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Verso il centenario del Pci. Per Romano fu “Il partito della nazione”

Claudia Mancina domenica 13 Dicembre 2020
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di Claudia Mancina

 

Nella situazione di emergenza nella quale viviamo, non sappiamo se sarà possibile dedicare al centenario della fondazione del Partito comunista, avvenuta a Livorno il 21 gennaio 1921, la riflessione storico-politica di lungo respiro che l’occasione meriterebbe. Infatti quel partitino  estremista, che si concepiva come parte della Terza internazionale (si chiamò infatti Partito comunista d’Italia) era destinato a diventare un protagonista fondamentale della lotta antifascista prima, e della costruzione della democrazia italiana poi.

La svolta che consentì a quel partito – nel frattempo diventato, non casualmente, Partito comunista italiano – di diventare col tempo “il più grande partito comunista d’Occidente”,  rispettato e studiato in tutto il mondo, fu condivisa da Gramsci e da Togliatti: fu la scelta nazionale, la scelta della nazione come orizzonte di analisi e come prospettiva strategica per l’azione politica.

E’ questo l’angolo scelto da Andrea Romano, storico contemporaneista e deputato del Partito democratico, per il suo limpido saggio, intitolato per l’appunto Il partito della nazione (Paesi edizioni). L’ispirazione che fu propria anzitutto di Gramsci, ma fu ripresa con convinzione da Togliatti nella costruzione del “partito nuovo”, voleva tenere insieme il progetto rivoluzionario, che era parte di un progetto internazionale, avviato dalla Rivoluzione d’Ottobre, e la questione nazionale, cioè il modo di ricomporre la crisi del dopoguerra, e insieme i problemi storici del paese. Stava qui la distanza del gruppo torinese dell’Ordine nuovo da Bordiga, e Romano ricorda il giudizio di Gramsci sulla scissione, considerata un errore, e precisamente un momento della “dissoluzione generale della società italiana”. Quest’errore, insieme agli errori di altri soggetti (dai liberali ai cattolici), consentì la vittoria del fascismo.

Già alla sua nascita, dunque, nel Partito comunista si intrecciavano dimensione nazionale e  internazionale; quest’intreccio resterà vivo e vitale sino alla fine del Partito, diventando mano a mano un impaccio non da poco nella sua evoluzione. Se seguiamo la scansione storica di Romano, possiamo identificare alcuni passaggi essenziali.

 

Lo scontro tra Gramsci e Togliatti

Anzitutto, lo scontro nel 1926 tra Gramsci e Togliatti (quest’ultimo a Mosca, il primo in Italia, a pochi mesi dalla sua incarcerazione): uno scontro che rovinò definitivamente i rapporti tra i due, e sarà alla base della mai superata diffidenza gramsciana verso il centro del partito. In quel celebre scambio, Gramsci mostrava una limpidezza e una linearità delle sue idee a cui era ormai impossibile tenere fede nelle condizioni proibitive della lotta politica nel partito bolscevico, che, come poi si è saputo, mise per un certo periodo in pericolo anche la vita di Togliatti, nonostante la sua prudenza. Gramsci non sarebbe stato complice dei delitti dello stalinismo, ma sarebbe morto. Togliatti visse pericolosamente gli anni moscoviti, trascinando il partito tutto nella complicità.

Chi aveva ragione? La discussione sarebbe futile se in questione fosse il coraggio personale dell’uno o dell’altro; e sbagliata se si pensasse che si scontrassero due opposte visioni della democrazia interna. Ne è prova il fatto che Togliatti si dette da fare per ottenere gli scritti carcerari di Gramsci e, dopo il ritorno in Italia (e questo è il secondo passaggio), ne fece l’asse portante della sua politica, concepita da lui, fin dagli anni Trenta, come politica per la nazione, capace di inserirsi autonomamente e fermamente nel lungo periodo della storia nazionale. Le riflessioni gramsciane furono il fondamento culturale per questa operazione; e niente toglie alla sua lungimiranza la ricostruzione certamente tendenziosa del pensiero di Gramsci così come dei suoi rapporti con la storia culturale italiana. 

