati. Statistiche simili si trovano per il passato, anche con riguardo all’industria (per esempio, dall’ISTAT si ricava che tra il 1951 e il 2001 (in media) su oltre mezzo milione di imprese manifatturiere quasi quattrocentocinquantamila era costituito da imprese con meno di 10 dipendenti; le duecentoventitré imprese con 1000 e più dipendenti occupava quasi seicentomila persone, cioè il 12% circa di tutti gli occupati manifatturieri, che arrivano al 95, 8% se consideriamo l’insieme delle imprese con più di nove addetti). Mi limito a ricordare che nanismo significa quasi sempre assenza di ricerca e sviluppo, bassa tecnologia e scarsa capacità di reazione al cambiamento tecnico, del mercato, della competitività internazionale. Significa anche scarsa capitalizzazione e – ne parliamo qui di seguito – spiccata propensione al patrimonialismo.

Questa situazione, dicevo, è stata ulteriormente aggravata dalla crisi mondiale scoppiata nel 2008. Una certa ripresa degli investimenti, anche in nuove tecnologie, si è avuta solo con una serie di misure, “mirate” proprio su alcuni dei fattori frenanti di cui sopra, varate dal governo Renzi dal 2014 (industria 4.0; super ammortamenti; Jobs Act; liberalizzazioni ecc.). La vera domanda, dunque, è: perché il capitalismo italiano e più in generale l’intero paese (o quasi) è incapace di reagire? E perché lo è in modo recidivo in una situazione complessiva in cui un minimo di competenza economica suggerisce che, specie l’Italia, non può certo risolvere tali problemi di capacità produttiva rinserrandosi entro i suoi confini?

Queste domande sono inoltre aggravate dalla seguente considerazione: la ricchezza c’è, eccome, anche se è mal distribuita. Lo dimostrano le cifre sulla ricchezza complessiva, dove l’Italia figura la prima nel mondo sviluppato (con circa il 700% del PIL nel 2010, contro un 400% della Germania e degli USA) (dati di Piketty, 2014, p. 261). Si noti che sempre a quella data l’Italia aveva ancora il più alto tasso di risparmio (il 15% contro il 7,7% degli USA) pur con il più basso tasso di crescita (1,6%) del reddito nazionale pro capite. Ancora più interessante è la composizione del risparmio: l’Italia tra il 1970 e il 2010 ha un tasso medio di risparmio privato complessivo del 15%. Questa quota è composta da un 14,6% di risparmio netto delle famiglie e di un 0,4 di risparmio netto delle imprese (ovvero: di profitti reinvestiti!!), appena il 3% del risparmio complessivo, contro il 23% della Germania, il 19% della Francia, il 40% degli Stati Uniti, il 53% del Giappone. Da notare che queste percentuali sono al netto della svalutazione del capitale (la percentuale è rispetto al reddito nazionale). Infine, l’Italia risulta il paese in cui, tra il 1970 e il 2010, il capitale privato è passato dal 240% del PIL al 680% (diventando il primo in assoluto dai primi anni 2000) mentre il capitale pubblico è passato dal 20% a -70% del PIL! (Piketty, ivi).

Si potrebbe continuare, ma questo può bastare perché, insieme alle considerazioni di Ciocca e ai dati sulla produttività del lavoro, dà un’idea abbastanza precisa. Si può forse aggiungere, perché confermano i dati già citati sulla sola produttività oraria del lavoro, che una studio recente sulla produttività totale dei fattori dice che l’Italia: a) ha invertito la tendenza alla crescita negli anni novanta ; b) ha continuando a cadere sino al 2015, allontanandosi da Francia (quasi -15 punti), Germania (oltre -15 punti) e Stati Uniti (oltre -22 punti) proprio con la moneta unica, evidenziando un’incapacità sostanziale a reagire all’accresciuta competitività senza il ricorso (sistematico in passato) alla svalutazione monetaria. Questo dovrebbe fare preoccupare molto tutti.

Invece si preferisce (specie a sinistra) limitarsi a parlare genericamente delle accresciute disuguaglianze. Una cosa sono però disuguaglianze che crescono nello sviluppo (lo sviluppo che finanzia il welfare, infatti, tende a diffondere i suoi benefici, soprattutto se raggiunge un tasso intorno al 3% annuo), ben altra cosa sono invece disuguaglianze che crescono perché lo sviluppo è sostanzialmente bloccato, come nel nostro caso (si veda Piketty, 2014a e 2014b; Franzini e Pianta, 2016; Deaton, 2014 e Stiglitz, 2006).

Possiamo riassumere così: da un lato i privati hanno una forte ricchezza accumulata (in beni mobili e immobili) nel tempo mentre, specie dalla metà degli anni novanta, investono assai poco in capitale di rischio (cioè in imprese competitive); dall’altro lato, lo stato fa debiti crescenti. Quindi paese ricco, stato povero è la necessaria conclusione. Mi pare che si possa tranquillamente affermare che questo sia stato il risultato di quel consociativismo spartitorio di cui ho detto. Ma la cui altra faccia è il patrimonialismo degli imprenditori, grandi, piccoli e piccolissimi. Cioè della loro spiccata tendenza a evitare i mercati concorrenziali e a patrimonializzare i profitti, anziché investire rischiando.

