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Ceccanti: “È il ruolo dell’Italia in Europa la vera posta in palio delle elezioni”

Redazione mercoledì 28 febbraio 2018
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Intervista del magazine Formiche a Stefano Ceccanti, vicepresidente di Libertà Eguale e candidato PD alla Camera a Pisa

 

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Prima di tutto l’Europa, a proposito della quale la strada tracciata dal Partito Democratico e dall’intero centrosinistra è l’unica che miri davvero a creare un’Unione “più democratica ed efficiente” in linea con gli sforzi di Francia e Germania. Il costituzionalista e candidato Pd alle politiche Stefano Ceccanti non ha dubbi: le elezioni di domenica prossima saranno fondamentali soprattutto in chiave europea, per stabilire quale percorso dovrà continuare a seguire il nostro Paese. “Si vota su come – chi governerà l’Italia – risponderà a Merkel e Macron per andare su quella strada o capovolgerla: questa è la vera sfida del 4 marzo, non altro”, ha affermato Ceccanti in questa conversazione con Formiche.net nella quale ha parlato anche di legge elettorale e assetto costituzionale e indicato le priorità su cui si concentrerà laddove venisse eletto in Parlamento.

Professor Ceccanti, tutti la stanno definendo una campagna elettorale brutta. Forse la peggiore di sempre. Condivide questo giudizio?

Starei attento a dare giudizi liquidatori. Tuttavia emerge un problema chiaro di regole: dai primi anni ’90 siamo abituati non solo a votare per i rappresentanti ma anche in funzione di una scelta diretta dei governi. Opzione prevista formalmente per comuni e regioni, ma che si era imposta anche sostanzialmente per il livello nazionale, pur a Costituzione invariata e con una serie di problemi, come quello delle maggioranze diverse in due Camere che danno entrambe la fiducia.

C’è anche una causa per così dire istituzionale a suo avviso?

La riforma costituzionale abbinata all’Italicum voleva stabilizzare questa situazione sul piano nazionale. Tuttavia il risultato del referendum e la conseguente sentenza della Corte – che ha eliminato il ballottaggio dell’Italicum – ha comportato una deriva proporzionalista. La pronuncia è figlia diretta del risultato referendario: erano rimaste due Camere con rapporto fiduciario e il premio in una sola era diventato poco sostenibile. L’attuale legge elettorale ha potuto solo ridurre alcuni danni, non evitare questa regressione: sposta a dopo la formazione del governo, rendendo la dinamica politica meno comprensibile.

Perché, a suo avviso, si sta facendo così fatica a parlare nel merito delle proposte concrete dei partiti?

Oltre alla ragione istituzionale, c’è anche un problema ulteriore di tipo politico. La coalizione partita in testa, il centrodestra, è eterogenea sul punto programmatico decisivo, quello della nuova Europa più democratica ed efficiente in accordo con Francia e Germania. Ha quindi presentato un programma di coalizione un po’ confuso per dissimulare questa divisione, che però riemerge costantemente. Per evitare che si veda troppo, cerca di deviare l’attenzione su varie proposte di dettaglio. In questo è agevolata dal fatto che anche il M5s oscilla su questo tema decisivo, dalle posizioni euroscettiche del programma a quelle opposte spesso, ma non sempre, esibite nei discorsi. Non è quindi tanto semplice per l’unica coalizione omogenea su questo punto, quella di centrosinistra, riprendere i mille rivoli del dibattito e spiegare che questo è il punto centrale del nostro prossimo futuro, che condiziona tutti gli altri. Si vota su come – chi governerà l’Italia – risponderà a Merkel e Macron per andare su quella strada o capovolgerla: questa è la vera sfida del 4 marzo, non altro.

Da costituzionalista – e da avversario politico – come valuta la decisione di Luigi Di Maio di salire prima delle elezioni al Quirinale e di arrivare a proporre già una squadra di ministri?

Da costituzionalista mi sembra una cosa ridicola. Nel senso che è del tutto legittimo presentare proposte di questo tipo agli elettori, ma al Quirinale si va quando si è invitati dopo le elezioni, non ci si auto-invita fuori tempo massimo. Da avversario politico segnalo che una vera squadra di governo il M5s non ce l’ha proprio.

A pochi giorni dal voto la percentuale degli indecisi rimane alta, soprattutto nell’area del centrosinistra. Come pensa si debba provare a convincerli?

Riportando la questione al dato essenziale. C’è una maggioranza uscente che sta collaborando con Francia e Germania per costruire una nuova Europa più democratica ed efficiente con i Paesi che condividono questo disegno, quelli della zona euro. La Francia guida perché con Macron ha una maggioranza stabile indiscussa per cinque anni, per la prima volta senza rigidità culturali sovraniste. La Germania si sta sbloccando con la nuova grande coalizione e sta superando le rigidità economiche del passato. Sarebbe assurdo che proprio ora l’Italia si autoescludesse, scegliendo una coalizione eterogenea su questo punto come il centrodestra o una forza ambigua come i cinquestelle.

