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Partecipazioni statali? No, grazie, presidente Conte

Pietro Ichino sabato 8 Febbraio 2020
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di Pietro Ichino

 

Per risanare un’azienda inefficiente occorrono le capacità di un imprenditore del settore, che lo Stato non può avere

Il 2019 si è chiuso con due autorevoli prese di posizione a favore di un ritorno dello Stato-imprenditore per la soluzione delle crisi aziendali: l’ex- ministro dell’Economia nel secondo e nel terzo Governo Berlusconi ha detto che “dove il mercato ha fallito, l’intervento pubblico in una impresa [leggi: la nazionalizzazione – n.d.r.] non può considerarsi un’eresia”; e l’attuale premier Giuseppe Conte ha detto che “l’entrata in gioco dello Stato non vuol dire necessariamente dirigismo” (dalla prima del Sole 24 Ore del 29 dicembre). Insomma: porte spalancate a un ritorno delle “partecipazioni statali” per salvare le grandi imprese in crisi, con plauso bi-partisan.

Perché no? Cerco di spiegarlo in due battute. La crisi di una grande azienda non è affatto, di per sé, un “fallimento del mercato”, come dice l’ex-ministro dell’Economia Siniscalco: al contrario, è per lo più il risultato di un mercato che fa il proprio mestiere, emarginando un’impresa inefficiente, che non regge la concorrenza. Per salvare quell’azienda occorrerebbe un imprenditore disponibile a rilevarla, migliore del precedente.

Perché non può svolgere questa funzione lo Stato? Perché lo Stato non ha le capacità dell’imprenditore.

Ipotizziamo che l’impresa in crisi sia una compagnia aerea (v. la vicenda di Alitalia nell’ultimo decennio): per salvarla dalla dissoluzione occorre un’altra compagnia disposta a rilevarla, che abbia una migliore visione strategica, know-how tecnico, capacità di organizzazione dei fattori della produzione; lo Stato non possiede e non può possedere alcuna di queste capacità proprie di un grande vettore aereo. Stesso discorso per un’impresa automobilistica, o che produce acciaio, o elettrodomestici.

Lo Stato potrà adoperarsi utilmente per favorire l’ingresso del bravo imprenditore, ma non potrà mai sostituirsi ad esso. Se lo farà, come il nostro ineffabile premier sembra considerare auspicabile, questo significherà soltanto il mantenimento in vita di un’impresa inefficiente, con le perdite a carico di Pantalone. Cioè dei contribuenti.

 

(Pubblicato su www.pietroichino.it il 13 gennaio 2020)

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