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Sistema elettorale: la quadriglia bipolare

Gianluca Passarelli martedì 13 Aprile 2021
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di Gianluca Passarelli

La quadrille bipolaire. Era così definito il sistema partitico francese degli anni Settanta-Ottanta per la presenza di due partiti rilevanti in ciascuno degli schieramenti. Ogni polo aveva un partito medio-grande che fungeva da guida e uno medio-piccolo che svolgeva al contempo il ruolo di sfidante, di stimolo, e di alleato. I socialisti capitanati da F. Mitterrand potevano contare sul sostegno del PCF, il partito comunista, mentre i gollisti di J. Chirac beneficiavano del fedele sostegno dei liberali centristi dell’UDF di V. Giscard d’Estaing.

La meccanica bipolare era sostenuta e favorita dal sistema elettorale maggioritario per le politiche e amplificata dall’elezione popolare diretta del capo dello Stato. Ossia la caratteristica principale introdotta da C. De Gaulle su cui nacque, o meglio si consolidò, la Quinta Repubblica. La guida per ciascun campo, e quindi l’accesso al Governo attraverso un proprio Primo ministro e la candidatura quale front runner per la Presidenza della Repubblica, dipendeva dai rapporti di forza tra i rispettivi frères ennemis. Il partito in testa al primo turno, delle presidenziali e delle politiche, riceveva il sostegno esplicito del compagno di coalizione/schieramento. Il tutto in una chiara e distinta dinamica bipolare tra centrodestra e centrosinistra. I socialisti sono stati indiscussi egemoni del campo di sinistra per un trentennio, mentre nel campo conservatore la contesa è stata meno definita grazie all’attivismo e alla personalità di Giscard d’Estaing, capace di sfidare, sebbene temporaneamente, Chirac e i gollisti. L’implosione elettorale socialista e ancora prima la presenza crescente del Front national hanno modificato quell’assetto.

Nel caso italiano la discussione sul sistema elettorale, meritoriamente rilanciata da Enrico Letta, e le prospettive sul doppio turno, aprono una potenziale strada per il consolidamento del sistema partitico italiano. Il quale è debole e quindi andrebbe contro-bilanciato dalla forza del sistema elettorale, per evitare l’eccessiva frammentazione, e la conseguente instabilità e immobilità decisionale. La discussione è ancora preliminare e sarà decisivo capire se l’orientamento potrebbe andare in direzione dei collegi uninominali (come in Francia) ovvero di una contesa nazionale. La quale, attualmente più probabile, ha il vantaggio di conferire una maggioranza numerica cospicua, ma pone altresì alcuni problemi potenziali su cui utile riflettere, laicamente. Il doppio turno nazionale è normalmente adottato in regimi presidenziali, ossia per eleggere cariche monocratiche.

Nel caso in specie, dovendo allocare dei seggi andrebbe tenuto conto di un rischio politico, posto che sul piano giuridico la Corte Costituzionale si è pronunciata favorevolmente. Potenzialmente una coalizione/partito otterrebbe il 55% dei seggi pur con circa il 45% al primo turno; e viceversa sarebbero possibili casi in cui il vincitore del ballottaggio riceva la stessa quantità di seggi pur con percentuali di voto superiori al 55%. Ne deriva che andrebbero discussi alcuni elementi quali:

1) il limite minimo per vincere al primo turno;

2) l’adozione di soglie accessorie come la percentuale di elettori recatisi alle urne;

3) il raggiungimento di una quota di voti (35%, per esempio) nella maggioranza delle province/regioni per evitare vincitori territorialmente definiti;

4) l’entità del “premio”. Ossia disegnare un sistema con due livelli di soglie, cosiddetto double complement rule.

Al di là del dibattito che verrà, la discussione sulle riforme è indispensabile: non solo sistema elettorale, ma anche Titolo V, ad esempio. Quel famoso cantiere riformatore deve essere riaperto proprio per le questioni rimaste in sospeso, mal modificate o bisognose di aggiustamenti.
È utile altresì osservare che la discesa in campo di Letta ha impresso una nuova dinamica “maggioritaria” al confronto politico tra i partiti e all’interno degli stessi. Le attuali forze politiche somigliano a una quadriglia bipolare. L’assetto del sistema partitico potrebbe svilupparsi proprio secondo lo schema “francese” ovviamente al netto delle differenze esistenti tra i contesti e astraendosi dalle valutazioni valoriali dei singoli attori politici.

Il centro-sinistra pare riorganizzarsi attorno al duo PD-M5s. Il Partito democratico ha chiaramente abbandonato l’idea di essere condannato alla subalternità al Movimento 5 stelle. Le azioni del neosegretario hanno ristabilito un clima di fiducia e velato ottimismo, in parte della volontà, e maggiore attivismo degli iscritti/elettori democratici troppo spesso trascurati, ma ancora desiderosi di partecipare. La prospettiva di una coalizione ampia, ma con al centro il PD che rilanci la vocazione maggioritaria, ossia l’obiettivo di essere guida perno e pivot riformista dello schieramento, contribuisce a ristabilire e ricomporre l’area di centro-sinistra.

