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Romero e Paolo VI: coraggio e modernità nella globalizzazione

Giovanni Cominelli domenica 14 Ottobre 2018
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di Giovanni Cominelli

 

Domenica 14 ottobre, Papa Paolo VI, al secolo Giovanni Battista Montini, viene proclamato santo, insieme a Mons. Oscar Arnulfo Romero.

Le beatificazioni/santificazioni sono da sempre, nella storia della Chiesa, dei segnali lanciati ai fedeli e alla società civile circa il “che fare” nella storia del mondo. Essi risentono, pertanto, del clima culturale di un’epoca. Sono decisioni di politica culturale e religiosa.

Uno dei casi più classici è quello di Santa Maria Goretti – una bambina undicenne ferita in un tentativo di stupro da parte di un vicino e morta per setticemia – beatificata nel 1947 e santificata nel 1950 da Pio XII, quale esempio di castità, eroica fino al martirio, segnalato a tutte le ragazze, che stavano avviandosi verso gli anni del consumismo e di sempre più difficili virtù. Sarà imitata da Pierina Morosini, uccisa in circostanze analoghe nel 1957 a Fiobbio, paesino in provincia di Bergamo, beatificata da Giovanni Paolo II nel 1987. All’epoca, l’operazione culturale di Pio XII fece egemonia anche a sinistra, se è vero che Enrico Berlinguer, allora segretario nazionale dei giovani comunisti, indicò Maria Goretti alle ragazze comuniste quale esempio da praticare. Difficile dire quanto l’appello di Enrico Berlinguer abbia avuto successo.

 

Mons. Romero, Bergoglio e la “teologia del popolo”

La santificazione in contemporanea di papa Montini e di Mons. Romero – ucciso da una fucilata di un sicario dell’estrema destra salvadoregna, mentre elevava l’ostia consacrata, durante la Messa – dice molto sulle strategie culturali di Papa Francesco.

Certo, almeno a prima vista, suona come un risarcimento tardivo, soprattutto se si pensa alla santificazione pressoché immediata, dopo la morte, di Giovanni Paolo II, lanciata da un populistico “santo subito!”.

La storia narra che Paolo VI protesse costantemente l’arcivescovo salvadoregno, che si ispirava all’Enciclica Populorum progressio e alla teologia della liberazione in un Salvador segnato da violenze terribili, squadroni della morte, massacri ripetuti di preti e di civili. Lo difese dalla reazione conservatrice di settori della Chiesa latino-americana, spesso legata a doppia mandata ai regimi sanguinari che spadroneggiavano in America latina, e dalle critiche dello stesso Nunzio pontificio e di numerosi cardinali vaticani. Negli anni ’70 la maggior parte dei Paesi dell’America Latina si ritrovava sotto l’oppressione dei militari. Nel 1973 Pinochet aveva preso il potere in Cile, poi vennero l’Uraguay, il Perù, l’Ecuador, l’Argentina. È l’epoca del terrore, della tortura, delle sparizioni e degli assassini. In questo contesto, nella Chiesa veniva fatto di tutto per screditare coloro che avevano sposato la causa degli oppressi.

In quegli anni Bergoglio simpatizzava per “la teologia del popolo”, una sorta di variante moderata della teologia della liberazione. Come il card. Bergoglio scriverà nel 2012, ricordando Padre Tello, uno dei fondatori della scuola teologica argentina, la teologia del popolo “intendeva accompagnare l’azione liberatrice di Dio, evitando gli estremi dell’attivismo secolarizzato-politicizzato da un lato e della rassegnazione fatalista dall’altro”.

La teologia del popolo si fonda(va) su due pilastri: l’opzione preferenziale per i poveri e l’insistenza sul valore della pietà popolare. Spiegando le radici del pensiero di Bergoglio, Padre Scannone, maestro del Papa, scrive: “Sono i poveri che, almeno di fatto in America latina, conservarono come strutturante la propria vita e la propria convivenza la cultura propria del popolo, e i cui interessi coincidono con un progetto storico di giustizia e di pace”; “sono gli ultimi che preservano meglio la cultura comune e i suoi valori e simboli religiosi, che di per sé tendono a essere condivisi da tutti, potendo essere nei nostri Paesi il germe – anche per i non poveri – di una conversione ai poveri per la liberazione loro e, così, di tutti. Pertanto, la religione del popolo – se autenticamente evangelizzato – lungi dall’essere considerata un oppio, non solo ha un potenziale evangelizzatore, ma anche di liberazione umana, come del resto lo ha mostrato e continua a mostrarlo la lettura popolare della Bibbia”.