Patrimonializzare significa: accumulare ricchezza familiare, sia in immobili che in titoli vari, ed evitare (come appena accennato) l’investimento rischioso nei nuovi settori. Questa scarsissima propensione al rischio (confermata dai dati di Piketty sul risparmio) è una vecchia tara italiana, la quale pesa però tantissimo, ora che è completamente mutato il quadro della competizione internazionale e sono emerse prepotentemente nuove tecnologie e nuovi settori. Da un dato recente (2018) e assai significativo sulle cosiddette Start up, che dà un’idea della propensione all’innovazione di un paese, l’Italia risulta ben ultima per investimenti di Capitali di ventura (appena 28 milioni, contro i 1.285 della Germania e i 1.227 della Gran Bretagna e i 233 della Spagna). Battiamo solo la Grecia (che ne ha investiti 12). Ed è un dato che conferma un trend (Corriere della Sera del 4/04): non ci sono società che investono sulle imprese innovative (dette appunto Società di ventura), perché ci sono pochissimi propensi a rischiare soldi in investimenti altamente incerti e ci sono però anche pochissimi innovatori. Ci sono pochissimi di entrambi perché manca (storicamente, anche questo è parte delle due subculture politiche) la cultura del rischio. Manca, in poche parole, la cultura tipica del vero capitalismo (che, come negli USA, dovrebbe essere diffusa soprattutto nei piccoli, per cercare di diventare grandi), mentre prevale, e nettamente, quella patrimonialistica (si rammenti che nell’Italia centrale, per ragioni storiche, molti artigiani e piccoli imprenditori sono stati di tradizione rossa)!

Piccola e media impresa, dunque, quasi mai diventano grandi imprese e una ragione sta, molto probabilmente, in questa assai scarsa propensione al rischio pur in presenza di assai importanti ricchezze private (non solo di grandissimi ricchi). Dato peraltro confermato da altri noti aspetti, come l’assai scarsa capitalizzazione delle imprese (sulla media Europea) e la loro netta propensione a lavorare col credito bancario piuttosto che con capitale proprio. Del resto, l’esempio che è venuto (e continua a venire) dalle (poche) grandi imprese private va nella stessa direzione, con la differenza che queste si sono protette tramite incroci azionari e con la salvaguardia offerta da Mediobanca (ora anche da altri grandi istituti bancari), secondo un’antica tradizione di un grande capitale privato protetto dallo stato (un tempo in parte giustificato dalla massiccia presenza dell’industria di stato, cosa che peraltro non giustificava la loro scarsa internazionalizzazione).

Esemplare in tal senso la fine, spesso penosa, di alcune pur importanti privatizzazioni degli anni novanta (come quella di Telecom). Non ha caso alcuni economisti ne hanno parlato come di “capitalisti senza capitali”.

Un altro aspetto da considerare è il sistema bancario, anch’esso frammentato e inefficiente. Al 2015 la Banca d’Italia registrava la presenza di più di 600 banche! Una cifra senza senso, apparentemente. La maggior parte di queste banche è assai piccola, opera a un livello locale e ha una forma giuridica di credito cooperativo (a parte le varie Banche popolari e le Casse di risparmio). Quindi, dobbiamo pensare a 600 consigli di amministrazione, altrettanti Presidenti, amministratori delegati, direttori generali e via dicendo. Cioè un potere materiale e diffuso sul territorio, il che spiega perché questo mondo si sia opposto alle reiterate richieste della Banca d’Italia di riformare il settore. Spiega anche perché vi sia stato un coro generale di protesta (persino tra le fila del PD) contro le misure prese dal governo Renzi per accorpare e rendere più efficiente e più trasparente il settore. Solo lo scandalo delle banche venete (queste, oltretutto, piuttosto importanti) ha messo fine alle proteste. Anche questo è un aspetto (insieme ad altri, come la confusione tra industria e quotidiani e persino Televisioni) di quel consociativismo spartitorio che tanto ci caratterizza a tutti i livelli.

Si tratta, dunque, di un vero coacervo di interessi, ormai ben consolidato e radicato, che in vario modo riguarda grandi e piccoli imprenditori, banche grandi e piccole, commercianti, sindacalisti e lavoratori garantiti e il mondo che ruota intorno a loro. Chiunque provi a toccarlo veramente rischia di fare una cattiva fine (le varie riforme, varate dai primi anni novanta, si sono non a caso sempre fermate a metà, quando non sono sostanzialmente fallite). Ed è quello che io credo che sia accaduto con i governi del PD (specie a quello di Renzi), verso cui anche una parte importante del cosiddetto establishment ha ben presto mostrato un’evidente insofferenza (per il suo “decisionismo” avverso alla consociazione).

Non c’è dubbio, il PD è stato oggetto di un forte fuoco incrociato, da sinistra, dal centro e da destra. Ma ciò che ne ha veramente decretato la recente importante perdita di consenso, a mio parere, sono state (oltre al Jobs Act, fortemente osteggiato dai sindacati, specie dalla CGIL) le due riforme che hanno avuto un impatto di massa. Mi riferisco alla riforma della scuola e a quella della P. A. Ci sono ricerche demoscopiche che attestano che il grosso del consenso per il PD sia stato perso tra gli insegnati e il pubblico impiego, ossia tra due dei grandi soggetti di massa “riformati” (del resto i media hanno documentato l’opposizione di insegnati e burocrati).

