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Quel silenzio preoccupante sul reddito di inclusione

Tommaso Nannicini venerdì 15 Giugno 2018
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di Tommaso Nannicini

 

Al Senato, Lega e 5 Stelle hanno stoppato il tentativo del Pd di far discutere una mozione, a mia prima firma, che impegnasse il governo a dire – con chiarezza e una volta per tutte – che cosa intende fare del Reddito di inclusione, la misura universale di contrasto alla povertà introdotta nella scorsa legislatura. Non si tratta di difendere una bandierina del Pd, ma di dare certezza a famiglie in condizioni di bisogno, Comuni, Terzo settore. A chi, prima che venisse introdotta quella misura, era stato lasciato solo a combattere a fianco di persone in difficoltà.

Dal 1º luglio 2018, il Rei diventerà compiutamente universale, dando un reddito e servizi a 700 mila famiglie (2,5 milioni di individui) in condizioni di fragilità sociale. Che cosa devono aspettarsi queste persone? Che il Rei potrà dargli un reddito e un aiuto concreto? Oppure che i suoi fondi verranno asciugati di 2 miliardi per assumere personale nei centri per l’impiego?

Il programma del governo Conte-Di Maio-Salvini contiene molte bufale: tra le altre quella che solo Italia e Grecia, tra i Paesi europei, non hanno un reddito minimo garantito, un ammortizzatore sociale di ultima istanza che ti aiuta quando gli altri strumenti legati al mercato del lavoro (e quindi alla tua storia contributiva) finiscono. Un tempo era così ma oggi non più, perché dalla scorsa legislatura c’è appunto il Rei (e tra l’altro anche la Grecia sta realizzando una misura simile con l’assistenza della Banca mondiale). Quando siamo arrivati al governo in Italia si spendevano 40 milioni in via sperimentale per il contrasto alla povertà; ce ne siamo andati lasciando quasi 3 miliardi strutturali (ogni anno e per sempre). Il minimo che il nuovo governo può fare è dare certezza sull’utilizzo di queste risorse e di questo strumento. E, se vuole, può fare ancora meglio: accolga la proposta del Pd di raddoppiare i fondi da 3 a 6 miliardi per ampliarlo ulteriormente. Prendiamoci il merito politico a metà, ma rendiamo il nostro sistema di welfare più forte e più universale.

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