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Come può funzionare il Parlamento durante il Coronavirus

Enrico Borghi lunedì 16 Marzo 2020
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di Enrico Borghi

 

Il “Corriere della Sera” riprende, in un articolo a firma di Alessandro Trocino, una mia dichiarazione indirizzata al Presidente della Camera -Roberto Fico- sull’esigenza di trovare una “innovazione regolamentare” per consentire al Parlamento di poter funzionare nella situazione assolutamente inedita che si è venuta a creare.

Faccio due passi indietro, di natura pedagogica. Primo: il Parlamento è il cardine del nostro impianto costituzionale, e come tale non va considerato un ammennicolo o un passacarte. 2. Nei momenti di emergenza, essendo il luogo della legislazione, della rappresentanza popolare dell’intera Nazione e del controllo dell’esecutivo, deve rimanere assolutamente aperto, vigile e operativo perchè è nei momenti di crisi che si possono insinuare strappi o pericoli. Ne abbiamo avuto qualche sentore venerdì, dopo le dichiarazioni -mal calibrate, diciamo così…- della presidente della BCE e il successivo tonfo in Borsa dei titoli di molte importanti aziende italiane.

Fatte queste due premesse, si pone un problema completamente inedito nella storia della Repubblica, e dello stesso parlamentarismo italiano: come può funzionare in maniera corretta, equilibrata e rispettosa del mandato popolare un Parlamento in tempi di pandemia?

Nella storia italiana, si ricordano solo due casi di “sospensione parlamentare”, entrambi legati a due fatti drammatici. Il primo fu l’ingresso dell’Italia in guerra nel 1915, stabilito dal governo Salandra d’intesa con Vittorio Emanuele III bypassando completamente la Camera dove il sentimento più diffuso (sia tra i liberali di Giolitti che tra i socialisti di Turati) era il neutralismo negoziante, e il secondo fu il “caso Moro”, nei cui 40 giorni i presidenti delle Camere Ingrao e Fanfani non convocarono le aule per non aggiungere elementi di perturbazione (fatto criticato all’epoca e successivamente). Ma in entrambi i casi furono scelte politiche, non legate all’impossibilità pratica e concreta dei rappresentanti della Nazione di entrare in Aula ed esercitare il proprio mandato.

Qui siamo davanti ad un fatto inedito, mai verificatosi prima.

Ho già avuto modo di dire anche pubblicamente che in condizioni di ordinarietà e di normalità, il voto a distanza non può in alcun modo sostituirsi a quello espresso in aula. E lo ribadisco. L’espressione di un voto parlamentare è legato a fenomeni e fattori che si realizzano nel corso del dibattito, sulla base delle novità che emergono durante la discussione, alla luce dell’atteggiamento che il governo decide di adottare di fronte ad una scelta. Votare in Parlamento, che sia in aula o in commissione, non è mettere un like su Facebook.

Però c’è un però… E cioè il fatto che la pandemia sta rendendo di fatto impossibile applicare il principio di rappresentanza senza ledere gli equilibri stabiliti dal voto popolare.

Faccio due esempi. Il gruppo del Partito Democratico, ad oggi, a seguito delle disposizioni stabilite dalle autorità sanitarie (e non sulla base della pavidità dei singoli) se domattina venisse convocata in via di somma urgenza la Camera potrebbe disporre solo di 50 componenti su 90, perchè 40 -strana e singolare assonanza- sono stati messi obbligatoriamente in quarantena a causa della diffusione del virus. Ancora: il principale gruppo dell’opposizione, la Lega, è composto in modo rilevante e significativo da parlamentari eletti nelle zone di maggiore diffusione del virus, Lombardia e Veneto, ed è plausibile che anche in questo caso in una condizione di esigenza di presenza immediata si rileverebbero numerose e forzate assenze.

Potrei continuare con gli esempi.

Qualcuno pensa che per risolvere questo problema (uno per tutti di questa scuola di pensiero, Massimo Villone sul “Manifesto” di oggi) consista in un soprassalto di coraggio e di determinazione da parte dei Parlamentari. Ma poniamo pure che tutti i 630 deputati e i 315 senatori, al grido di “fortitudo” occupassero gli scranni con lo spirito di D’Annunzio nel Carnaro. Cosa accadrebbe dopo una settimana? Una cosa semplice: che la stragrande maggioranza di loro, cioè dei depositari della sovranità popolare, risultebbe affetta dal morbo. E quindi obbligata, ripeto obbligata, alla quarantena, se non addirittura al ricovero coatto.

