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Se i nostalgici del “vero comunismo” negano il sistema dei gulag

nicolo-addario martedì 7 Aprile 2020
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di Nicolò Addario

 

Nell’Introduzione alla sua documentatissima ricerca dedicata al Gulag (pubblicata in America nel 2003) Anne Applebaum confessava di rimanere molto colpita dall’incredulità, e persino dall’ostilità, con cui molti intellettuali occidentali reagivano alle tesi sostenute nel libro. Una reazione di rifiuto, peraltro, che già aveva accolto non solo diverse ricerche storiche, ma anche i numerosi memoriali e opere di alcuni sopravvissuti a quella terrificante esperienza.

 

Il negazionismo sui gulag

Come era accaduto, per esempio, a Margarete Buber-Neumann, che aveva vissuto sette anni di internamento, tre in un Gulag in quanto comunista e moglie di un alto dirigente del partito comunista tedesco che si era rifugiato in Unione sovietica con l’avvento di Hitler; i rimanenti in un lager tedesco guardata con sospetto dalle altre internate comuniste arrestate in Germania. I sovietici sospettavano tutti, compresi molti dei lodo adepti, di essere “spie” al soldo dei controrivoluzionari. Ai nazisti era stata consegnata dai sovietici, probabilmente sulla base di clausole segrete del patto Molotov-Ribbentrop del 1939.

Prima di dire qualcosa su queste reazioni dei progressisti occidentali vorrei riassumere brevemente cosa dimostrano tutti questi libri, ricerche, memoriali, racconti o veri e propri romanzi basati su esperienze vissute. In estrema sintesi e usando le parole della Buber-Neumann, la tesi di fondo è la seguente: “Dittatura e schiavitù predominavano, povertà e disprezzo della vita umana vigevano proprio nel paese che predicava democrazia e libertà e pretendeva di «crescere gli uomini come fiori», secondo il motto di Stalin” (p. 146 dell’edizione italiana). Il Gulag, insomma, era un “sistema”, era parte integrante del regime sovietico.

 

Non era una ‘degenerazione’ ma un ‘sistema’

La cosa basilare da capire è però che non si trattava affatto di una “degenerazione” e tanto meno di un “tradimento” dovuto alla distorta personalità di Stalin. Cosa che pensavano quegli intellettuali occidentali che reagivano con scetticismo o minimizzavano, negando appunto la reale portata del Gulag. Il Gulag, infatti, continuò anche dopo la morte di Stalin, sebbene in modo meno paranoico (si veda il monumentale lavoro di R. Conquest sul Grande Terrore). Non era neppure una “degenerazione” puramente sovietica. Tutti, dico tutti, i “socialismi reali” (compresi il Cubano e il più recente Venezuelano) hanno infatti avuto lo stesso carattere di oppressione sistematica e di arretratezza economica.

La cosa però veramente strabiliante è che ancora oggi non ci si limiti più al negazionismo, ma si vada farneticando sul “tradimento” sovietico del vero comunismo. Lo si può leggere nell’intervento di P. Fusi sul sito “Gli Stati generali” dove scrive: “la feroce dittatura bolscevica rappresentava non il comunismo, ma il suo peggiore tradimento”. Fusi è convinto che si dovrebbe “tornare alla fonte ideale, etica e pragmatica del Comunismo: la consapevolezza e in prospettiva il superamento della lotta di classe, l’organizzazione statale dell’economia, l’alfabetizzazione e spinta culturale verso tutti, ovunque, a qualunque costo”. Notate questo rivelatore “a qualunque costo”.

 

Altro che ‘tradimento’

Così certamente hanno pensato tanto Lenin quanto Stalin, nonché Fidel Castro e tutti gli altri che, come loro, hanno avuto il potere di provarci veramente. Naturalmente sempre nel nome dell’“etica”. Forse la pianificazione centrale non era stata pensata e attuata nella prospettiva della scomparsa delle classi? Forse questa pianificazione non era il “mezzo” per eliminare la proprietà privata e sostituirla con la proprietà di stato? E la relativa collettivizzazione forzata delle terre (con deportazioni e carestie del 1929 e anni seguenti) fu un “tradimento”? E i milioni di morti (fonti serie dicono almeno 70) delle campagne rivoluzionarie di Mao? Tutti “traditori”?

È proprio il caso di dire che la storia non insegna nulla, specie a chi non vuol vedere e, soprattutto, si rifiuta di capire (come i no-Vax). Eppure Fusi vuole essere “etico”! Un’etica un po’ strana, quella di Fusi, quando sostiene che la “democrazia … non considera sufficiente che ognuno dica la propria opinione, ma impone a tutti di documentarsi, prima di dirla”. Ora, la democrazia di per sé “impone” assai poco (solo quanto approvato dal parlamento eletto periodicamente e liberamente e che non sia anticostituzionale). Tanto meno “impone” di “documentarsi”. Ma Fusi, prima di dire quello che dice, si è “documentato”? Lui, che cita alla rinfusa Hegel e il liberale Popper che scrisse cose importanti proprio contro la filosofia della storia (da Hegel a Marx e ovviamente Lukacs, altro citato insieme a Gobetti).

 

L’etica della responsabilità

In ogni caso e a parte strafalcioni simili, forse qui è proprio il caso di richiamare alla memoria l’etica della responsabilità di cui parlava Max Weber quando, rifacendosi ai “socialisti della cattedra” che sentenziavano sull’ “etica dell’intenzione” o “della convinzione”, sosteneva che quest’etica ignora del tutto le conseguenze di un tale intenzione. Per etica della responsabilità Weber intendeva quell’etica che era primariamente orientata a capire i fini degli altri e diversi, e che dunque si fermava sulla soglia oltre la quale “il mio fine sopprime il tuo”. In breve, è l’unica etica possibile in un mondo che, con la modernità, è diventato pluralista e plurale. Perché “nessuna etica … può prescindere dal fatto che il raggiungimento di fini «buoni» è il più delle volte accompagnato dall’uso di mezzi sospetti o per lo più pericolosi e dalla possibilità o anche dalla probabilità del concorso di altre conseguenze cattive, e nessuna etica può determinare quando e in qual misura lo scopo moralmente buono «giustifichi» i mezzi e le altre conseguenze moralmente pericolose”. Chi persegue l’etica della convinzione “è un «razionalista cosmico-etico»”.

 

“A qualunque costo”

Di quale “convinzione” si tratta in questo caso? In sintesi: quella della onnipervasività della lotta di classe. Marx la mise al posto dello Spirito di Hegel e ne fece un motore universale della storia. Questa “dialettica” aveva tuttavia il difetto capitale di fondarsi su una schema concettuale “pars pro toto”. Come nella dialettica hegeliana, l’antitesi (il proletariato), generato dalla tesi (il “Capitalismo”), avrebbe creato una sintesi finale, con ciò ponendo fine alla storia (il comunismo profetizzato da Marx). Non importa se la levatrice della storia sarebbe stata una guerra sociale rivoluzionaria (chiamata “democrazia popolare”): il Bene finale va perseguito “a qualunque costo”. Vi ricorda qualcosa?

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