A questo va aggiunto che il clamoroso (per repentinità e entità) successo della Lega nelle regioni rosse non può essere spiegato soltanto dalla paura per l’immigrazione, dato che le altre importanti parole d’ordine leghiste sono state l’abolizione della Fornero, contro il Jobs Act e meno tasse a chi lavora. Poiché queste sono terre di piccola e piccolissima impresa, queste pretese, chiaramente populiste, hanno trovato consenso tanto tra imprenditori e artigiani quanto tra lavoratori dipendenti, mentre il PD veniva descritto come tramutatosi nel partito della “casta”, dei privilegi ingiustificati e delle disuguaglianze. Solo così si spiega come Renzi, da leader politico di grande successo popolare (si dimentica che nelle elezioni europee del 2014 prese oltre il 40%?), sia diventato improvvisamente (?) “antipatico”. In mezzo tra quella data e quella del referendum costituzionale ci sono state appunto le riforme da Renzi volute. Anche nel PD pochi ne hanno parlato, ma sono convinto che siano state proprio le riforme a fare girare il vento, tramutando la simpatia in antipatia (si noti: quelle sulla scuola e la P. A. hanno iniziato ad agire veramente proprio tra il 2016 e l’anno in corso). Naturalmente gli “amici” di Leu (e della CGIL) in questo hanno giocato un ruolo non proprio secondario, con un lavorio contro Renzi di almeno quattro anni e a tutti i livelli! Non importa che poi non abbiano preso loro i consensi per questa diffusa “antipatia”. Importa che l’abbiano pompata stando all’interno (per lungo periodo) del partito proprio descrivendolo come il “traditore” dei lavoratori e dei valori della “vera” sinistra.

 

Vecchi e nuovi populismi

Naturalmente che vi sia una continuità sostanziale con i vecchi populismi di sinistra e di centro-destra (un tempo in gran parte raccolti sotto la DC, ma anche l’estrema destra non ne era affatto esente) non significa che non vi siano discontinuità, e quindi (anche) novità (sul populismo due delle più complete rassegne in italiano sono Chiapponi, 2008 e Tarchi, 2015). Il tempo passa per tutti e le cose tendono a cambiare, anse se qui pare sempre in peggio. Ma vediamo, innanzitutto, cosa è cambiato. All’inizio di questa nota ho sostenuto che al di sotto delle ideologie ufficiali delle due subculture politiche v’erano elementi culturali populisti, elementi che le due dottrine ufficiali coprivano e mascheravano facendo sì che in essi fossero assenti due tipici elementi caratteristici del populismo (anche attuale). Cioè l’antipolitica e l’antintellettualismo.

Anzi v’era fiducia sia nella politica (direi essenzialmente nei due partiti, assai meno nelle istituzioni della democrazia come tale per quella contrarietà al liberalismo di cui ho detto) sia negli intellettuali (specie quelli “organici”).

Per comprendere questa differenza può forse essere utile la distinzione tra ideologia e mentalità proposta da Juan J. Linz (2006: 237-40) e ripresa da Tarchi (ivi). La prima sarebbe un atteggiamento intellettuale, un modo di pensare, fortemente legato a sentimenti (di avversione verso qualcuno e verso qualcosa: stranieri, partiti, istituzioni, intellettuali, entità etnico-regionali, élites, mercato concorrenziale ecc.); la seconda sarebbe, un contenuto elaborato, una “dottrina”. Quest’ultima, specie in un’epoca di predominio dei partiti di massa tradizionali, può certamente fare da velo sulla seconda, coprendola e “razionalizzandola”. Questo soprattutto se nella “dottrina” vi sono temi e argomenti che in forme assai più sofisticate non solo sono facilmente interpretabili dalle larghe masse con modalità assai semplificate, ma suscitano anche sentimenti fortemente avversativi verso certe specifiche élites (quindi, non verso le élites in generale) e verso certe ideologie politiche (per esempio quella comunista o al contrario verso quella democristiana). Specialmente se (come nel caso del nostro consociativismo occulto) il dibattito pubblico era caratterizzato da un costante e forte scontro politico-ideologico. Nella comunicazione pubblica (tramite i mass media) è questo che alimenta e indirizza il primo, cioè la mentalità populista.

Nella sfera pubblica la “dottrina” (spesso assai semplificata) si presenta come un dato oggettivo, come qualcosa a partire dal quale si discute come se fosse un dato di fatto (“è così che stanno le cose”). In questo senso, come ha spiegato la teoria dell’organizzazione (Simon e March, 1958), le affermazioni che si presentano come “fatti” (seppur di opinione) sono ormai prive, proprio in quanto “dati”, di tutta l’incertezza che, in “origine”, caratterizza il momento della scelta che ha dato loro origine (come quando si deve decidere il “cosa” e il “come” di una policy). Con ciò essi perdono tutta la loro problematicità, ossia non solo che vi potrebbero essere alternative migliori ma che, pur divenuti ormai “fatti”, anche i loro esiti sono in realtà incerti. A maggio ragione se quel “dato” si presenta conforme a un valore morale (apparentemente in sé indiscutibile). Lo spettatore può certo attribuire quei contenuti a latenze di chi parla (interessi, pregiudizi, ecc.), ma la sua alternativa si limita all’eventuale rifiuto. Mancano infatti le informazioni (e il tempo) per discutere con la ragione i “perché” di quelle affermazioni. Nei mass media (specie la TV) le stesse opinioni si presentano come fatti.

Ne parliamo come “seconda realtà” perché quella dei media è solo una piccolissima frazione di quanto accade quotidianamente nel mondo, ma è pur sempre l’unica realtà a cui il grande pubblico ha accesso.

Essa, inoltre, poiché è “costruita” con criteri propri dei media (varie “messe in scena”) e lo spettatore né è in qualche modo consapevole, assume il carattere di dato. Il dato di fatto di una descrizione di uno stato del mondo fatta da qualcuno. Perciò, infine, questa realtà sul piano politico si configura al più come contrapposizione tra visioni valoriali del mondo, i cui presupposti sono tuttavia razionalmente indiscutibili perché (da chi parla) dati per scontati o persino effettivamente ignorati. Poiché la comunicazione è un processo ricorsivo (e selettivo) di temi e argomenti che si affermano (e così acquistano una propria storia), alcuni di essi diventano subculture che si riproducono: e allora si tratta solo di schierarsi per l’una o per l’altra (senza una terza possibilità).