Nel centrosinistra non manca chi sta chiedendo in queste ore a Matteo Renzi di rinunciare definitivamente alla premiership e di lanciare in questo senso il nome di Paolo Gentiloni. Che ne pensa?

Il problema è che – per come si è evoluto, o meglio involuto, il sistema – le predesignazioni hanno un valore limitatissimo perché il risultato elettorale sarà quasi sicuramente non decisivo. In questo contesto la scelta sostanziale si sposta sulla presidenza della Repubblica e sulle trattative post-elettorali. Renzi ha già detto che ci sono varie personalità Pd che possono guidare il governo in questa prospettiva. Vediamo se dirà altro, tuttavia alla fine conteranno gli orientamenti del Quirinale e i rapporti tra le forze politiche più che le dichiarazioni unilaterali.

La regola dello statuto Pd che fa coincidere il nome del segretario con quello del candidato premier secondo lei è ancora attuale? Oppure sarebbe il caso di rivederla?

Quella norma è coerente con un sistema che assicura una maggioranza. Anziché arrenderci, preferirei che superassimo questa deriva proporzionalista e che tornassimo a un sistema che in modo più efficace del passato faccia scegliere il governo.

In caso di stallo post-voto immagina che si debba tornare a elezioni in tempi rapidi oppure no? E, nel caso, sarebbe opportuno modificare ancora il Rosatellum?

In caso di stallo, la parola passa anzitutto al Presidente della Repubblica. Prima di chiarire che risposte daremo occorrerà capire le sue proposte. Lo stallo rivelerebbe le difficoltà di una legge a dominante proporzionale, ma credo andrebbe ripreso almeno anche il discorso sul bicameralismo paritario: finché resta, è aperta la possibilità di paralisi per maggioranze diverse nei due rami del Parlamento.

Lei è candidato alla Camera nel collegio di Pisa-Livorno. Che atmosfera sta registrando in vista di domenica?

Della mia campagna posso solo essere contento. La fortuna di essere candidati dove si è nati e cresciuti, anche se dopo la laurea mi sono spostato a Roma, mi ha consentito tra l’altro di ritrovare tanti amici e conoscenti. Il collegio plurinominale è vasto e forse ci vorrebbe un po’ più di tempo per far conoscere bene il bilancio dei nostri governi e le nostre proposte future e per capire pienamente le esigenze delle persone. Però registro un clima positivo, diverso da quello che descrivono i sondaggi. Non è un clima entusiastico, ma quando si è governato cinque anni, in una situazione difficile, raramente si suscita entusiasmo. Si può invece determinare un’adesione razionale se si riesce a far conoscere il bilancio reale e le prospettive possibili.

Se venisse eletto in Parlamento, su quali priorità lavorerebbe in particolare? 

Prima di tutto l’Europa, la nuova sovranità europea possibile perché senza questo decisivo livello di governo molti interventi di politica nazionale restano deboli e poco efficaci. Questo significa – sulla scia delle proposte del presidente francese Macron e del dialogo che si è già venuto a creare con il governo Gentiloni – un più ampio bilancio europeo, emissione di project bond per investimenti in capitale umano, ricerca e infrastrutture con un ministro delle Finanze dell’Eurozona che risponda al Parlamento e, in prospettiva, una legittimazione popolare diretta del presidente dell’Europa politica.

Nella sua precedente esperienza in Parlamento si era anche occupato di magistratura. Continuerà per quella strada?

Mi impegnerò a ripresentare la proposta di riforma del sistema elettorale del Consiglio Superiore della Magistratura che avevo già presentato nella legislatura 2008-2013: i rappresentanti dei magistrati devono essere eletti in collegi uninominali e non su liste, rompendo così le rigide divisioni per correnti e alcune storture nel rapporto con la politica.

Altre priorità?

Sosterrò il dialogo con le istanze del territorio, in particolare intensificando l’impegno per le periferie su cui alcuni dei nostri Comuni hanno già ottenuto fondi significativi, che il Pd si propone di raddoppiare. E poi il ringiovanimento delle università su cui il Pd propone di intervenire con un piano straordinario di assunzione di 10.000 nuovi ricercatori. E ancora il potenziamento dei collegamenti aeroportuali e ferroviari. Il Partito democratico propone una grande cura del ferro.

Pensa ci possa essere ancora margine per riformare la Costituzione in Italia?

Le nostre istituzioni sono più freni che acceleratori rispetto ad altri sistemi Paese. Mi impegnerò quindi a riprendere in forme nuove alcuni dei contenuti bocciati nel referendum che però avevano alle spalle problemi reali che persistono ed anzi si aggravano: stabilità ed efficienza dei governi anche con ulteriori interventi sul sistema elettorale, differenziazione delle Camere, conflitti tra Stato e Regioni.

Il modello semi-presidenziale alla francese può essere una via interessante da seguire anche per noi?

La sua adozione integrale, elezione diretta del Presidente seguita poco dopo dall’elezione di una Camera politica con sistema maggioritario, sarebbe una soluzione possibile e coerente per riprendere le finalità della riforma costituzionale con uno strumento diverso.

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