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di Giovanni Cominelli

 

 

Benché lungo i decenni si sia fatto ogni sforzo per desacralizzare il Natale, trasformandolo in un rutilante festa commerciale di luci e regali, il suo ritorno annuale continua ad inquietare il nostro cuore. Intanto, quello dei credenti. Perché il 25 dicembre li costringe a paragonare il presente alle promesse e alle speranze aperte dalla radicale cesura della storia degli uomini rappresentata dalla nascita di Cristo. Se l’ultimo giorno dell’anno ci obbliga a bilanci biografici e amministrativi, il Natale ci riporta ogni anno sul Monte Nebo per misurare la distanza della storia umana dalla lontana città santa, piena di luci, Gerusalemme.

 

La visione cristiana e la redenzione della storia

Secondo la visione cristiana, la storia non si riduce ad un fluire casuale di eventi, dolori, tragedie, massacri. Oltre c’è dell’altro. Essa è redimibile. Cristo è arrivato per far fare alla storia degli uomini questo salto quantico su un’altra orbita: il male, il dolore, la morte non sono l’ultimo atto del destino individuale e collettivo. E’ un salto che non si fa da soli, non è un cammino solitario. Si partecipa alla storia del mondo attraverso l’amore dell’altro, inteso come prossimo. Non è l’amore verso l’umanità, è l’amore verso il vicino.

Anche chi non è credente è interpellato, se ha preso storicamente atto che la nascita di Cristo ha cambiato la storia degli uomini, soprattutto qui nel nostro Occidente. Certo, anche Budda o Confucio o Maometto – per limitarci ai leader religiosi che hanno costruito delle vere e proprie civiltà – hanno generato rotture nella storia del mondo, ma non è una buona ragione per ignorare o sottovalutare quella di Cristo.

 

La visione laico-progressista e il ruolo dell’Uomo

Perciò il Natale non è soltanto l’occasione per riconfermare i legami familiari, amicali, comunitari; obbliga anche ad uno sguardo attivo e responsabile sul mondo. Secondo la visione laico-progressista, che si è fatta strada fin dall’Umanesimo-Rinascimento fino al ‘900, la storia è redimibile dall’Uomo medesimo. Il Redentore ha cambiato faccia molte volte (la Scienza, la Ragione, lo Stato, il Proletariato, la Nazione, la Razza…), ma, infine, sono sempre gli uomini che prendono in mano le redini della storia.

Il Terzo millennio – che si è lasciato alle spalle il ‘900 con un paio di guerre mondiali, con un corteo tragico di milioni e milioni di morti, alcuni genocidi, il terrorismo – si è aperto con il disordine mondiale, costellato di sanguinarie guerre locali e sempre sull’orlo di una tappa successiva della “terza guerra mondiale a tappe” (l’espressione è di papa Francesco). Esso ci consegna una terza visione: la Storia come caos ingovernabile, insensato, irredimibile. Non ci si redime né da soli né con altri.

 

Lo scacco della redenzione

Ciò che fa egemonia oggi è il pensiero di uno scacco della “redenzione”. Il fallimento storico dei “redentori” consegna lo sguardo sul mondo all’angoscia e alla solitudine. E poiché non si può umanamente stare a lungo in una simile condizione spirituale e psicologica, di fronte allo scacco gli individui ripiegano su di sé, sulle proprie cerchie private più ristrette. Cerchie tutt’altro che pacificate: sono ripari incerti, assediati da paure. Per la semplice ragione che non ci si può separare dal mondo, che ti attraversa sempre e che continua a bussare alla tua porta. La percezione di un disordine ingovernabile non può e non riesce effettivamente ad ergersi ad alibi fondativo di un nuovo dogma nichilista. Una fede nichilista è un ossimoro. Questo ossimoro sta alla base dell’uso politico del messaggio cristiano e, in particolare, del Natale come occasione per chiudersi nelle proprie cerchie più private, per separarsi dal mondo esterno, per proteggersi dagli altri, per ribadire aggressivamente la propria identità.

 

L’umanità e un tessuto di relazioni

Un simile rapporto con la storia umana non è coerente né con la realtà dell’uomo né con la collocazione reale degli individui nel mondo. Perché noi siamo tessuti di relazioni: esse ci hanno generato, ci costituiscono. Il mondo reale è il prodotto dell’intreccio – consapevole o no – di tali relazioni. Si può certamente abbandonare la concezione prometeica della collocazione dell’uomo nel cosmo – per riprendere qui il titolo di uno straordinario libretto di Max Scheler – che ha avuto corso dal ‘400 fino al ‘900, in forza della quale delle élite illuminate progettano l’avvenire e lo piegano secondo i propri disegni, ma è contro la verità dei fatti negare che ciascuno di noi produce un pezzo di mondo e che, nella stessa misura, ne è responsabile.

Se il mondo è quello che abbiamo davanti, è perché tale gli uomini lo hanno costruito, è la somma di tutte le azioni e reazioni. Non posso redimere e salvare l’intera umanità, ma posso incominciare da me. Perché io sono portatore di libertà e di responsabilità, in quanto costituito da relazioni. Robinson Crusoe non ha responsabilità. Io sì, verso il mondo intero. E’ una responsabilità glocal. Una spinta intellettuale ci viene dai processi della globalizzazione. Essa è la prova visibile e plastica della corresponsabilità di tutti verso il tutto dell’umanità. Il Natale del nuovo Millennio: una festa dei legami con il prossimo e con il mondo intero.

E’ stato consigliere comunale a Milano e consigliere regionale in Lombardia, responsabile scuola di Pci, Pds, Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola, membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi e del CdA dell’Indire. Ha collaborato con Tempi, il Riformista, il Foglio, l’ Avvenire, Sole 24 Ore. Scrive su Nuova secondaria ed è editorialista politico di www.santalessandro.org, settimanale on line della Diocesi di Bergamo.

Ha scritto “La caduta del vento leggero”, Guerini 2008, “La scuola è finita…forse”, Guerini 2009, “Scuola: rompere il muro fra aula e vita”, BQ 2016 ed ha curato “Che fine ha fatto il ’68. Fu vera gloria?”, Guerini 2018.

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