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Federalismo europeo, il sogno di Draghi. Cambiare i trattati Ue contro i sovranismi

Vittorio Ferla giovedì 5 Maggio 2022
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di Vittorio Ferla

 

Il discorso di Mario Draghi a Strasburgo dell’altro ieri rappresenta uno spartiacque. Il capo del governo italiano pone le basi per una riforma storica dei trattati.

Il punto di partenza del ragionamento di Draghi sono le recenti crisi che stanno sfidando la capacità di tenuta dell’Unione.

In primo luogo, la pandemia da Covid 19 che ha scatenato per la prima volta nella storia una potente reazione collettiva fondata sul debito comune europeo per sostenere i paesi maggiormente colpiti dalla crisi (prima tra tutti, l’Italia). A dispetto delle ritrosie dei paesi frugali nordeuropei, Draghi fa capire che il Next Generation EU è il modello di riferimento per la costruzione di una politica fiscale comune capace di mettere le basi per lo sviluppo della dimensione sovranazionale e per la protezione dei cittadini europei.

In secondo luogo, l’aggressione della Russia all’Ucraina aggiorna l’agenda europea provocando l’impegno dei paesi membri per l’indipendenza energetica (soprattutto dagli idrocarburi acquistati da Mosca) e per la costruzione di una sicurezza comune capace di rendere efficiente la spesa militare di ciascun paese e di coordinare la difesa contro una eventuale minaccia diretta del Cremlino.

Altri due passaggi sono fondamentali per rafforzare l’Unione.

Primo: l’ulteriore allargamento ai paesi dell’est, assolutamente necessaria se si vuole evitare che il delirio imperialista panrusso di Vladimir Putin possa far esplodere focolai di conflitto in tutta l’Europa. Dice Draghi: “L’Italia sostiene l’apertura immediata dei negoziati di adesione con l’Albania e con la Macedonia del Nord”, vuol dare “nuovo slancio ai negoziati con Serbia e Montenegro” e “la massima attenzione alle legittime aspettative di Bosnia Erzegovina e Kosovo”. Ultima ma non ultima: l’Ucraina nell’Unione Europea. In questo modo, si puntellano i confini orientali dell’Ue e si alza una linea di difesa nei confronti della minaccia che arriva da Mosca.

Secondo passaggio è l’elaborazione di una politica estera comune. Visti i confini e la conformazione fisica del vecchio continente è del tutto evidente che la diplomazia europea non potrà che proiettarsi verso sud. Quindi: Africa e Medio Oriente. La prospettiva è segnata, in particolare, da tre fattori: la crisi alimentare che potrebbe travolgere quesi paesi a causa del blocco della produzione e delle esportazioni di grano e altri prodotti da Russia e Ucraina, la conseguente probabile crisi migratoria che potrebbe spingere milioni di nuovi poveri a varcare il Mediterraneo in cerca di nuove opportunità di vita, la ridefinizione delle forniture di energia che sempre più sgancerà i paesi europei dalla Russia e aprirà nuove partnership commerciali con i paesi arabi e africani.

Il punto è che – avverte Draghi – per rispondere a queste numerose sfide l’Unione dovrà ristrutturarsi profondamente. L’attuale modello intergovernativo e pattizio della comunità europea non è più sufficiente per assicurare la tempestività e la nettezza delle decisioni e per garantire il funzionamento delle politiche pubbliche comuni (difesa, sicurezza, energia, accoglienza). Occorre superare il sistema europeo dei veti incrociati. Qualche esempio? Il veto dei paesi frugali blocca l’adozione del debito comune europeo a sostegno dei paesi che affrontano specifiche crisi. Il veto dei paesi di Visegrad blocca l’adozione di politiche di accoglienza, gestione e integrazione dei migranti. Il veto sull’embargo totale degli idrocarburi russi da parte dei paesi dipendenti dalle forniture di Mosca impedisce il definitivo decoupling con la Russia, alimentandone le spese militari a sostegno dell’invasione dell’Ucraina. Il veto di altri stati membri può bloccare l’ulteriore allargamento ai paesi orientali.

