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di Enrico Morando

 

Voglio iniziare dai quattro pilastri dell’edificio riformista, che dobbiamo ricostruire dopo il crollo del 4 marzo scorso.

Il primo: l’utopia democratica della pace, via approccio multilaterale alla soluzione dei conflitti, in un mondo profondamente diverso da quello conosciuto fino alla fine del 900. Utopia democratica della pace cui le democrazie liberali debbono ispirare la loro realistica attività di governo del multipolarismo, dove pericolosamente si rafforzano visioni e pratiche illiberali (le democrature).

Il secondo: L’Unione Europea come coprotagonista del governo globale, capace di sfruttare a fini di sviluppo del benessere dei molti le enormi potenzialità della nuova rivoluzione digitale e della globalizzazione, altrimenti destinate ad accrescere gli effetti negativi della distruzione creatrice del capitalismo.

Il terzo:una nuova visione-aperta alla cooperazione-dell’interesse nazionale beninteso.

Il quarto: la costruzione di un assetto politico e istituzionale che dia forza e capacità di realizzarsi alla strategia riformista. Dunque, istituzioni rappresentative e governi che traggano legittimità e responsabilità dalla libera scelta dei cittadini. E un partito politico di riformismo liberale e democratico europeo, a vocazione maggioritaria, che possa credibilmente farsi interprete e realizzatore di questa strategia.

 

 

Le Tesi per il riscatto riformista

Questi, a mio giudizio, sono i pilastri del nuovo edificio riformista, coerenti con l’analisi delle cause del crollo intervenuto.

A partire da questi quattro solidi punti di riferimento, noi di Libertà Eguale vogliamo elaborare, nelle prossime settimane- utilizzando i materiali forniti da questa Assemblea nazionale, dalle iniziative sul Sud e sulla sovranità europea che l’hanno preceduta, dagli Incontri Riformisti di Tartano – un documento di “Tesi per il riscatto riformista”. Idee per il futuro del Paese che vogliamo rivolgere certamente al Partito Democratico che prepara il suo Congresso, ma anche a quella vasta parte dei cittadini italiani che già il 5 marzo ci ha detto di essere pronta ad impegnarsi per la costruzione dell’alternativa, ma che abbiamo, per ora, deluso, con un confronto troppo autoreferenziale e politicamente sterile.

Si dovrà trattare di un documento breve, che assuma a premessa il lavoro svolto sulle cause della sconfitta, a partire dalla relazione-davvero molto ben congegnata-di Alessandro Maran.

La relazione dá conto del lavoro di scavo sui fondamentali fattori di crisi della sinistra riformista di governo in tutto l’Occidente.

 

La crisi della sinistra socialdemocratica

Perché di questo si tratta: nessuna sottovalutazione delle cause nazionali della sconfitta rovinosa subita in Italia… Ma se negli Stati Uniti d’America i Democratici vengono sconfitti da Trump in un voto che tutto è stato meno che un incidente… Se in Francia il candidato del Partito Socialista non raggiunge il 7% nelle Presidenziali… Se nel Regno Unito il Labour assiste passivamente alla vittoria dei sostenitori della Brexit… E se oggi chi vi si oppone non ha una rappresentanza politica…, ci devono pur essere delle cause comuni della crisi che vanno affrontate attraverso un comune sforzo di mutamento della politica e delle politiche. Un mutamento che deve andare ai fondamentali, perché quella della socialdemocrazia è una vera e propria crisi di funzione.

Nel Novecento, al di là delle diverse autodefinizioni, essa può essere riassunta così: dare una organizzazione, un contesto ordinato, alla distruzione creatrice del capitalismo ( Shankar).

Attenzione: non solo redistribuire i frutti del dinamismo del capitalismo a favore dei più deboli, dei lavoratori, dei ceti oppressi. No. Fornire un contesto di istituzioni, regole e iniziative economiche, sociali, culturali,tali da mantenere- anzi, accelerare – il dinamismo economico-lo sviluppo delle forze produttive-,riducendo il disordine, le sofferenze e le contraddizioni indotti da quello stesso dinamismo. Non è stato un caso se ne venne fuori un periodo di intensa crescita e di forte riduzione della disuguaglianza.