Nel nostro caso, peraltro, lo scontro pubblico era sostanziato dal consociativismo spartitorio. Dunque, quei sottostanti populismi erano, quale che ne fosse la giustificazione culturale, alimentati materialmente. Così, le idee che li legittimavano sono diventate interessi, magari in forma di “diritti”, di “conquiste”, ma anche in certi casi di privilegi, rapide carriere fuor da ogni merito che non fosse la fede politica di appartenenza (sul territorio: le migliaia di aziende pubbliche locali; le cooperative, rosse e bianche; i consorzi e così via). Questo legame forte tra ideologia politica e interessi è stava vera soprattutto a sinistra (nell’altro versante troviamo molto più opportunismo) per il generico riferimento ai valori dell’uguaglianza che la “dottrina” poneva come una sorta di dogma di fede.

I valori, infatti, non dicono (in quanto tali) né il “come” né il “quando” siano realizzabili, né tanto meno si preoccupano di indagare le possibili conseguenze. Specie quando siano posti come Assoluti (e l’idea di uguaglianza ha avuto questo carattere) essi valgono esclusivamente in sè stessi, senza riguardo alcuno per le loro conseguenze.

Eppure, in concreto e a seconda della situazione essi possono essere definiti e realizzati in molti modi alternativi e questo produce dissenso, non consenso. Come infatti la storia ha mostrato in tutti i casi concreti (specie nei paesi del cosiddetto socialismo reale), la loro realizzazione ha prodotto conflitti spesso acuti e quindi repressioni, gulag e persino massacri di massa. Capita proprio nei casi in cui una “dottrina”, ufficiale e dotata di potere monocratico, crea le sue “eresie”. In Italia (dove il PCI non era al potere) i conflitti producevano solo “scissioni” o magari “espulsioni” o anche “movimenti” (per questo qui il ‘68 è durato per decenni e ha prodotto un terrorismo che si è protratto sino ai primi del nuovo millennio; sui valori, specie in politica, rimando a Addario, 2017 e 2018a).

Ora, la trasformazione del PD da partito “etico” (io direi moralista) in partito riformista aggiornato (quindi: non più “socialdemocratico”, se per socialdemocrazia intendiamo classicamente un partito “di lavoratori” orientato dai valori dell’uguaglianza socioeconomica perseguiti stabilmente, però, in via democratica) ha avuto per effetto una sorta di allontanamento da una parte consistente del suo tradizionale elettorato. Ciò perché è proprio quella subcultura originaria, ma assai radicata, che con le riforme il PD, nella sua grande maggioranza, ha abbandonato. Questo, peraltro, è proprio ciò gli imputano i fuoriusciti confluiti in Leu, che costituivano un pezzo importante delle vecchie oligarchie e che l’affermazione di Renzi aveva “rottamato”.

Poiché da almeno un ventennio i partiti sono venuti perdendo l’antica centralità (sia per ragioni internazionali sia per importanti cambiamenti sociali sia, infine, perché alcuni sono scomparsi e altri sono sorti), è anche venuto meno quell’egemonia che i partiti in quanto tali avevano sulle subculture. Queste sono però rimaste proprio sotto l’aspetto generico di quel populismo vecchio stile che caratterizzava le vecchie “dottrine” e che nel tempo si è sostanziato in interessi materiali stratificati. In questo senso essi sono stati sensibili ai richiami di nuovi populismi, i quali, tuttavia, a ben vedere derivano in qualche modo (pur nelle loro novità) da quelle tradizioni. Se guardiamo ai due fondatori dei 5 Stelle, uno (Grillo) proviene dalla tradizione del vecchio PCI genovese (i Camalli del porto), l’altro (Casaleggio) dalla destra moderata di FI. Anche la Lega, peraltro, viene dalla dissoluzione della DC del Nord-Est, terra di piccole imprese. Nella storia sociale non si ha mai la “creatio ex nihilo”. C’è sempre qualche precedente, anche nell’innovazione.

Per guardare alle novità, propongo innanzitutto di distinguere due populismi. Uno, quello della Lega, ha un centro chiaramente e intenzionalmente strumentale: la questione immigrati. Anche gli altri due sono strumentali, cioè l’abolizione della Fornero e del Jobs Act. Strumentali nel senso che ritengo che Salvini sappia bene che si tratti di temi con cui può ricavare molto consenso, ma che potrà toccare solo in parte (alquanto minima).

Del resto, una fetta importante del suo elettorato è variamente legata al mondo delle piccole imprese e quindi è consapevole che questi elettori non sarebbero favorevoli a modificare veramente queste riforme. L’amalgama di paura suscitata ad arte per gli immigrati (anche sul terreno dell’occupazione) e di avversione alle riforme varate dal governo e ritenute (alla luce dei vecchi populismi) o “di destra” o comunque “antipopolari” ha avuto un bel successo, proprio perché quelle riforme sono andate a intaccare tabù consolidati: il posto di lavoro sotto casa e intoccabile, anche se si lavora male, poco o addirittura non si lavora affatto (come nel pubblico impiego); assenza di criteri meritocratici (vedi gli insegnanti) sia per la carriera sia (soprattutto) per la retribuzione; pensioni come strumento per risolvere le crisi industriali; sovvenzioni a fondo perduto e cose simili. Tutte cose che la sinistra (specie quella sindacale, ma non solo) ha fatto passare come “diritti dei lavoratori”, senza riguardo alcuno per i costi e per le conseguenze sull’organizzazione del lavoro (sia in termini quantitativi che qualitativi).

