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di Michele Salvati

 

La raccolta di diciannove brevi saggi di ottimi economisti curata per il Mulino da Andrea Goldstein (Agenda Italia 2023) mi ha suggerito la metafora della geriatria: non c’è organo del nostro sistema economico-sociale che non sia intaccato da qualche malanno. I malanni sono tanti, come spesso capita ai vecchi, e aggredirne uno può aggravare gli altri: occorre una strategia, un ordine di priorità, un piano di lungo periodo, soprattutto tempo e pazienza, e in ciò consiste l’arte di questa branca della medicina.

 

La metafora della geriatria

La metafora però finisce qui, perché un corpo sociale, una collettività nazionale, non è un corpo fisico, un individuo, e questo comporta due principali differenze.

La prima è ovvia: per quanto abile sia il geriatra e robusto il paziente, nel caso di un individuo il decadimento fisico è destinato inevitabilmente a concludersi con la morte. Non è questo l’esito necessario del declino di uno Stato e di una collettività: ci sono Stati falliti e collettività che si frantumano, ma questi sono eventi rari nei Paesi politicamente e economicamente avanzati. E’ probabile invece che le condizioni di declino si cronicizzino e il Paese entri in un circolo vizioso dal quale è sempre più difficile uscire.

La seconda differenza riguarda le cure e la scelta del medico. Nel caso di un vecchio malandato, il paziente può avere difficoltà nell’identificare il medico adatto, o può mutare opinione in proposito. Ma non v’è dubbio che sta cercando un professionista cui concedere la propria fiducia, e ciò avviene sulla base delle migliori informazioni di cui dispone. Nel caso di uno Stato che versa da tempo in condizioni di declino economico, il medico può essere soltanto un “buon governo” e la ricerca è condotta –stiamo riferendoci a Paesi democratici – attraverso le istituzioni della democrazia. In queste la scelta, da ultimo, è delegata a tutti i cittadini e agli imprenditori politici che ne influenzano le opinioni. Ed è piuttosto difficile che essa produca il migliore governo possibile, quello che dispone della diagnosi più corretta del declino che ha colpito il Paese e del programma più affidabile per uscirne: la democrazia, com’è noto dai tempi degli antichi greci, non consente scelte su basi scientifico-professionali, prese alla luce di obiettivi di benessere largamente condivisi.

 

Il governo dei saggi e dei migliori

Di qui i sogni ricorrenti di un “governo dei saggi e dei migliori”, sogni che inevitabilmente ritornano quando la democrazia liberale e rappresentativa produce governi che non soddisfano le aspirazioni della maggioranza dei cittadini, ciò che ormai avviene da molti anni in non pochi paesi occidentali.

Meglio questi sogni, naturalmente, che farneticazioni di democrazia diretta mediante referendum continui in rete, ma sia l’ipo-democrazia epistemica -quella dei saggi e dei “migliori”- sia l’iper-democrazia informatica – quella di Casaleggio – non sono in grado di sostituire la democrazia rappresentativa che conosciamo: manipolazioni avventate dei meccanismi di quest’ultima possono solo produrre una seria restrizione dei caratteri liberali dei nostri governi.

Ma se un governo ideale è fatto della sostanza dei sogni, un governo accettabile richiede solo che le forze politiche che si alternano al potere abbiano un’idea sufficientemente realistica dei problemi che il Paese deve affrontare per mantenere condizioni di crescita e di benessere: insomma, grosso modo i problemi che la raccolta di Goldstein passa in rassegna per il caso italiano e che altri Paesi sono riusciti bene o male a risolvere.

 

L’Italia, il grande malato tra i paesi industriali

Non così l’Italia: il nostro è l’unico grande Paese industriale in cui soffre vistosamente sia il sistema politico – sono al potere forze populiste – sia il sistema economico – il reddito reale procapite ristagna dall’inizio del secolo. In nessuna delle grandi democrazie con le quali ci confrontiamo questa doppia crisi si manifesta in modo altrettanto grave. Tra le due crisi esiste ovviamente una connessione: il declino economico genera esasperazione politica e favorisce i partiti populisti, e l’incapacità dei governi di risolvere quelli che ho prima indicato come “problemi Goldstein” causano o aggravano il declino. Probabilmente entrambe le influenze sono all’opera, generando un circolo vizioso da cui è difficile uscire.

E’ più grave la crisi politica: nessuno dei “problemi Goldstein” è al di fuori dalla portata e dalle capacità di forze tecniche, economiche e politiche di cui l’Italia potrebbe avvalersi. Il problema è – se si eccettuano brevi periodi e momenti di emergenza – che non si riescono a formare governi capaci di utilizzarle.

Soprattutto si è rivelato impossibile mantenerle al potere abbastanza a lungo da consolidare una efficace strategia di riforma: dissidi ed errori politici delle forze riformiste, abilità e aggressività di quelle populiste, impazienza e ignoranza degli elettori alla ricerca di soluzioni semplici, rapide e indolori, interrompono troppo presto l’esperimento.

E se questo è interrotto prematuramente il declino è destinato aggravarsi e l’esasperazione sociale che l’accompagna può favorire ulteriormente partiti e movimenti che sostengono politiche dannose. A meno che qualche evento traumatico apra gli occhi agli elettori, come la grande sfera dell’impresa di demolizione che fece rinsavire gli orchestrali rissosi di “Prova d’orchestra”, il profetico film di Federico Fellini.

 

L’Italia è l’anello debole delle democrazie liberali

Ma mentre gli effetti dannosi di un trauma – ad esempio, di un’insolvenza dello Stato e di un regime Troika come nella Grecia del 2015 – sono certi, quelli di un “rinsavimento” sono assai dubbi: è sorprendente come sia facile per i populisti, in un contesto di esasperazione e di nazionalismo, scaricare su cause esterne le conseguenze di guasti di origine interna e antica e che essi stessi non sanno come affrontare.

L’Italia è oggi l’anello debole di quel sistema di democrazia liberale al quale dobbiamo le straordinarie condizioni di progresso economico, sociale e politico di cui abbiamo goduto in questo dopoguerra. Il sistema è in difficoltà quasi ovunque e dev’essere seriamente riformato, come Yascha Mounk (Popolo e democrazia, Feltrinelli) argomenta con intelligenza e passione. Se cedesse l’anello italiano, questa non sarebbe un’occasione di riforma, ma probabilmente l’inizio di un periodo di turbolenze che si estenderebbero all’intera Europa. E ridurrebbero l’Italia, da orgoglioso protagonista dell’Unione Europea, ad un Paese semi-sottosviluppato ai margini di essa. O di quanto ne resterà.

 

Articolo pubblicato su La Lettura de Il Corriere della Sera il 26 agosto 2018

Docente di Economia Politica all’Università Statale di Milano, nella Facoltà di Scienze Politiche. Ha scritto e scrive per quotidiani (‘Corriere della Sera’, ‘Repubblica’, ‘Unità’, ‘Il Sole 24 Ore’, ‘Il Foglio’) e riviste (‘Stato e Mercato’, ‘Il Mulino’).

Deputato dei Ds-L’Ulivo nella XIII Legislatura. Tra i più importanti teorici del Partito democratico, ha dedicato all’argomento due libri: “Il partito democratico. Alle origini di un’idea politica” (2003) e “Il partito democratico per la rivoluzione liberale” (2007)

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1 Commenti

  1. nicola martedì 28 agosto 2018

    mi pare che anche il medico Salvati si fermi alla diagnosi senza offrire una terapia

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