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Il populismo tra ragione ed emozione

Antonio Preiti domenica 27 Gennaio 2019
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di Antonio Preiti

 

Con i cieli caduti sulla terra, cioè sulla fine dell’autorità, si chiudeva il primo “memo” sulle radici del populismo. Qual è la conseguenza? La conseguenza è una nuova fisica sociale con idee politiche che si formano, si alimentano e si affermano in maniera completamente diversa.

È la grande trasformazione del modo in cui le persone stanno assieme e comunicano, non ancora compresa, o addirittura rigettata, da chi potrebbe proporre una strategia anti-populista.

 

Tra ragione ed emozione

Il primo difetto di comprensione ha radici lontanissime e si sostanzia nella incredibile (se guardiamo alle scoperte scientifiche su come funziona il cervello) divisione tra ragione ed emozione. La politica, almeno nella percezione delle élite, è intesa come un esercizio razionale, insomma la tecnica applicata ai problemi. La politica sarebbe uno sgombero delle emozioni che arrivano dal basso a favore di un governo razionale e “obiettivo” dei fenomeni. Il governo Monti è stato l’apice di questa concezione.

Antonio Damasio, neuroscienziato fra i più grandi, ha scritto che “le emozioni sono al centro dei nostri pensieri e non sono separate dalla ragione, anzi sono il fondamento della ragione, perché ci dicono cos’ha valore per noi.” E nella politica è ancora più vero: ciò che ci emoziona, nel bene e nel male, indica quello che ci importa. Il resto è niente.

 

Una nuova fisica sociale

Il mondo digitale ha creato la nuova fisica sociale perché ha dato una scena pubblica a tutti e poter così reinterpretare ogni fatto che accade. Se prima la conoscenza e la coscienza dei fatti veniva dall’alto verso il basso (dalle autorità, dai giornali, dalla televisione), adesso arriva dai propri pari (peer-to-peer), cioè dalle persone con cui siamo connessi: la gente impara dalle persone che ama.

Non sono le autorità lontane, astratte, autoreferenti le persone che si amano. E poi c’è Google. La vertigine di Google. Sul mal di testa chiedo a Google; l’opinione del dottore la verifico con Google; come funziona ogni cosa lo chiedo a Google. Poi condivido con i miei pari, sento le reazioni, mi faccio un’idea. L’autorità parte dal basso.

La concezione del mondo che prevale, o l’interpretazione dei singoli fatti che prevale, è il frutto di un apprendimento sociale, a cui partecipano tutti, ciascuno con il suo grande, piccolo o nullo bagaglio di sapere.

All’ipse dixit si è sostituita la “saggezza della folla”. Quello che non riusciamo a comprendere (questa è la novità più grande) è che la conoscenza, anzi la coscienza sociale, è il frutto dell’interazione fra gli umani e le macchine (si veda al proposito, “Invisible Influence” di Jonah Berger).

Un esempio. Se voglio sapere qualcosa in più sul jobs act (o su qualunque altra cosa) e chiedo a Google, le risposte che ottengo dipendono da due fattori: chi sono io (perché l’intelligenza artificiale seleziona quelle che hanno più probabilità che io apprezzi) e da chi ha comprato la parola-chiave ‘jobs act’, e se per caso fossero gli avversari della legge, difficilmente troverei articoli e commenti a favore.

Altro esempio è quello dei vaccini: la polemica nasce dallo sciame sociale digitale che l’ha sostenuto. Lo stesso vale, ad esempio, per l’olio di palma.

Gli esempi non sono per dire che si tratta di una comunicazione truffaldina, fake news e quant’altro, ma per dire che questi tre argomenti hanno creato emozioni fortissime: che la legge sul jobs act tolga sicurezza a tutti; che troppi vaccini facciano venire l’autismo; che l’olio di palma sia cancerogeno.

Provate a scrivere su Google “olio di palma” e vedrete che il primo suggerimento è “olio di palma cancerogeno”. Questo avviene non perché autorità citate da Google dicano che sia così, ma semplicemente perché quell’aspetto dell’argomento è stato il più condiviso, ha ricevuto più attenzione e ha creato più emozione.

 

Il pensiero veloce

L’emozione è pensiero veloce, la politica è pensiero veloce, ricorre alle analogie anziché alla logica, forgia analogie creative. Sono le analogie che creano l’immaginario sociale. E il paradosso di tutto questo è che sono sempre più simboliche e non materiali. Il blocco elettorale dei populisti è un blocco emozionale, non economico.