 

Una forte proiezione nazionale

E tuttavia, insieme a questa forte proiezione nazionale, non venne mai meno il legame internazionale con l’Unione sovietica, intesa come patria del socialismo: un legame che i due contendenti del 26 sentivano nello stesso modo, anche se lo interpretavano diversamente. Un legame organizzativo, a lungo anche finanziario, ma soprattutto simbolico.

Quel legame costituiva una risorsa politica non rinunciabile per mantenere in vita la prospettiva di una società altra, di un altrove politico, come sfondo per certi aspetti paradossale di un’azione politica che era tutta dentro le istituzioni e le procedure della democrazia, originariamente chiamata borghese, ma riscattata dal contributo imprescindibile dei comunisti. La doppia lealtà, insomma, di cui tanto si è parlato, verso il proprio paese e verso l’Unione sovietica.

Romano identifica il nodo che lega questa doppia lealtà nell’idea di democrazia progressiva, che alludeva da un lato a una prospettiva ideale di superamento della politica occidentale, dall’altro al superamento del suo inscindibile legame con il sistema capitalistico, sia pure regolato e corretto dal Welfare. Quell’espressione – progressiva – segnalava che l’adesione alla democrazia, e il ruolo di costruttore e poi difensore delle sue istituzioni, non implicava in alcun modo l’adesione del Pci alla versione attuale della democrazia stessa.

E questo ha significato, fino a Berlinguer compreso, che il rifiuto di confluire nella prospettiva socialdemocratica (nonostante la vicinanza di fatto con leader socialdemocratici come Brandt e Palme) non era solo una questione tattica o di consenso, ma affondava nell’identità stessa del partito, in quella sua identità così contraddittoria, nella quale tutto si teneva insieme, grazie a una visione organicistica della società e quindi della democrazia.

 

La democrazia progressiva

E’ questa concezione organicistica che, al di là dei pur importanti motivi contingenti (l’ostilità di americani e sovietici, i pessimi rapporti con Craxi), è all’origine della scelta di perseguire il compromesso storico anziché l’alleanza a sinistra: e questo è il terzo e definitivo passaggio. Si potrebbe dire, quindi, che la democrazia progressiva, declinata nella forma del compromesso storico tra le grandi tradizioni politico-culturali del paese, sostituiva una prospettiva di unità nazionale organica, diremmo quasi sostanziale, all’etica della gestione del disaccordo politico: in questo senso si proponeva come un’alternativa alla democrazia liberale, che invece i partiti socialdemocratici avevano pienamente accettato.

Un’alternativa ovviamente impossibile, che trovava in modo tortuoso le radici della sua forza nella rivoluzione d’Ottobre. Quella rivoluzione d’Ottobre che Berlinguer, nel momento stesso in cui  affermava la fine della sua spinta propulsiva, dichiarava la più grande rottura rivoluzionaria della nostra epoca. Confermando alla fine del percorso, con tutti i suoi andirivieni e le sue drammatiche svolte, quella stessa contraddizione da cui il Pci era partito. E determinando la sua inevitabile fine, nel momento in cui finiva il comunismo sovietico.

 

Berlinguer, figura paradossale

Ciò che è venuto dopo, dall’illusione gorbacioviana alla rottura di Occhetto, non è riuscito a fare veramente i conti con questa eredità, che non è neanche risolta dal ruolo sacrale della figura di Berlinguer, che collega il Pci al post-comunismo; ma, vorremmo dire, proprio nel senso che copre e oscura quei motivi di chiarimento e di bilancio storico che sarebbe necessario indagare e ricostruire.

Vista oggi, la figura di Berlinguer appare come la paradossale fotografia di un leader comunista, formatosi e vissuto sotto il segno del primato della politica, che nell’ultima stagione di militanza contribuisce ad aprire le cateratte dell’autodistruzione della politica proprio mentre tenta di uscire dalla crisi storica del proprio movimento” (p. 97).

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