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Ecco il nesso tra la partita del Colle e la legge elettorale

Carlo Fusaro martedì 18 Gennaio 2022
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di Carlo Fusaro

 

Alcune considerazioni sul nesso elezione presidenziale / legge elettorale.

1) Il lettore tenga conto che non è una novità né uno scandalo che le forze politiche che negoziano l’elezione del presidente lo facciano sulla base di una strategia politica comune o (ove questa non fosse possibile: com’è spesso il caso e certamente stavolta) sulla base di uno scambio di convenienze. Faccio un solo esempio di tanti anni fa: al momento del via libera all’elezione di Sandro Pertini (ci vollero 16 votazioni) il PRI di La Malfa gli chiese informalmente di portare al Quirinale l’allora segretario generale della Camera Antonio Maccanico (uomo di fiducia del leader repubblicano), come segretario generale della presidenza… E così avvenne.

2) Nel nostro ipercinetismo legislativo in materia elettorale («si definisce ipercinetico un soggetto, in età infantile, con turbe comportamentali a genesi non chiara, improntate a continua e ingiustificata attività motoria, irrequietezza e ridotta capacità di concentrazione…»), la legge vigente figlia della fallita riforma costituzionale del 2016 e della giurisprudenza della Corte costituzionale, prevede che ⅜ dei seggi siano assegnati a partiti o coalizioni in altrettanti collegi uninominali (vince chi prende più voti) e ⅝ nei collegi plurinominali con formula proporzionale, il tutto in 28 circoscrizioni (Camera) o nelle 21 regioni o province autonome (Senato) alle liste che superino il 3% nazionale. E’ un sistema misto a prevalenza proporzionale, dunque, con modesto ma significativo sbarramento: è stato usato solo nel 2018 con un certo premio alle liste della coalizione più votata (fu il centro-destra) e alle liste del partito maggiore (fu il M5S). Si calcola (D’Alimonte e la sua scuola) che la coalizione con almeno il 40% dei voti in grado di conquistare anche il 70% dei collegi uninominali possa ottenere la maggioranza assoluta dei seggi. Non facile, ma possibile.

3) Questo blando effetto maggioritario potrebbe essere accentuato dalla riduzione di deputati e senatori (la Camera di 400, eleggerà circa 150 deputati uninominali e 250 proporzionali; il Senato di 200, eleggerà circa 75 senatori uninominali e 125 proporzionali: fate i conti e vedete che la regola 70%+40% continua comunque a funzionare).

4) Ad equilibri interni cambiati (crescita piccola della Lega, calo di Forza Italia, crescita grande di FdI) le destre alleate hanno (secondo i sondaggi) buone probabilità di ottenere la maggioranza assoluta. Questo induce il M5S e parte del PD (e le forze minori intermedie a partire da Italia Viva) a considerare con favore, invece, un cambio della legge elettorale in senso PIU’ o DEL TUTTO proporzionale: per non far vincere le destre, soprattutto per “staccare” Forza Italia da Salvini e Meloni e per permettere ai vari centristi di andare da soli senza tante preoccupazioni (se saltano i collegi uninominali, saltano le coalizioni ad essi legate e ognuno va per sé: il resto dipende dallo sbarramento che sicuramente sarebbe non superiore all’attuale): in questo modo – va da sé – l’elettore perde ogni possibilità di influire sulla formazione dei governi (ma questa – in sostanza – gli è stata già tolta dopo l’affossamento della legge del 2015, c.d. Italicum e di quella del 2005, c.d. Calderoli).

5) Questo spiega perché Salvini e Meloni sono contrari a una riforma ultraproporzionalistica della legge vigente, e perché giochino la partita del Quirinale avendo questa esigenza sullo sfondo (il finto appoggio a Berlusconi va letto anche così). Spiega poi perché gli altri hanno l’obiettivo opposto e ne tengano conto a loro volta.

6) Secondo Roberto D’Alimonte nelle Camere attuali vi sarebbe una maggioranza proporzionalistica (si pensi alla consistenza, tuttora, del M5S, per esempio): secondo me sottovaluta il tempo ristretto a disposizione prima delle elezioni e le barricate che Lega e FdI potrebbero fare. Però le mosse di Salvini (resto al governo, non appoggio affatto Berlusca) si spiegano con la determinazione, comunque, di essere al “tavolo” della legge elettorale. Magari per negoziare (col Pd di Letta e molti altri) una proporzionale con premio di maggioranza che – a certe condizioni – potrebbe far contenti quasi tutti.

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