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Perché l’Italia non cresce? Guardiamo nello specchio…

Luigi Marattin venerdì 28 giugno 2019
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di Luigi Marattin

 

Il problema e la colpa. Se al posto di una cartina geografica usassimo uno specchio.

 

 

1) Il problema

Da circa 35 anni il tasso di crescita del Pil italiano è sensibilmente inferiore a quello degli altri paesi europei. Negli ultimi 20 anni, l’incapacità di generare crescita si è particolarmente acuita, come dimostra il dato più terrificante di tutti: il reddito medio pro-capite degli italiani nel 2019 è lo stesso del 1999.

Ogni analisi economica seria concorda sul fatto che la ragione principale di questa incapacità di crescere è il tasso di crescita della produttività, che dalla metà degli Anni Ottanta è zoppicante e negli ultimi vent’anni si è praticamente azzerato. Significa che il paese ha smesso di combinare capitale e lavoro in modo efficiente: in una parola, ha smesso di funzionare bene.

A questo ritardo strutturale si è sommata la (doppia) recessione del 2008-2013, la più pesante della storia italiana in tempo di pace.

Ne deriva un paese stanco, sfibrato, sfiduciato e disilluso che – non a caso – si è politicamente affidato a chi prometteva tutto, subito e gratis. E indicava un comodo colpevole.

Ma di chi è la colpa? È davvero – come dicono i populisti – colpa della Germania? Della Cina? Della Bce di Francoforte? Della Ue di Bruxelles?

Io credo che per stabilire la colpa – e per essere quindi in grado di trovare soluzioni – più che una cartina geografica serva uno specchio.

 

2) La colpa

Se nella pubblica amministrazione abbiamo fatto un patto implicito (“io ti pago poco, però non ti rompo le scatole”) la colpa è nostra, e di nessun altro.

Se invece di debellare la criminalità organizzata ci siamo – in vari punti della nostra storia – scesi a patti per reciproca convenienza, la colpa è nostra, e di nessun altro.

Se abbiamo usato la risorsa pubblica non per migliorare il paese ma per comprare e mantenere consenso politico, la colpa è nostra, e di nessun altro.

Se abbiamo disegnato un sistema politico-istituzionale che impedisse sistematicamente decisioni e accountability (con la scusa di prevenire il ripetersi di dittature, ma in realtà con il preciso scopo di far sì che le decisioni importanti si prendessero altrove e al buio) la colpa è nostra, e di nessun altro.

Se consideriamo la fedeltà al capo e l’appartenenza al gruppo più importanti ed efficaci di un sistema basato su competizione e merito, la colpa è nostra, e di nessun altro.
Se abbiamo smesso di formare, selezionare e ricambiare classe dirigente (in politica ma non solo), la colpa è nostra, e di nessun altro.

Se abbiamo utilizzato la formazione (scuola e università) come strumento per acquisire il consenso di chi ci lavora e non come principale investimento per il futuro del paese, la colpa è nostra, e di nessun altro.

Se consideriamo tutto ciò che è pubblico come “di nessuno”, anziché “di tutti”, la colpa è nostra, e di nessun altro.

Se abbiamo tollerato l’evasione fiscale – rinunciando a combatterla seriamente e strutturalmente per paura di perdere consenso politico – la colpa è nostra, e di nessun altro. Ed è pure colpa nostra (e di nessun altro) se per lavarci la coscienza abbiamo cominciato a considerare ogni piccolo imprenditore come un evasore, rendendogli la vita impossibile.

Se per così lungo tempo abbiamo reso le banche – fino a metà Anni Novanta enti di diritto pubblico, di fatto dipendenti da chi prevaleva nei congressi di partito – parte integrante di un sistema di gestione del potere (e non come meccanismo per trasformare in maniera efficiente risparmi in investimenti) la colpa è nostra, e di nessun altro.

Se abbiamo troppe volte ceduto alla tentazione di usare il sistema giudiziario come arma di lotta politica (o peggio) mentre si lasciava che il sistema si incancrenisse al punto tale da far durare anni o decenni cause penali o civili per i cittadini “normali”, la colpa è nostra, e di nessun altro.

Affrontare questi nodi è difficile e doloroso. Perché ci mette di fronte ai nostri sbagli collettivi. E – esattamente come accade a livello individuale – prevale la rimozione e la voglia di fare la colpa a qualcun altro.

Io invece penso che la “riscossa” inizierà solo quando avremo il coraggio e la serenità di affrontare uno ad uno questi (e tanti altri) modi della nostra storia, e cominciare a cambiare strada.

Deputato Pd. E’ stato Assessore al Bilancio e alle Partecipazioni del Comune di Ferrara (dal 2010 al 2014) e Consigliere economico del Presidente del Consiglio (dal settembre 2014 al marzo 2018) prima con Matteo Renzi, poi con Paolo Gentiloni. Economista all’Università di Bologna presso il Dipartimento di Scienze Economiche, dove in questi anni ha insegnato Microeconomia, Macroeconomia e Strumenti e Mercati Finanziari (attualmente in aspettativa obbligatoria). Juventino.

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1 Commenti

  1. Vitalie sabato 29 giugno 2019

    Il problema è se saremo in grado di farlo…

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