 

Di fronte a un bivio

Per fare i conti con questa crisi di funzione, si aprono di fronte alla “socialdemocrazia” due strade:

1- Rassegnazione ad una funzione subalterna: la globalizzazione produce vittime, specie in Occidente. Rappresentiamole. Cerchiamo di essere simpatetici. Con quali politiche? Abbandonando l’hybris della terza via , l’ ambizione a governare ai nostri fini la globalizzazione. In buona sostanza, tornando alla seconda via, in un contesto tanto mutato da renderla certamente inefficace.

2-Governare la globalizzazione. Favorire e promuovere lo sviluppo delle forze produttive ( in questa fase, dare corso alla rivoluzione digitale) , riducendo drasticamente (nell’utopia democratica: eliminando) le sofferenze sociali indotte. Armi da usare? Prima di tutto, l’innalzamento del capitale umano e del capitale sociale.Via promozione di effettive pari opportunità.

È difficile? Certamente. È impossibile? Assolutamente no: la storia del Novecento è stata segnata dall’impronta dei socialdemocratici proprio perché non hanno ritenuto impossibile governare la distruzione creatrice, attraverso l’iniziativa politica e sociale alla dimensione nazionale. Ora, si tratta di agire alla dimensione globale. La perfetta consapevolezza della difficoltà del compito è essenziale. Ma altrettanto rilevanti sono una visione positiva e un rigoroso approccio razionale: ottimismo, fiducia e realismo sono componenti essenziali della ideologia riformista. Attenzione, dunque, a parlare di crisi irreversibile della società occidentale. Se la sinistra lo fa, mentre i nazionalpopulisti lavorano alla costruzione di muri, alle guerre commerciali, al protezionismo, la situazione diventa pericolosamente simile a quella degli anni 30 del novecento.

 

1- L’utopia della pace

Ecco il terreno su cui impiantare il primo pilastro del nuovo edificio riformista. Tonini ne ha parlato nella iniziativa sulla sovranità europea e Maran ha ulteriormente lavorato su questo: il mondo è cambiato. È diventato multipolare. In questo nuovo mondo, riproponiamo l’utopia democratica fondamentale: la pace attraverso un approccio multilaterale. Non in modo ingenuo, ovviamente esposto al pericolo di essere spazzato via da Trump e dalle nuove democrature che si stanno affermando in potenze regionali.

Al contrario: si deve trattare di un approccio assolutamente realistico: il nostro multilateralismo deve fare i conti fino in fondo con la realtà del nuovo contesto internazionale.

Per chiarire meglio questo punto cruciale, prenderò in esame il caso della Nato. In passato, alla Nato si chiedeva di fare una sola cosa: tutelare l’Occidente dalla minaccia sovietica. Oggi, le si chiede di fare una gran quantità di cose, spesso diverse a seconda del contesto regionale da cui viene la sollecitazione. Questo rende la Nato molto più “costosa”, sia politicamente, sia economicamente. Trump solleva questo problema, per indebolire l’Unione ed alimentare la sua ipotesi di gestione del multipolarismo, fondata su confronto/ scontro/ accordo con le singole potenze regionali. Ma il problema c’è davvero, tanto che fu Obama il primo a proporlo. Quando dico utopia democratica della pace da multilateralismo “non ingenuo”, mi riferisco al fatto che dobbiamo avere disponibilità piena a redistribuire questi costi- politici ed economici-per riproporre la funzione della Nato nel nuovo contesto. Una scelta decisamente impegnativa, per una certa sinistra che si limita a proclamare l’esigenza di pace, senza darsi carico di coprire i costi affrontati per procurarsela.