Dal canto suo il Movimento 5 stelle parrebbe infine attestarsi su posizioni meno populiste sebbene le acrobazie ideologiche e le oscillazioni politiche degli ultimi anni suggeriscono grande cautela e andrebbero verificate e testate. L’emergere di una classe dirigente rinnovata, pienamente europeista nei valori, nei comportamenti e nelle proposte, ancora non è del tutto all’orizzonte. In questo senso Giuseppe Conte potrebbe capitalizzare la recente esperienza a capo del Governo per imprimere un’accelerazione, tuttavia rimanendo cauto nelle procedure per evitare fughe massimaliste/movimentiste residue e in parte irriducibili. Alla coppia PD/M5s si contrappone stabilmente l’asse sovranista di (estrema) destra Lega Nord e Fratelli d’Italia. Con il primo saldamente ancorato alle origini nordiste e il secondo alla ricerca di una identità nuova, combattuto tra revanchismo anni Settanta e neo-conservatorismo europeo. Gli equilibri politici ed elettorali nei due poli sono per ora stabili posto che il primato della Lega appare fragile e la contesa tra democratici e grillini è in fase preliminare. Insieme i quattro partiti cumulano circa l’80 per cento dei consensi, ossia la stragrande maggioranza della rappresentanza parlamentare.

Ciascun polo sta ricomponendo la propria identità, l’equilibrio interno e la strutturazione politica e ideologica. L’intento di Letta di volere conferire e definire la leadership del campo progressista in base alla conta dei consensi tra PD e M5s va nella direzione di configurare una stabile alleanza che si confronta alle elezioni e successivamente converge in Parlamento. Il Partito democratico dovrà attingere dalle migliori energie intellettuali per declinare in proposte concrete, fattibili, attuabili e soprattutto condivisibili la prospettiva programmatica lanciata da Letta. “Progressista nei valori, riformista nel metodo, radicale nei comportamenti” è un ambizioso e lodevole manifesto politico. Contempla la lotta alla disuguaglianza, la parità di diritti e opportunità, l’etica e l’afflato riformatore. La costruzione di un solido partito che coniughi la spinta socialista e quella liberale per ridare fiducia, crescita e sviluppo al Paese. Il M5s, orfano del leader fondatore è piombato sulla realtà dopo l’ebbra esperienza sull’ottovolante populista e della finta democrazia diretta, ha la storica opportunità di convogliare le tante energie positive che il movimento contiene alla sua base, ma innervandolo di visione, di politica e di politiche coerenti con una società veramente aperta. E inclusa nella piena logica della democrazia rappresentativa, e non anti-sistema.  Analoga dinamica di ristrutturazione si intravede tra amici/nemici Lega/FdI.

I leghisti oscillano tra la malinconia salviniana per le ampolle del Po, e la rinnovata identità regional sovranista ben tutelata dal controllo del Mise, e la finta apertura europeista nella sostanza sempre orientata ad alleanze con il nazionalismo ungaro-polacco, non tanto differente da quello turco nella sostanza del rispetto dei diritti civili. Prima di sfidare l’alleato la Lega dovrà risolvere la questione della leadership, perché Salvini non potrà convivere a lungo con il ruolo di “responsabile”. Questa circostanza rende FdI potenzialmente abile a superare i leghisti a patto che Giorgia Meloni rinnovi dalle fondamenta il partito, scommettendo sul ruolo all’interno del movimento conservatore europeo, mentre la strada dell’identità di (estrema) destra nazionale sarebbe di corto respiro e farebbe rimanere ai margini il partito, specialmente allorché la popolarità della leader iniziasse a eclissare. In questa dinamica bipolare i partiti minori dovranno aggregarsi o rimanere irrilevanti.

Lo schema è dunque segnato: alleanze pre-elettorali lungo l’asse sinistra/destra, competizione per la leadership interna e poi confronto nelle urne. L’adozione di un sistema elettorale maggioritario avrebbe effetti benefici e salutari sul sistema partitico italiano nel suo complesso. La competizione apparirebbe più chiara in termini di identificazione dei contendenti e della loro promessa di azione politica e legislativa futura. Di conseguenza anche il processo di accountability, di rendere conto ai cittadini/elettori, sarebbe rafforzato. La solidità dei governi, la loro stabilità, la coerenza interna e l’operatività risulterebbero maggiormente tonificate. In un contesto in cui si sono avvicendati tre governi in tre anni con formule politiche letteralmente opposte.

Gli elettori potranno sia esprimere un voto sincero/espressivo delle loro prime preferenze e anche sostenere il partito meno lontano dal loro sentire politico senza pertanto essere forzati. I partiti, soprattutto quelli estremi, sarebbero indotti a moderare il bagaglio ideologico per essere appetibili al secondo turno. Una sana dinamica bipolare sarebbe un bel colpo al populismo.

Pubblicato su editorialedomani.it

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