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di Anna Ascani

 

Ho letto con interesse ricostruzioni, commenti e analisi di autorevoli colleghi e giornalisti sulla proposta di legge elettorale depositata alla Camera e condivisa da larghissima parte della maggioranza. Si tratta, in breve, di un modello puramente proporzionale con una soglia del 5% ed il diritto di tribuna riconosciuto ai partiti che la oltrepassano almeno in due regioni alla Camera e in una al Senato. Qualcuno ha parlato più o meno criticamente di ritorno al passato, altri di un necessario freno alla teoria dei “pieni poteri” rivendicata dal Papeete solo qualche mese fa. Nel Partito Democratico in molti hanno difeso l’impostazione del testo a firma Brescia, da un lato come il male minore alle condizioni date, dall’altro come positiva soluzione alla frammentazione del quadro politico in atto (cosa che se fosse vera sarebbe molto positiva, visto il proliferare di partitini, anche nel nostro campo, che crea grande confusione e instabilità). Qualcuno addirittura si è spinto a parlare di un nuovo bipolarismo che, confesso, fatico a vedere incoraggiato da un modello di questo genere. Non avendo, però, mai ritenuto l’alleanza coi cinque stelle qualcosa di traducibile in un modello strutturale, mi rallegro almeno del fatto che non vi sia all’orizzonte nessun nuovo bipolarismo così inteso.

Tutte queste posizioni sono, naturalmente, degne di rispetto e considerazione. Tuttavia, come ho già avuto modo di dire qualche settimana fa intervenendo in Direzione Nazionale, mi trovo in disaccordo con quanto la maggioranza del mio partito ha deciso.

Anzitutto sono convinta che nel discutere di legge elettorale sia necessario fare lo sforzo di accantonare il tatticismo – che, lo comprendo, ha una sua importanza, specie in momenti di grande incertezza – e ragionare strategicamente sulle prospettive della democrazia rappresentativa nel nostro Paese. Quello che è accaduto negli ultimi quindici anni non ha eguali nel resto d’Europa: dal 2006 ad oggi abbiamo cambiato tre leggi elettorali, una delle quali – l’Italicum – mai utilizzata, per effetto della bocciatura del Referendum costituzionale. A tale proposito i più avveduti ricorderanno come in quella fase non si potesse considerare compiuto il dibattito di un talk show senza che qualcuno pronunciasse l’espressione “combinato disposto” e come molti di noi si sforzassero, invece, di difendere un modello di legge elettorale per effetto del quale la sera stessa delle elezioni – semplificando – sarebbe stato chiaro a tutti a chi sarebbe toccato governare. Sarebbe stato possibile, insomma, realizzare il programma col quale ci si era presentati agli elettori e rendere conto di quel che si era riusciti a fare o meno. Ma quella legge è stata superata dal testo a firma Rosato, tutt’oggi in vigore.

Ci prepariamo ora a una nuova modifica della legge elettorale, in parte forzata vista l’approvazione della riduzione del numero dei parlamentari. Sarebbe bene immaginare un modello che sia in grado di durare un po’ di più di quelli precedenti e sarebbe quindi utile inquadrare la strettissima attualità nello spettro più ampio dei problemi e delle prospettive della democrazia italiana. Per parte mia, mi limito a porre l’accento sulla ragione principale per la quale considero un errore grave accettare una legge elettorale tutta proporzionale, al netto delle convenienze del momento. Questa ragione ha a che fare col valore che attribuisco al concetto di accountability elettorale, al quale mi sono da tempo appassionata anche grazie al mio professore ed ex collega Michele Nicoletti. Il termine di origine anglosassone (non a caso!) sta ad indicare i meccanismi di domanda, argomentazione e controllo che regolano i rapporti tra eletti ed elettori. Mi è capitato di definire l’accountability come “virtù”, prendendo a prestito il termine direttamente da Machiavelli, che immaginava vi fosse la possibilità per l’uomo di arginare la potenza della fortuna attraverso una libera, previdente, iniziativa. Nel tempo in cui la piena dei populismi (come quella della Fortuna) minaccia di travolgere tutte le democrazie occidentali, l’accountability può davvero svolgere una funzione cruciale (come la Virtù, appunto), aiutandoci a ricostruire un rapporto corretto tra chi vota e chi è chiamato a rappresentare il “popolo”. Perché vi sia spazio per i meccanismi che il termine accountability implica bisogna, però, che vi sia chiarezza nella definizione delle responsabilità dell’eletto. Anzitutto deve essere chiaro chi eleggo col mio voto: per questa ragione le lunghe liste bloccate del “Porcellum” hanno inferto un colpo fortissimo a questo tipo di relazione. A tale proposito non è un caso che la patria dell’accountability sia un paese che utilizza il sistema dei collegi uninominali per selezionare i propri rappresentanti. Il punto non è però soltanto rendere meno opaca la relazione di rappresentanza, utilizzando magari preferenze, primarie o liste più corte. Questo non basta o, addirittura, non serve: si veda quel che accade con la legge elettorale che utilizziamo per il parlamento europeo (proporzionale puro, con preferenze), tutt’altro che utile nella costruzione di un positivo rapporto tra elettori ed eletti. Occorre che siano chiare le responsabilità, che sia definito ciò di cui dovremo chiedere conto a chi viene eletto. Il suo programma, insomma. E, quindi, anche in una democrazia parlamentare come la nostra, è importantissimo evitare che in forza di un sistema proporzionale senza correttivi le alleanze si formino soltanto a posteriori, finendo per contraddire, in parte o del tutto – in forza della necessità di trovare un’intesa – i programmi elettorali sulla base dei quali le forze politiche e i loro candidati si sono presentati agli elettori e sono stati da loro scelti col voto.

In un sistema puramente proporzionale nessuna forza politica sarà mai davvero in grado di attuare il proprio programma, perché non avrà alcuna possibilità di ottenere una maggioranza che glielo consenta. E questo non può essere un fatto positivo. Il proporzionalismo non fa bene alla nostra democrazia, ne accentua anzi le fragilità e, al netto delle esigenze tattiche, rischia di far perdere ancora credibilità alla classe politica. Per questo considero l’accordo raggiunto sulla proposta Brescia – che comporta peraltro per il PD un altro passo verso la rinuncia sostanziale alla vocazione maggioritaria, questione interna ma non meno rilevante per me – un errore.

Il male minore forse. Ma pur sempre un male.

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