Insomma, Draghi fa capire che il sistema dell’unanimità, frutto della logica intergovernativa è letale per la sopravvivenza dell’Unione europea. E che solo la logica del “federalismo pragmatico” può governare i fenomeni complessi di questa nuova era della globalizzazione. Si rende pertanto necessaria una iniziativa audace per la riforma dei trattati. Le resistenze sono ancora forti, ma la trasformazione geopolitica in corso spinge chiaramente in quella direzione.

I primi segnali in tal senso arrivano proprio dal Parlamento europeo. Proprio ieri l’aula di Strasburgo ha adottato per alzata di mano una risoluzione che dà un seguito alle conclusioni della Conferenza sul futuro dell’Europa. Con la richiesta esplicita di una revisione dei Trattati per garantire una maggiore semplicità, trasparenza, responsabilità e democrazia nell’Unione europea.

Il giorno prima – lo stesso del discorso di Draghi – gli eurodeputati hanno votato a favore di una revisione delle regole elettorali europee che darebbe ai cittadini un ruolo maggiore nella scelta del presidente della Commissione e consentirebbe loro di votare per delle liste transnazionali di candidati, secondo la proposta lanciata dal presidente francese Emmanuel Macron nel discorso della Sorbona del 2017. Il testo è stato approvato con 323 voti a favore, 262 contro e 48 astensioni, mentre la risoluzione politica di accompagnamento con 331 voti favorevoli, 257 contrari e 52 astensioni. Numeri che mostrano che il dibattito vede ancora profonde fratture. Secondo il sistema proposto dall’europarlamento, ogni elettore avrebbe due voti: il primo per eleggere un deputato nella rispettiva circoscrizione nazionale e il secondo per eleggerne un altro nella circoscrizione paneuropea, composta da 28 seggi supplementari.

Se passasse una riforma del genere saremmo di fronte a un cambiamento epocale: il primo passo per la costruzione di un spazio politico europeo comune. I cittadini dell’Ue avrebbero anche più voce in capitolo sulla scelta diretta del presidente della Commissione europea attraverso il processo del cosiddetto Spitzenkandidaten. Con questo sistema – respinto dai paesi membri nel 2019 – i partiti politici europei sceglierebbero un candidato guida per il ruolo di vertice dell’esecutivo comunitario.

Come si collocherà l’Italia di fronte a queste formidabili trasformazioni? E quale sarà il ruolo di Draghi nello sviluppo del processo di riforma? Difficile rispondere a queste domande. Il paradosso del governo di unità nazionale è che a un premier che esplicitamente si ispira alla originaria tradizione euroatlantica degasperiana si contrappone una compagine a maggioranza populista, sovranista e neutralista (se non esplicitamente filorussa). Matteo Salvini e Giorgia Meloni hanno strumentalmente interpretato le parole di Draghi come un’accusa all’inefficienza delle istituzioni di Bruxelles, un riconoscimento del fallimento del modello dell’Ue e la prova della necessità di realizzare una “Confederazione dei liberi popoli europei”. Insomma: un grossolano e mediocre tentativo di far dire al premier – campione di europeismo contro ogni sovranismo – l’esatto contrario di quello che ha detto. Una posizione che, viceversa, colloca i leader di Lega e Fratelli d’Italia nello stesso campo di Marine Le Pen e di Viktor Orbán. Con grande soddisfazione del principale diabolico agente del populismo globale e della disgregazione dell’occidente: Vladimir Putin. Allo stesso modo, Giuseppe Conte (di nuovo in compagnia di Matteo Salvini e ispirato dal duo Grillo-DiBattista) continua a cincischiare sulle armi all’Ucraina. Nel tentativo di far deragliare l’esecutivo italiano dal binario dell’alleanza euroatlantica, strizzando l’occhio all’amichetto del Cremlino. L’ultimo anno di Draghi a Palazzo Chigi sarà pieno di ostacoli. Né si capisce ancora chi sarà in grado di raccoglierne l’eredità.

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