Se alla costruzione del nuovo governo globale, via approccio multilaterale, partecipa l’Unione come tale, l’Europa può esserne protagonista. Altrimenti, si riproporrà alla dimensione europea ciò che si è verificato prima della costruzione dello stato nazionale nel nostro Paese: Franza o Spagna purché se magna. Un detto del genere c’è solo in Italia. Ad ammonire che la disgregazione in staterelli è ragione di irrilevanza nel contesto internazionale dominato dal conflitto di ognuno contro tutti.

 

2- La costruzione dell’Unione Europea

Il secondo pilastro-da collegare bene col primo, attraverso la robusta trave del nuovo rapporto euro Atlantico-, è costituito dall’Unione Europea.

Procederò, anche in questo caso, attraverso esempi, nel tentativo di dimostrare che non si tratta di agitare un europeismo astratto, ma di agire per concretissime e realistiche soluzioni ai fondamentali problemi aperti.

Le indagini demoscopiche segnalano da tempo che il primo problema avvertito come tale dagli italiani è quello dell’immigrazione non governata. Il secondo è quello che possiamo riassumere sotto il titolo sicurezza (la minaccia del fondamentalismo terrorista islamico). Cominciamo da quest’ultimo.

Oggi, la spesa militare dei diversi Paesi membri dell’Unione Europea, sommata, è seconda, nel mondo, solo a quella degli Stati Uniti d’America. Questa spesa finanzia strumenti militari assai poco efficaci. Ne riceve un danno, peraltro, anche l’economia europea.

Il presidente Macron- la Francia fu il paese che impedì a suo tempo la costruzione della unione europea di difesa -sembra aver mutato la collocazione del suo Paese, pronunciandosi nettamente a favore della costruzione dell’embrione di uno strumento militare e di sicurezza dell’Unione. L’Italia riformista come risponde? Non basterà certo dire sì. Poiché serviranno risorse aggiuntive rispetto a quelle oggi dedicate a questo scopo dal bilancio nazionale, siamo pronti a fare crescere adeguatamente ciò che nel nostro bilancio pubblico finanzia lo strumento militare? O siamo pronti soltanto a ribadire che vogliamo meno spesa militare, secondo la posizione della sinistra tradizionale?

Veniamo ora alla immigrazione. Maran ha richiamato la vicenda del documento ,di cui era primo firmatario, alla conferenza programmatica del Partito Democratico di Varese. È passato tanto tempo, ma quella vicenda dice tutto il necessario, ancora per l’oggi. Del resto, sono passati i soliti 10 anni, secondo l’abitudine consolidata della sinistra italiana (se 10 anni vi sembran pochi…).

Come ci ha detto Maran, quel documento proponeva di selezionare la immigrazione economica necessaria al nostro paese, secondo criteri ben definiti: conoscenza della lingua, accettazione delle fondamentali regole costituzionali, competenze, idee circa il ruolo delle donne nella società. Sì, selezionare. Non è un reato. Non è razzista. Lo fanno molti paesi che sono e hanno tutta l’intenzione di restare democrazie liberali.

Minniti ha fatto benissimo, quando è stato messo in condizione di fare. Ma non siamo neppure riusciti a sfiorare il tema posto dalla conferenza di Varese: non solo il governo delle emergenze.

I riformisti devono dunque essere in grado di governare i flussi secondo le tecniche, le procedure e l’indirizzo politico che è stato proprio di Minniti. Ma devono definire obiettivi e regole per governare un flusso ordinato di immigrazione economica legale, attraverso criteri trasparenti di selezione. Siamo pronti a farlo, o ci basta recriminare sopra il fatto che non siamo riusciti a far approvare una legge sullo ius soli?

Anche la crescita economica, che ci manca da troppo tempo, ci sollecita alla costruzione del pilastro europeo. Il “sentiero stretto” lungo il quale abbiamo condotto la politica economica e fiscale italiana è stato produttivo di risultati, ma ha lasciato insoddisfatti troppi. La distanza che ancora separa il reddito medio pro capite del 2017 da quello del 2007 è troppo grande.

