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Maggioritario a due turni: il sistema giusto per l’Italia

Redazione sabato 14 Dicembre 2019
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di Giorgio Gori, Enrico Morando e Lia Quartapelle

 

Il taglio del numero dei parlamentari ha riaperto da alcune settimane il dibattito sulla legge elettorale, innanzitutto tra i partiti che sostengono l’attuale Governo. Fermo l’accordo su ciò che andrebbe evitato – un sistema ipermaggioritario uninominale di collegio e un sistema iperproporzionale a bassa soglia di accesso – i partiti si sono confrontati sulle varie opzioni intermedie, tra cui quella positivamente sperimentata per l’elezione dei Sindaci nei comuni oltre i 15 mila abitanti: un sistema maggioritario che prevede il secondo turno di ballottaggio tra i primi due (partiti o coalizioni) classificati nel primo turno, con possibilità di apparentamento formale tra il primo e il secondo. Un sistema che consente agli elettori di scegliere col voto sia la rappresentanza (il premio al vincitore è, in termini di seggi, assai modesto), sia il governo (il vincitore è messo in grado di governare stabilmente per cinque anni, se ne è capace).

Va dato atto ai rappresentanti del PD d’avere con costanza proposto questa soluzione – favorita dall’ampio accordo che si profila sul superamento della disparità di elettorato attivo tra Camera e Senato – al tavolo con gli alleati. Ora però pare che le forze di maggioranza si vadano orientando – chi per rassegnata presa d’atto che la sua proposta non raccoglie il consenso degli altri partner (il PD), chi per “tenersi le mani libere” prima del voto, chi per preoccupazioni circa le dimensioni del proprio consenso elettorale – verso il puro e semplice ritorno al proporzionale. Oggi promettendo che sarà corretto da un “alto” sbarramento.

A distanza di quasi trenta anni dal grande moto di popolo che impose a suon di referendum l’abbandono del proporzionale, i cittadini italiani, che si sono abituati in questi anni a votare – meglio, a scegliere col voto – per i loro rappresentanti nella assemblea elettiva e contemporaneamente per il governo, verrebbero privati di questo secondo diritto/potere.

Non si dica che per la dimensione nazionale non lo hanno mai esercitato. Sono state la fragilità del sistema politico-partitico e l’incapacità di una compiuta riforma costituzionale ad indebolire e a rendere precaria la gestione della scelta degli elettori, nella fase successiva al voto.

È dunque al superamento di questi limiti che bisogna lavorare, se si vuole fare del voto degli elettori il più forte principio ispiratore per la formazione del governo. Col mero ritorno al proporzionale si lavorerebbe al conseguimento dell’obiettivo opposto.

Se l’Italia potesse permettersi di vivacchiare a lungo nello status quo, si potrebbe forse abbozzare, in attesa di tempi migliori: dopotutto, i deboli governi di (contraddittoria) coalizione post voto sono incapaci di scelte coraggiose e difficili, ma sono anche “naturalmente” inclini al rinvio. Non fanno in apparenza grandi danni (anche se andrebbe studiata la relazione tra proporzionale e crescita del debito pubblico, l’ultima cosa che l’Italia possa oggi permettersi).

Ma l’Italia in cui il numero di chi lavora continua a decrescere; dove salari e profitti non tengono il passo delle rendite, dove la produttività non cresce da quasi trent’anni, è un Paese che appare destinato a declino certo, senza una prolungata e coerente stagione di radicale cambiamento. E solo Governi che abbiano presentato agli elettori un preciso programma, abbiano ottenuto il consenso sufficiente e possano contare sul sostegno di una stabile maggioranza parlamentare, sono in grado di guidare il Paese nello sforzo necessario alla realizzazione di un cambiamento di tale portata.

Ecco perché noi pensiamo che questo non sia, per il PD, il tempo del realismo rassegnato (“non resta che il proporzionale”), ma quello dell’iniziativa, nel Parlamento, nel Paese, nel confronto con le altre forze politiche, di maggioranza e di opposizione, per la costruzione di rapporti di forza più favorevoli ad una riforma della legge elettorale che corrisponda alle esigenze dell’Italia. E non a quelle contingenti (e, spesso, mal calcolate), dei singoli partiti. Riteniamo peraltro che anche le altre forze politiche avrebbero interesse a sposare questa formula elettorale: quelle del centrodestra per l’ampiezza del consenso che attualmente raccolgono, il M5S per la libertà di manovra che si vedrebbe garantita, le stesse forze minori dell’attuale maggioranza per la possibilità di esprimere pienamente la propria identità e il proprio potenziale al primo turno.

L’esempio dei governi di tante città – grandi e meno grandi – è lì a dimostrare la funzionalità del maggioritario a doppio turno, sia rispetto alla rappresentanza sia riguardo alla necessità di una “democrazia decidente”. I cittadini lo conoscono come la “legge elettorale dei Sindaci”, ed è esattamente ciò che serve – noi pensiamo – anche al nostro Paese.

 

Pubblicato sul Corriere della Sera, 13 dicembre 2019

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