Quanto all’altro pilastro, quello della spiritualità popolare, il Card. Bergoglio affermava: “La pietà popolare è una modalità legittima di vivere la fede, un modo di sentirsi parte della Chiesa e una forma di essere missionari; in essa si sentono le vibrazioni più profonde della profonda America. Essa è parte dell’originalità storico culturale dei poveri di questo continente e frutto di una sintesi tra le culture dei popoli originari e la fede cristiana”. Questo dunque il retroterra teologico dell’operazione Montini-Romero.

 

Montini e la Chiesa “planetaria”

Ma la ragione di fondo – e qui l’accento si sposta su Montini – è che la Populorum progressio è tornata di nuovo sull’orizzonte culturale e dottrinale della Chiesa di Papa Francesco, nella nuova condizione planetaria.

Montini è il primo papa del ‘900 che pensa la Chiesa cattolica su scala planetaria e che sviluppa un approccio globalistico.

Egli ha attraversato due guerre mondiali – era nato nel 1897 – è stato coinvolto fin da giovane nel governo della Chiesa, ha fatto crescere nella FUCI le leve della futura Democrazia cristiana – il che interessa particolarmente noi Italiani – ha portato a termine il Concilio Vaticano II, che solo lo strappo potente di Giovanni XXIII aveva potuto audacemente aprire, ha incominciato a viaggiare per tutti ci continenti.

Il discorso tenuto il 4 ottobre 1965 da papa Paolo VI all’Assemblea generale dell’ONU, presieduta da Amintore Fanfani, resta una straordinaria piattaforma valida per il presente. Basterà qui citare la parte finale del suo discorso: “…Signori, un’ultima parola: questo edificio, che state costruendo, si regge non già solo su basi materiali e terrene: sarebbe un edificio costruito sulla sabbia; ma esso si regge, innanzitutto, sopra le nostre coscienze. È venuto il momento della “metanoia”, della trasformazione personale, del rinnovamento interiore. Dobbiamo abituarci a pensare in maniera nuova l’uomo; in maniera nuova la convivenza dell’umanità, in maniera nuova le vie della storia e i destini del mondo, secondo le parole di S. Paolo: “Rivestire l’uomo nuovo, creato a immagine di Dio nella giustizia e santità della verità” (Eph. 4, 23). È l’ora in cui si impone una sosta, un momento di raccoglimento, di ripensamento, quasi di preghiera: ripensare, cioè, alla nostra comune origine, alla nostra storia, al nostro destino comune. Mai come oggi, in un’epoca di tanto progresso umano, si è reso necessario l’appello alla coscienza morale dell’uomo!”.

La Populorum progressio – 26 marzo 1967 – costituisce il deposito di tutta l’esperienza intellettuale, politica, religiosa e civile di un uomo, che ha attraversato il nostro tempo, senza iattanza e trionfalismi, senza velleità di “reconquista”, spesso tormentato e incerto sul futuro dell’umanità e della Chiesa, consapevole dell’umana finitudine, ma saldo sui pilastri dell’umanesimo integrale del Maritain degli anni ’30 del ‘900, quando il filosofo francese distingue l’azione en tant que chrétien, che consiste nell’obbedienza ai riti e ai dogmi della Chiesa, dall’azione en chrétien, la quale è l’applicazione individuale o ad opera di organizzazioni laiche delle idee cristiane in ambito temporale. In questo secondo caso, la Chiesa deve lasciare libertà totale di pensiero e azione ai credenti.

Se la teologia del popolo di Bergoglio appare oggi problematica e discutibile, quando affida ai poveri una sorta di convergenza naturale con un progetto storico di pace e di giustizia – le esperienze del ‘900 e di questo inizio di millennio non paiono confermare questo postulato – la sua riabilitazione di Montini appare molto convincente.

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