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Un partito per due

Massimo Veltri domenica 12 Marzo 2023
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di Massimo Veltri

Immediatamente a ridosso dell’elezione di Elly Schlein a segretario del Partito Democratico sancita  dai gazebo, gli iscritti sono aumentati del tre per cento: è una buona notizia.

Lo è per chi crede nella funzione dei partiti e coloro i quali non si riconoscono in un’Italia governata dalla destra. I gradimenti misurati dai sondaggi e quel che si percepisce direttamente attestano di un feeling perdurante degli elettori nei riguardi di Meloni e dei suoi alleati; non si registrano scostamenti, distinguo, tantomeno prese di distanza rispetto a fatti che non solo l’umana pietas ma il dettato di qualsiasi trattato di convivenza civile contempla: i fatti di Cutro stanno lì a dimostrarlo, durante, prima e dopo.

Ma l’elettore ha mandato a Palazzo Chigi costoro, l’Italia questa è e non è vero che non sempre l’elettore ha ragione come invece ha arzigogolato Calenda: si tratta ora, ritornando su Schlein, di capire come le primarie aperte abbiano ribaltato il risultato dei circoli che assegnavano il primato a Bonaccini e chi è, cosa farà per il Pd e per il paese la nuova segretaria, cosa accadrà con l’impennata degli iscritti.

Che qualsiasi cittadino italiano possa essere chiamato a (contribuire a) decretare chi sarà chiamato a guidare un partito al quale non è iscritto fa parte delle norme statutarie del Pd, per alcuni è il suo tratto distintivo più rilevante, almeno da un punto di vista tecnico.

Quanto in quale misura ciò significhi in termini di ridimensionamento o declassamento del ruolo degli iscritti nella fase più importante della vita di un partito qual è la scelta del leader pare che la cosa non si mostri di particolare interesse.

Fatto sta che Schlein ha battuto Bonaccini, la vice ha prevalso sul capo, il nuovo si è affermato sul risaputo: è palese il ruolo svolto nella vicenda dai fuoriusciti di Articolo 1 i quali, conti alla mano, avrebbero contribuito per circa il venti  per cento al risultato della vincitrice e sono pronti a rientrare, anzi, hanno dichiarato, a entrare, in un nuovo partito.

La prima mossa è stata molto efficace, dura, nel richiedere le dimissioni del ministro dell’interno dopo i fatti di Cutro, la seconda interessante, nel volere al suo fianco, presidente del partito, il suo competitor Bonaccini.

C’è chi, sul Manifesto, si è chiesto se al Pd e al paese basti un partito di opposizione, citando Stefano Rodotà per soffermarsi sulla necessità della sinistra di governare o almeno candidarsi a farlo, mentre è indubbio che fra i due che sono al vertice della Regione Emilia Romagna sussistono tratti competitivi e distanti, tanto nel profilo che esprimono quanto nella cultura (politica) che rappresentano. Apprendere che i due abbiano sottoscritto un accordo per formare un ticket alla guida del partito democratico è notizia attesa, da molti auspicata ma non per questo da registrare burocraticamente, perché è un dato politico non irrilevante.

Se c’è fra tutti gli altri limiti un elemento che ha lasciato indefinito e perdente il Pd, questo è il suo carattere identitario, il target di riferimento, la natura della sua ragione sociale. Si può benissimo ritenere di avere a che fare con una forza politica come dire generalista, che, insieme, guardi ai ceti meno abbienti e alle classi dirigenti, che sia contemporaneamente popolare e illuminista, riformista e rivoluzionaria, di lotta e di governo: certo che si può, ma onestà intellettuale vorrebbe che si ravvisassero tutti i limiti e i rischi, di una tale commistione, di una convivenza di questo tipo comporta, del ritorno al passato che in tutta evidenza significa. Nel senso che per i grandi partiti che abbiamo alle spalle, contenitori di idee, di progetti, di scudi anche, parlo di DC e PCI, era possibile, così è stato, avere braccio a braccio, se pure con qualche imbarazzo e tanta ipocrisia, fianco a fianco, personalità di cultura ed espressione politica concilianti fra loro solo in nome di interessi ‘superiori’ quali ad esempio presidiare la frontiera della cortina di ferro, come s’e’ chiamata per molto tempo.

Oggi Prodi insieme a Veltroni sono certi che un nuovo Ulivo sia sorto e grazie al ticket – chi è il novello Prodi, chi il novello Veltroni? – ridarà fiato al centrosinistra e al Paese: più un auspicio che una constatazione, forse un esorcismo.

È tecnica risaputa e applicata nell’agire umano, quella di procedere per analogie, per comparazioni, riferire gli atti di oggi, quelli nuovi, ad esperienze già vissute, note: è forse l’unico modo di procedere non disponendo della facoltà di accedere all’assoluto, ma un’attenzione è bene  assegnarla, in tal modo di procedere, alla cura di non ripetere gli errori del passato. Uno di questi è quello di voler includere in un contenitore tutti e tutto per finire, così facendo, nel non comprendere ne’ gli uni ne’ l’altro.

La mediazione o almeno il compromesso servono a far politica, a conservare l’unità, ma rischiano di produrre un risultato a saldo zero fra due forze che spingono chi da una parte chi dall’altra.

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