Qui, insomma, l’originario etno-regionalismo della Lega (quella di Bossi) è stato rimodulato in chiave “sovranista”, anche nel tentativo (solo in parte riuscito, manca ancora il Sud) di fare della Lega un partito nazionale. Qui il riferimento al “sovranismo” mi pare particolarmente pertinente, per il semplice fatto (assai poco rilevato dai media) che in Italia di fatto l’idea di Nazione è stata sostanzialmente assente (anche, ma non solo, a seguito della tragedia del fascismo: le due subculture sono state quantomeno ideologicamente anazionalistiche se non persino antinazionalistiche). Il sovranismo credo serva soltanto per provare a scaricare sull’Europa l’impossibilità di ricorrere ulteriormente al debito pubblico per finanziare proposte demagogiche come la flat tax (e il reddito di cittadinanza dei 5 Stelle), oltre che per proporsi come partito nazionale (abbandonando così le tematiche contro il Meridione).

L’altro populismo, quello alla Rousseau dei 5 Stelle, è un vero populismo riverniciato tecnologicamente (peraltro perfido e oscuro sul piano pratico: chi e come decida nella Casaleggio e Associati è un mistero; ma di questo al “popolo”, e a quanto pare anche ai militanti, non importa un fico). Se ne è parlato come di webpopulismo, ma questo è solo il lato visibile.

Rousseau pubblicò il Contratto sociale nel 1762, e, a dire il vero, sapeva assai poco di democrazia rappresentativa (allora presente solo in Inghilterra, in forma ancora limitata e in parte mascherata dal regime monarchico). Peraltro, forse il mondo del suo tempo era pensabile che potesse essere governato dalla Volontà generale di un popolo riunito in una assemblea permanente. Non è chiaro come, visto che la Francia del suo tempo superava abbondantemente i venti milioni di abitanti. Ma almeno idealmente, forse, si poteva abbozzare una tale utopia (la Francia è stata a quel tempo il paese per antonomasia delle utopie politiche). Non a caso Rousseau è considerato un dei padri originari del Romanticismo! Tuttavia, detto per inciso, ho il sospetto che i Grillo e i Casaleggio e compagni non abbiano affatto letto Rousseau e il suo Contratto. L’autore, infatti, afferma esplicitamente di voler proporre un ragionamento in astratto, cioè ammesso (ma non concesso) che il popolo fosse già quel popolo che sarebbe stato in grado di pervenire ad una autentica “volonté générale”. Lui sapeva bene che il popolo non era ancora “quel” popolo, e infatti propose, per quella fase storica, il grande Legislatore che, con le leggi appropriate, facesse in modo che il popolo diventasse proprio “quel” popolo. È così che si autointerpretarono i Giacobini e sappiamo come finì.

Richiamo queste note di storia del pensiero solo per evidenziare la vacuità della pretesa democrazia diretta (tramite la rete e tutto il resto) dei 5 Stelle. L’assoluta demagogia sia della loro proposta che della loro pratica. E l’inganno, naturalmente. Cosa succeda veramente nella Casaleggio e Associati (che controllano gli iscritti, elaborano i dati e così via) nessuno lo sa. Resta poi l’altra questione sostanziale. E cioè il “come” si pervenga alle proposte su cui, poi ma solo poi, gli iscritti sono chiamati a votare; “chi” le elabora e perché proprio “quelle” e non altre? Ci sarebbe anche la questione di quanti votano effettivamente rispetto agli iscritti e così via. Infine, ma non per ultimo, la questione di che senso abbia votare per cose la cui natura resta per lo più oscura, e non solo all’elettore medio, richiedendo delle competenze specialistiche.

Almeno Rousseau si poneva il problema per cui, per fondare un Contratto capace poi di formare, volta per volta, a una “volontà generale”, gli uomini avrebbero dovuto innanzitutto pervenire ad una stato di integrale moralità. Una condizione che lui definiva di “alienazione totale” da interessi e pregiudizi particolari! Solo dopo si sarebbe potuto fondare il Contratto istitutivo dello stato! Qui invece conta solo fare un clic su una tastiera. Il popolo è buono per natura e, perciò, ha sempre ragione. Questa è la vera, povera, ideologia di fondo dei 5 Stelle Anche quello che portò al potere Hitler era popolo (in buona parte costituito di proletari). Questo solo per evidenziare la superficialità dei 5 Stelle, a iniziare dai suoi fondatori, superficialità, però, manipolatoria (e quindi furbesca). E questo insieme di ignoranza, superficialità e manipolazione che dovrebbe far paura. In un colpo si fa uno sbrego per cancellare tre secoli di costituzionalismo europeo, peraltro approfittando, con demagogia di bassa lega, proprio della democrazia rappresentativa!

Veniamo infine al cuore del loro “programma”: il reddito di cittadinanza, un’idea scopiazzata e di cui esistono molteplici versioni (tra chi se ne intende veramente). Non è affatto chiaro di che cosa stiano parlando (non ci sono numeri veri, tanto meno progetti, e quando sono abbozzati sono sbagliati).

Ma, appunto, non è questo che conta sul piano della propaganda. Di fatto ciò che conta e ha contato è che gli elettori lo intendano come l’ennesima grande redistribuzione anche, e direi soprattutto, a chi non lavora. Per questo hanno avuto un grande successo nel Mezzogiorno, per il quale una cartina elaborata dall’Istituto Cattaneo mostra come il voto 5 Stelle sia sostanzialmente sovrapponibile a quello dato alla DC nel 1992! Sarà un caso, ma l’idea di un reddito garantito a chi non lavora assomiglia molto alle tradizionali regalie clientelari democristiane, poi sostituite da quelle di FI. C’è da pensare che queste si siano premunite dall’evidente declino di Berlusconi, mentre ancora non si fidano di Salvini (che ha un vero partito alle spalle ma è ancora, come ceto politico, tutto nordista).