La politica monetaria ha aiutato (dopo una troppo lunga esitazione)…

Alcune delle riforme strutturali realizzate ci hanno consentito di far tornare il Paese a crescere.

  • È stata incisiva la riduzione strutturale del cuneo fiscale sul lavoro e sull’impresa: più di 20 miliardi l’anno di imposte in meno sui fattori produttivi.
  • Gli investimenti privati in macchinari e nuove tecnologie-crollati durante la grande recessione-sono in forte accelerazione, trainati dal superammortamento e dall’iperammortamento (A proposito: quali sono le intenzioni del governo giallo verde su questo cruciale tema? Un ciclo degli investimenti sembra in atto: hanno intenzione di provocarne una rapida interruzione?).
  • La Buona Scuola ci è costata una marea di risorse prima e voti dopo: resta tuttavia una innovazione cruciale, per la modernizzazione del paese, specie per aver introdotto quell’alternanza scuola-lavoro che ora il Contratto promette di abolire.
  • Infine, il Jobs Act: il lavoro cresce, mentre il Prodotto lo fa molto meno ( numero dei posti di lavoro sopra il livello del 2008, mentre il PIL resta sotto di otto punti). Una istituzione economica fondamentale come il sistema delle regole del mercato del lavoro è stata riformata e modernizzata, mentre la contrattazione di secondo livello tra le parti è stata significativamente incoraggiata.

Riforme strutturali importanti e politica fiscale moderatamente espansiva, senza mettere a rischio i conti pubblici: questa linea- l’unica praticabile nel contesto dato- è stata sonoramente bocciata dagli elettori. Dobbiamo resistere alla tentazione di buttarla a mare, per conclamato fallimento. Ma cosa le è mancato per risultare davvero efficace? Conosciamo da tempo la risposta: ci è mancato il motore della politica fiscale dell’Area Euro.

Qualche giorno fa, dal vertice Macron-Merkel a Meseberg, è emersa una novità assai rilevante: le due leadership dei principali nostri partners europei si sono impegnati a realizzare il “Bilancio dell’Euroarea”. Il governo vicepresidenziale italiano ha finito col scegliere di ignorarla, al fine di proporre in sede di Consiglio europeo la sua priorità: propaganda in tema di immigrazione.

Ecco cosa avrebbe dovuto fare “l’Italia dei riformisti”: dichiararsi pronta ad anticipare il pareggio strutturale di bilancio, purché venisse immediatamente acceso il motore europeo per la crescita, attraverso il Bilancio (entrate e uscite autonome, del tutto distinte dal bilancio dell’Unione europea)

dell’Euroarea.

 

3- Una visione chiara dell’interesse nazionale

Per costruire la Unione Europea che vogliamo e che ci serve, abbiamo bisogno di un terzo pilastro: una visione chiara del nostro interesse nazionale, coerente con le esigenze del governo della globalizzazione.

L’idea dei nazionalpopulisti è chiara: rinazionalizzare le politiche. Su tutto ciò che conta davvero: governo dei confini, immigrazione, occupazione. Nessuno dei problemi connessi a questi temi è davvero affrontabile a dimensione esclusivamente nazionale: quella dei nazionalpopulisti è, dunque, un’utopia reazionaria.

I riformisti debbono farsi i protagonisti della iniziativa uguale e contraria: collocare l’interesse nazionale beninteso dentro il nuovo contesto globale e dentro il processo di costruzione dell’Unione.

Per condurre questa operazione al successo, è indispensabile la radicale riforma del sistema politico costituzionale, senza la quale risulta impossibile una presenza efficace del Paese nei processi di costruzione della nuova governance europea e mondiale.