E dopo 15 giorni -vista la velocità di diffusione del virus e la capacità di contagio elevata- semplicemente avremmo la rappresentanza popolare ricoverata tutta negli ospedali, e il potere legislativo nelle mani esclusive dell’esecutivo, cioè del governo. E chi controllerebbe, chi eserciterebbe la funzione legislativa, chi garantirebbe la rappresentanza popolare in questo caso?

Sono domande che ci dobbiamo porre, perchè non basta cavarsela con le battute. Certo che i politici possono -e devono- stare sul loro posto operativo, come in questi giorni meritoriamente stanno facendo medici, infermieri, ferrovieri, panettieri, militari e via discorrendo. Ma se chiude l’ospedale di Codogno perchè vanno in quarantena tutti i sanitari, possiamo spostare i malati in un altro nosocomio. Se dovesse chiudere un Parlamento perchè i suoi membri sono tutti malati di un virus contagioso, al netto del fatto che si potrebbe configurare un attentato ad un organo costituzionale in atto, con cosa lo sostituiamo?

Non ci sono risposte pre-confezionate a questi interrogativi, e nessuno ha la verità rivelata in tasca. La stessa comunità dei costituzionalisti in proposito è divisa, e il dibattito è aperto.

Quello che però non dobbiamo fare sono due cose. 1. Mettere la testa sotto la sabbia e pensare che “ha da passà a nuttata”… Cioè l’idea, tipicamente italiana, che con un pò di fatalismo e qualche spruzzata di Provvidenza, alla fine le cose si aggiusteranno da sole. 2. Chiuderci dentro la tetragonia di una ortodossia liturgica che rischia di trasformarci in farisei, troppo attenti alle forme e ciechi davanti alla sostanza.

Proposte sul campo ci sono, e andrebbero sviluppate. L’idea del collega Stefano Ceccanti, insigne costituzionalista, di prevedere ad esempio una disciplina specifica nei casi di emergenza, con modifiche regolamentari che affidino ad una specifica commissione (che può riunirsi anche da remoto) il compito istruttorio dei decreti, prima di investire l’Aula. Il fatto che in questo modo in Aula arrivi un testo non più emendabile ma votabile solo in blocco (circostanza che forse migliorerebbe anche la qualità di alcuni provvedimenti…). L’introduzione di modalità telematiche per tenere discussioni e decisioni (da non confondersi, come ho detto prima, col “voto a distanza” che non sarebbe praticabile costituzionalmente).

Non si capisce, insomma, per quali motivi oggi -con lo smart working- sia possibile ora addirittura svolgere assemblee di importanti società per azioni, e ci sia precluso farlo in Parlamento. Ovviamente significherebbe creare le condizioni per le quali nella sessione il singolo deputato possa intervenire, vedere e ascoltare il dibattito, intervenire da remoto se ritiene o se richiesto, votare come votiamo in aula ma anzichè pigiare un bottone schiacciare un tasto di un Pc collegato con rete dedicata intranet non infiltrabile , il tutto con assoluta trasparenza, in diretta televisiva e senza la presenza di nessuno nella stanza per evitare manomissioni o pressioni indebite.

Con una adeguata organizzazione, io che faccio il segretario d’aula e che quindi ho il duplice compito di dare le indicazioni di voto del gruppo ai colleghi e di interfacciarmi con la presidenza per gli aspetti funzionali o regolamentari potrei svolgere la mia funzione.

Stiamo parlando, lo ripeto, di circostanze di assoluta emergenza e straordinarietà. Lungi da me voler introdurre i bacilli della sostituzione digitale del Parlamento con la rete. Questa circostanza la abbiamo contrastata con fermezza, e lo faremo in futuro.

Ma faccio un appello al Presidente Fico, e ai colleghi tutti. Poniamoci il tema di trovare una soluzione che consenta a tutti i parlamentari in quarantena di partecipare ai lavori e al voto in simili circostanze. Altrimenti altro che Repubblica Parlamentare: saranno le ordinanze del governo, i decreti del Consiglio dei Ministri e le direttive del Presidente del Consiglio a regolare la vita di tutti gli Italiani. E poi magari qualcuno si alzerà e dirà che il Parlamento alla fine non serve, che basta far votare i capigruppo per tutti e amenità di questa natura che abbiamo già visto, che abbiamo scongiurato ma che vanno emendate nel concreto. Perchè il parlamentarismo lo si difende innovando, non chiudendosi di fronte alla realtà.

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