Per riassumere, in ambedue questi populismi troviamo la centralità della polemica contro la “casta”, sebbene uno si presenti ancora come partito e l’altro come movimento. Ambedue sono antintellettuali. Ambedue non parlano dello sviluppo, che sarebbe la questione centrale, e si propongono di eliminare proprio le riforme introdotte dal PD, quelle riforme che vengono viste come antiegualitarie (e “quindi” a favore della “casta”). Con questo, però, si inseriscono pienamente nella tradizione delle due vecchie subculture.

Forse non è un caso che nelle regioni rosse la Lega guadagni più dei 5 Stelle, sottraendo voti al PD. Qui forse permane una maggiore abitudine a votare per un partito anziché per un movimento (questo vale anche per il clamoroso insuccesso di Leu, che non solo partito non è, ma si è mostrato subito diviso al suo interno e dominato da oligarchi da tempo screditati). Non è un caso, dunque, che nessuno di costoro parli delle ragioni della perdurante crisi economica e di come si potrebbe rimettere in moto lo sviluppo. Ciò significherebbe infatti richiamare responsabilità diffuse (anche tra i lavoratori e rispettivi sindacati), ammettere che l’economia ha gravi deficienze strutturali, che c’è troppa evasione fiscale e contributiva e che un debito delle dimensioni di quello italiano non consente certo quella distribuzione a fondo perduto che loro promettono. Anche in questo v’è un nesso tra vecchi e nuovi populismi.

Vorrei concludere questo punto con una citazione (Tarchi, ivi: p. 77), che, fatte salve le novità appena viste, ben descrive il tratto generale del populismo: il populismo è quella “mentalità che individua il popolo come totalità organica artificiosamente divisa da forze ostili, gli attribuisce naturali qualità etiche, ne contrappone il realismo, la laboriosità e l’integrità all’ipocrisia, all’inefficienza e alla corruzione delle oligarchie politiche, economiche e sociali e culturali e ne rivendica il primato, come fonte di legittimazione del potere, al di sopra di ogni forma di rappresentazione e di mediazione”.

Tutto ciò, ovviamente, può presentarsi con gradazioni diverse caso per caso. Se questo è vero, c’è peraltro una straordinaria somiglianza tra il movimento dell’Uomo Qualunque dei primissimi anni del dopoguerra e le tesi dei 5 Stelle, mentre in Salvini vi sono punte che suonano fortemente autoritarie.

Siamo chiaramente di fronte a una regressione collettiva. Ritengo, però, di aver mostrato come questa “mentalità” sia forse meglio definirla una cultura diffusa che, proprio perché radicata in vecchie subculture politiche, si potrebbe anche definirla una ideologia (una Weltanschaung), nel senso lato di un modo di intendere il mondo sociale e il suo rapporto con la politica. Un modo oggi privo di vere “dottrine ufficiali” ma che si mantiene e si riproduce, per un verso, con il suo accoppiamento con precisi interessi e pratiche (consociativismo spartitorio) e, per un altro verso, con la comunicazione sia al livello d’interazione quotidiana con il proprio milieu sociale, oggi in gravi difficoltà, sia al livello pubblico generale nei mass media che, alla costante ricerca dell’audience, enfatizzano temi e argomenti populisti. Temi che, tra l’altro, si prestano particolarmente alle esigenze del linguaggio giornalistico.

 

Uguaglianza e disuguaglianze

Concludo questa nota riprendendo brevemente la questione che sta al centro del populismo di sinistra, ossia l’uguaglianza (socieconomica) come valore. Nel citato intervento, Bobbio la indica come la distinzione politica fondamentale. Già allora (1994) essa suscitò varie polemiche, soprattutto da parte di chi sosteneva che la distinzione/destra sinistra non aveva ormai più significato. Qui non interessa entrare nel merito di quel dibattito (in buona parte fuorviate). Come già ricordato, è un dato che tale distinzione sia stata realmente fondamentale sul piano storico, è tale è stata per le subculture politiche dell’Italia repubblicana (questo è in parte vero già dalla fine dell’Ottocento). Tematizzata diversamente sul piano dottrinario, essa era presente anche tra i cattolici, specie appunto in quelli di sinistra.

Tramite il concetto di Charitas Cristiana, ma, più in generale, pure tramite la tradizione delle clientele della società di ceto, in Italia di fatto protrattasi sino alla fine dell’Ottocento – tramite i notabili locali – e poi riadattatosi nell’intreccio tra politica e società con l’introduzione del suffragio universale, specie ne Mezzogiorno, ai primi del Novecento.

Il punto decisivo, tuttavia, è che, soprattutto in Italia, essa è stata parte di un diffuso anticapitalismo (a destra nella forma di corporativismo avverso alla concorrenza). Per questo, come ho sostenuto in precedenza, essa è stata perseguita (pur nei limiti imposti dai rapporti di forza) senza alcun riguardo sul piano dell’efficienza, dei costi e, più in generale, dello sviluppo.

Nella sua versione più popolare essa è stata parte del consociativismo spartitorio e ha dato vita a costumi, idee e interessi che si sono costituiti, nell’insieme, come uno di quei fattori che frenano lo sviluppo (specie nel settore pubblico). Piketty e altri hanno mostrato come il problema delle disuguaglianze possa diventare pericoloso quando siano principalmente generate da un capitale la cui accumulazione (in forma monetaria) tenda a essere (almeno in parte significativa) sempre più sganciata da investimenti capaci di creare lavoro per i più (e quindi redditi sufficiente ad alimentare costantemente la domanda aggregata). In questo caso, come in definitiva fece il keynesismo tra gli anni trenta e ottanta del secolo scorso, occorre “salvare il capitalismo da sé stesso”.