È stato un grave errore abbandonare questo terreno di iniziativa, dopo la bruciante sconfitta del referendum nel dicembre 2016. Un errore che abbiamo pagato anche elettoralmente: meno della metà di chi ha votato SÌ a quel referendum ha poi votato Partito Democratico alle ultime elezioni politiche. Il modello semipresidenziale francese-recentemente riproposto ed adeguato da Stefano Ceccanti con una sua proposta di legge costituzionale-è un buon riferimento per riprendere l’iniziativa.

Se la società nella quale viviamo è quella della conoscenza… Se è vero, come è vero, che il valore di un prodotto-sia esso un bene o un servizio-è dato dalla quantità di conoscenza incorporata… Se la qualità e la quantità del capitale sociale è in primo luogo influenzata dal livello di istruzione e formazione dei cittadini, allora la prima componente di un beninteso interesse nazionale è data dalla costruzione di un adeguato sistema pubblico di istruzione. Sono stati recentemente pubblicati i dati INVALSI. Davvero impressionanti: un ragazzo su due del Sud non sa bene l’italiano. Più di un ragazzo su due del Sud non conosce le nozioni fondamentali di matematica. Un divario che ci condanna, come Paese, ad inseguire ritmi di sviluppo e livelli di capitale sociale irraggiungibili.

Non sono un esperto di questo tema. Ma continuo a ritenere che senza una consapevole e determinata iniziativa di costruzione di un sistema di dispari opportunità positive a favore dei bambini e dei ragazzi del Mezzogiorno d’Italia, non riusciremo a venirne a capo. Dunque, lì debbono andare insegnanti migliori, più pagati, con carriere più dinamiche, con classi meno numerose, in scuole meglio attrezzate di quelle del centro-nord. Assieme a politiche per favorire la partecipazione delle donne alle forze di lavoro-anche grazie ad incentivi fiscali selettivi a favore di queste ultime- sono scelte come queste quelle che possono infondere fiducia presso le popolazioni del Sud. Mentre le controriforme previste dal Contratto Lega- Movimento 5 Stelle ripropongono un assistenzialismo senza speranza.

 

Costruire il partito dei riformisti

Nulla di tutto ciò che ho detto fin qui potrà essere realizzato, se non costruiremo rapidamente il quarto pilastro: il partito.

Lo ha scritto come meglio non si potrebbe Mauro Calise: ” I partiti, all’osso, sono macchine per mettere insieme idee, consensi e gestione del potere. Senza una macchina funzionante, restano un evento culturale”. Tre le componenti fondamentali di questa macchina: comunicazione, personalizzazione e organizzazione.

Dalla nascita del Partito Democratico (2007) in poi, la componente organizzazione è stata volutamente ignorata.

Riducendo la questione all’essenziale, a me pare che si possa individuare con chiarezza un obiettivo: una infrastruttura telematica che metta assieme sociale e virtuale. Che impieghi le nuove tecnologie a rivitalizzare anche le forme più tradizionali di militanza. Che utilizzi le competenze disponibili come strumento per rafforzare la conoscenza (e anche la capacità di fare propaganda) degli elettori più attivi e dei militanti. Nessun partito ha risorse umane disponibili pari a quelle del PD. Ma la noncuranza di un simile patrimonio non è, purtroppo, inspiegabile: se la struttura del partito cambia, chi lo controlla teme la perdita delle risorse di cui dispone.

Non è una questione interna del PD: la sconfitta subita dal riformismo italiano ha tante cause, come abbiamo visto, ma una delle più rilevanti è certamente costituita dalla incapacità di darsi una organizzazione nuova, rispetto a quelle dei partiti preesistenti, divenute ormai l’ombra di se stesse.

I partiti che stanno al governo sono diversi, tra di loro, ma hanno entrambi saputo darsi una organizzazione di grande efficienza: eppure non hanno milioni di persone pronte a mettersi in fila e a pagare per partecipare al Congresso del loro partito (impropriamente chiamato Primarie), né hanno centinaia di migliaia di contribuenti che assegnano loro il 2×1000. Se vogliamo sconfiggerli, la prossima volta, bisognerà che ci si dia una mossa anche su questo terreno.

 

 

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