La tradizione di sinistra che ha avuto per molto tempo il monopolio del simbolico (le ingiustizie; le pari condizioni; la liberazione dal bisogno che teoricamente coinvolgeva gran parte della popolazione) si ritrova oggi concentrata sulle questioni identitarie delle minoranze, per altro frammentate, come se queste fossero (tutta) la vita, mentre manca l’emozione del Paese tutto intero. La gente non si strugge per l’affermazione di identità delle minoranze.

Alle emozioni non si risponde (solo) con l’autorità, ma si risponde con le emozioni: la strada è segnata. Non siamo singoli individui che arrivano a decisioni ponderate; siamo dentro un meccanismo di apprendimento sociale, tutti dipendiamo da tutti e soprattutto da quelli che ci sono vicini (sebbene virtualmente) e ci muoviamo per l’emozione che riceviamo da chi amiamo, o almeno da quelli a cui siamo esposti. I troll c’entrano poco.

Quel che però assume maggiori conseguenze politiche, è la (non) valutazione delle emozioni popolari. Mentre si è pronti a difendere l’emozione delle celebrities (il caso metoo è questo), si è piuttosto indifferenti all’emozione della gente comune.

È quasi che le emozioni, per essere riconosciute, debbano far parte di un piano o di un progetto, mentre le emozioni ordinarie, cioè che provengono dalla vita ordinaria (per altro molto più intense e vissute di quelle delle celebrities) significano poco, perché non sono inscritte dentro il manifesto o dentro il dogma.

La domanda di sicurezza; la paura dell’automazione senza volto che rende superfluo il proprio lavoro; la paura di perdere lo stile di vita che si è scelto; la paura che il proprio piccolo mondo perda identità generano emozioni profonde, molecolari, radicate, che non trovano ascolto.

 

Popolo e social media

Per altro, il fatto che, all’interno dei social media, l’élite preferisca Twitter che ha una base di diffusione molto modesta (rispetto a Facebook), ma permette di “parlare dall’alto”, è molto significativo. Andare su Facebook significa entrare nella mischia, confrontarsi senza piedistallo, combattere a mani nude, confrontarsi con le emozioni più basiche. Si sta più comodi su Twitter, ma le elezioni si vincono su Facebook.

Come lavorare con la nuova fisica sociale? Prendiamo uno degli snodi decisivi rappresentato dai giornali. La loro caduta di vendite e di influenza è evidente. Certo non sarà un editoriale ancora più allarmato sulla deriva “cattivista” dei social media a cambiare la situazione. Bisogna lasciare la pigrizia e ingegnarsi a lavorare nel mondo nuovo.

Immaginiamo: il giornale produce notizie, interpretazioni dei fatti e rappresentazione dell’opinione pubblica, che nel mondo nuovo significa rappresentazione dell’emozione pubblica. Il meccanismo è dall’alto al basso.

 

Il lettore che reiventa

Il lettore prima sceglieva leggendo o non leggendo. Adesso è diverso, perché il lettore reinventa, cioè commenta l’articolo, e per questa via se ne impossessa. I giornali si sottovalutano però, perché potrebbero essere degli eco-sistemi formidabili. Immaginiamo che ogni articolo sia congegnato e distribuito in varie forme (dal tweet al post, all’articolo di lunga lettura) e riceva su ogni canale delle reazioni.

A questo punto, con i software necessari (analisi semantica) avrebbero una cognizione, anche in tempo reale, dell’impatto dell’articolo stesso. Allo stesso modo mettendo insieme tutte le reazioni a tutti gli articoli si avrebbe una cognizione del sentimento popolare, non solo verso i singoli articoli ma su quello che collettivamente crea emozione.

Su questo il giornale potrebbe reagire a sua volta, magari scandagliando quelle emozioni (e notizie) che non ha privilegiato il giorno prima e “coprire” anche queste emozioni, ricommentarle, esercitando così realmente il ruolo di élite. Il giornale cioè entrerebbe in connessione sentimentale, “da pari”, con i suoi lettori. E avrebbe dalla sua parte la competenza, la serietà e la credibilità. Questo è il modo come i giornali possono vincere la partita nella nuova fisica sociale.

Una lezione analoga, e anche più potente, è necessaria per la parte politica. Servirebbe, parafrasando il film/romanzo di Montiel, una “Guida per riconoscere i propri santi” che oggi appaiono smarriti: la vedremo più avanti.

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