Tuttavia, a me pare che in Italia il problema sia di tutt’altra natura. Nasca cioè più ancora da un prolungato mancato sviluppo e che questo, nel quadro dell’attuale globalizzazione, porta al progressivo declino. Qui, insomma, il problema è dato dal fatto che di vero capitalismo ce n’è poco. Mentre il grosso dell’economia si poggia su un debito pubblico di quasi 2300 miliardi di euro. Se i segnali d’insofferenza sono emersi solo a partire da questi ultimi quattro/cinque anni è perché le famiglie italiane avevano nel tempo accumulato una discreta ricchezza.

Anche a livello medio-basso, visto che quasi l’85% delle famiglie possiede almeno la prima casa in proprietà! Cosa che giustifica come qui la ricchezza complessiva sia ben più alta che non in un paese dall’economia ben più forte come la Germania. Ora gli effetti di declino si stanno consolidando, quantomeno in una parte importante del paese. Non mi riferisco solo al Sud ma pure a una parte del centro, rimasto ancorato a settori tradizionali che non hanno saputo rinnovarsi e tanto meno innovare, oppure si sono rinnovati ma lasciandosi alle spalle parecchie “macerie” (penso a certi distretti la cui ristrutturazione è stata altamente selettiva e probabilmente tardiva, oltre che al commercio che patisce della diminuzione del reddito disponibile e non ancora tornato ai livelli pre crisi).

Come ho più volte notato, di questo quasi non si parla. Soprattutto non dicono niente i populisti. Tuttavia spesso anche a sinistra ci si limita a una generica lamentala contro le disuguaglianze che crescono, mentre si dovrebbe parlare di sviluppo. Qui voglio solo ribadire che, a mio parere, questo accade perché della vecchia subcultura politica di sinistra è rimasta quell’idea di uguaglianza di origine marxista.

Questa idea, sebbene avesse anche una valenza morale, allora era per così dire giustificata dalla credenza (rivelatasi sbagliata) che il socialismo avrebbe liberato l’umanità dall’“oppressione” del capitale, realizzando nel contempo un’autenticamente umana socialità. Il socialismo reale (ma pure larga parte dell’industria di stato in Occidente) ha smentito questa “profezia” marxista. Questa cultura, tuttavia, è sopravvissuta nella sua dimensione morale, ora anzi esaltata dal populismo, specie quello dei 5 Stelle, mentre quello della Lega copre l’economia nera, l’evasione e il nanismo patrimonialista.

Perché diventa moralismo? Perché soprattutto il marxismo e la cultura da esso influenzata non comprendono un punto fondamentale della modernità. Ossia che essa non è strutturata in via gerarchica, secondo la vecchia immagine base-sovrastruttura. La società moderna è al contrario una eterarchia: i vari sistemi di funzione (economia, politica, scienza, arte, diritto ecc.) sono in una relazione di interdipendenza, nella reciproca autonomia. Ciascuno si riproduce infatti sulla base di criteri specifici. Perciò essi sono amorali (un punto questo non colto neppure da Bobbio). Se, per esempio, un’impresa decidesse di allocare i fattori di produzione con riguardo a regole morali (quali che fossero) essa – in regime di concorrenza – certamente fallirebbe. Questa peraltro è la ragione per cui oggi il lavoro è sempre caratterizzato da principi tecnici professionali. Perciò accade che chiunque sul lavoro venga giudicato immorale ciò in realtà si riferisca a un qualche importante aspetto della professione in questione. Per esempio, se si scopre che un ricercatore ha manipolato i dati della sua ricerca.

Al di là dell’eventuale disprezzo per questo gesto, sul piano scientifico ciò che veramente conta è che in realtà i dati sperimentali abbiano falsificato la ricerca. La morale (qui elementare e di senso comune) interviene, per così dire, solo in seconda battuta. Per fare un altro esempio, se un grande romanziere è stato una persona abietta con alcuni familiari o terze persone (e ne conosciamo diversi casi) non per questo non sarà più considerato un grande scrittore. La “qualità” della letteratura è del tutto indipendente dalle qualità morali degli autori. Cosa che vale in ogni campo, perché per i singoli sistemi vale soltanto ciò che è “tecnicamente” pertinente con la relativa funzione. Per questo un valente medico può essere un pessimo padre e marito o un grande artista uno sbandato.

Questo tuttavia ha un’importante implicazione per il nostro problema. Un principio di uguaglianza che voglia valere in chiave essenzialmente morale può solo fare danni, a breve e/o a lunga distanza. L’economia richiede che prima si produca e poi si redistribuisca. Se redistribuisco senza preoccuparmi dello sviluppo, da dove provengano le risorse necessarie, quali siano le conseguenze della redistribuzione sulla produttività e sui servizi ai cittadini, faccio solo del moralismo.

Faccio del moralismo perché prima o poi finirò sicuramente con l’aggravare i problemi e persino con l’aggravare le disuguaglianze. L’economia è un sistema di funzione il cui buon funzionamento dipende dalla continua produzione di differenze, non di uguaglianze (salvo quelle di opportunità, come dirò tra poco): di competenze, di ingegno, di solerzia e attenzioni e, naturalmente di investimenti (per quantità e per qualità).

I continui mutamenti di capacità produttiva che alimentano lo sviluppo in condizioni di competitività globale sono dunque la conseguenza della continua produzione di differenze. Differenze che generano altre differenze! Attestarsi sul valore dell’uguaglianza in chiave essenzialmente morale, e dunque senza riguardo alcuno per le conseguenze, è quindi del tutto sbagliato. Per questo sostengo che la pretesa di imporre valori morali ai sistemi di funzione oltre a produrre danni si riduce a moralismo. E infatti nei decenni passati atteggiamenti di questo tipo sono stati possibili soltanto perché sono stati scaricati sul debito pubblico! Cioè, in concreto, sulle spalle delle generazioni future (e che adesso iniziano a riguardare le generazioni presenti, viste la dimensione del debito e la sua longevità).

Ovviamente, si possono e si devono fare policies di sostegno delle fasce più deboli. Ma anche qui si dovrebbe decidere il “come” guardando sempre alle conseguenze. È nota, per esempio, la loro rilevanza in termini keynesiani di sostegno alla domanda aggregata. Ma è anche noto che nelle attuali condizioni di competitività internazionale è sempre più necessario guardare agli eventuali effetti perversi. Effetti che si generano quando queste politiche siano sganciate da criteri di efficienze ed efficacia. Un tipico caso, questo, in cui la morale si traduce in immoralità, oltre che in spreco. Ripeto, si può, per esempio, anche decidere di fissare per legge un reddito minimo garantito (sempre che vi siano le risorse), ma non certo per non fare niente o per far finta di fare, oppure fare tanto per fare senza utilità alcuna.

A mio avviso bisognerebbe spostare l’attenzione sulle pari opportunità. Queste sono molto diverse dalle uguaglianze socioeconomiche intese come un valore morale. Infatti, qui sì che si agisce su differenze, spesso determinate da condizioni sociali iniziali disagevoli, che possono diventare un danno sociale.

Per esempio, impedendo che dei talenti possano farsi valere per mancanza di motivazioni ambientali. Di questo ci si preoccupa assai poco, per esempio nel campo dell’istruzione. Qui la tendenza generale del nostro paese è stata ed è di eliminare (di fatto) la selezione scolastica, pensando in questo modo di ridurre le disuguaglianze. Niente di più sbagliato, anche pedagogicamente. La scuola deve essere selettiva, se vuole istruire veramente. Dovrebbe piuttosto agire in modo da supportare costantemente gli studenti che trovano difficoltà. Come varie ricerche attestano, spesso è una conseguenza di scarse motivazioni familiari o in generale ambientali, le quali condizionano pesantemente i risultati scolastici.

Le uguaglianze di opportunità sono di due tipi. Vi sono quelle di uguale accesso, che riguardano cioè condizioni iniziali eguali per l’accesso, in base al merito, a opportunità di lavoro più o meno scarse. Vi sono poi quelle di eguali partenze per questo accesso.

È chiaro che queste ultime sono le più importanti, perché sono proprio le uguali condizioni iniziali per l’accesso che poi condizionano fortemente la possibilità di partecipare alla competizione per le opportunità disponibili. Come ha chiarito Sartori (1995), specie nel caso della parità di condizioni per l’accesso si deve innanzitutto guardare a ottenere un uguale esito. E per ottenere questa parità nell’esito occorre però usare un criterio apparentemente paradossale e cioè trattare in modo diverso i diversi. In altre parole: è necessario guardare alle differenze, specie quelle iniziali, se vogliamo veramente ottenere l’uguaglianza! Inoltre, e questo è altrettanto importante, non v’è reale opportunità se gli esiti sono eguagliati totalmente (se cioè non si seleziona). Mancherebbero, infatti, le motivazioni e gli incentivi. Perché impegnarsi, faticare, se tutto è già stato ugualmente predeterminato, se alla fine gli incompetenti sono eguagliati ai competenti! Qui si dovrebbe ricorrere al seguente criterio: parti diseguali alle differenze rilevanti.

Magari tenendo conto di un secondo criterio: a ciascuno in ragione del merito. È soprattutto agendo veramente sulle differenze iniziali, dunque, che si può ottenere reale uguaglianza, perché è soprattutto a quel livello che si creano quelle disuguaglianze di accesso alle opportunità che si traducono in disuguaglianze socioeconomiche importanti (in sostanza, nelle carriere) e a volte cumulative e quindi permanenti. Anche per questo volere l’uguaglianza per ragioni genericamente morali diventa persino dannoso.

Ma intervenire sulle differenze che poi producono altre differenze (negli esiti) tramite certe uguaglianze (di accesso) è assai più difficile, perché richiede organizzazione, controllo e, ma non per ultimo, selezione (sia nel senso di trattare diversamente i diversi alla partenza, sia nel senso di “a ciascuno in base al merito”). Non è però solo più difficile, sovente è proprio rifiutata in quanto tale, perché ovviamente produce disuguaglianze finali. Questo è un punto cruciale per la vecchia cultura di sinistra: deve decidere se preferisce l’uguaglianza e però anche il declino (come i paesi del “socialismo reale”) oppure quelle disuguaglianze che sono ad un tempo causa ed effetto di sviluppo! Deve insomma mettere da parte quel residuo di anticapitalismo che dicevo.

Diciamo, in sintesi, che l’uguaglianza nel senso marxista risulta in realtà ingiusta, superato un certo limite (per esempio, di “reddito di inclusione”), perché superando quel limite ignora tutte quelle differenze (di merito, di capacità, di talento, di sforzo, di risultato) che permettono di generare quelle risorse e quel surplus che si pretende di distribuire in modo eguale. Il criterio di “lo stesso a tutti” vale soltanto, senza eccezione alcuna, per l’uguaglianza politica giuridica e nel senso di “a tutti lo stesso trattamento”. Il marxismo ne criticava il “formalismo”, ma si sbagliava profondamente. Tutti i diritti individuali e collettivi, compresi quelli sociali, sono un derivato di questa libertà eguale. Per i suoi costi crescenti, oggi, la stessa sanità può e deve essere erogata come pari trattamento, ma non più senza tenere conto dei livelli di reddito (tramite tickets, per esempio). Anche qui, dunque, si dovrebbe tenere conto delle differenze.

 

 

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