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La crisi: una generazione alla prova

Carlo Fusaro sabato 24 Agosto 2019
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di Carlo Fusaro

 

Pare ci siano anche cause tecniche: ma fo fatica a pensare che se si apre una crisi di governo dagli esiti incerti con possibili elezioni anticipate e conseguenti difficili tempistiche per la finanza pubblica e lo spread non sale, ma anzi scende questo possa significare qualcosa di diverso da un voto dei mercati (di coloro che prestano soldi all’Italia) contro il governo Conte M5S/Lega testé caduto. Mi pare un’indicazione da non trascurare.

Quanto all’evoluzione della crisi, ecco le solite noterelle sparse.

A) Trattativa M5S-Pd. Siamo in piena fase prenegoziale: è chiaro che insormontabili problemi programmatici non ce n’è. Ce n’è di politici, di immagine, simbolici: e per tutt’e due. Che col rischio, comunque, di elezioni a breve fanno fatica a trovare un componimento utile per entrambi.

B) E’ molto molto spiacevole che corrano tuttora voci di un M5S che tratta con Zingaretti ma parallelamente con Salvini. Il Pd ha chiesto un impegno preciso al riguardo. Di Maio ha risposto in modo a mio avviso non del tutto convincente. Mi pare chiaro che è inaccettabile un mercato in cui Pd e Lega si contendono i favori di Casaleggio-Di Maio.

C) Il tutto è complicato da realtà oggettive tipiche di tutti i partiti, perfino quelli con leadership nitida e rispettata. Vale perfino per la Lega (dove per es. Giorgetti ha assunto posizioni distinte da Salvini). Vale soprattutto per Pd e M5S: partiti in cui una parte della dirigenza vuole l’accordo una parte non lo vuole preferendo le elezioni o il ritorno con l’alleato del contratto.

D) Qualunque cosa accada mi sembra che un certo ridimensionamento di Salvini sia dato acquisito: alla burbanzosa pretesa di elezioni subito si è sostituita la profferta sempre più generosa di condizioni favorevole al M5S per tornare insieme.

E) Qualunque cosa accada il sistema partitico si è parzialmente sbloccato: gli attori sono tre e si muovono con più libertà di prima. Resta il vantaggio per il M5S di poter interloquire con ciascuno degli altri due. Una centralità oggettiva (= c.d. due forni) che lo aiuta nel momento di oggettiva difficoltà di consensi.

F) Qualunque cosa accada, dal punto di vista del Pd, può presentarsi all’opinione pubblica dicendo: ci abbiamo provato, ma purtroppo non è cosa (in caso di elezioni). Nel caso di ritorno ad amorosi sensi fra Di Maio e Salvini, potrà speculare sul ruolo di unica vera opposizione: e vedere cosa i due del contratto inventeranno col Conte II per la manovra 2020 e successivi. Per il Paese non una gran prospettiva, ma certo migliore delle elezioni a ottobre con temuto trionfo delle destre a trazione sovranista populista.

G) Un governo M5S-Pd si profila come un governo che stoppa il populismo sovranista, ma non il populismo tout court. Almeno a vedere i punti programmatici di cui si discute che certamente non corrispondono a ciò che serve per l’Italia di domani (ma corrispondono, a ciò che M5S e Pd pensano possa servire e piacere a una parte degli italiani di oggi, cui viene l’orticaria a fronte di qualsiasi c.d. sacrificio, anche se di sacrifici veri l’Italia non ne ha mai fatti, mai! Chiarisco: con questo non voglio dire che una fetta di italiani non stia peggio di prima o comunque di ciò abbia netta percezione. Vuol dire che come complessiva finanza pubblica non abbiamo fatto sacrifici: per es. spendendo di meno; ma soprattutto spendendo meglio, di più per investimenti e crescita e formazione, meno per pensioni e spesa improduttiva).

H) In ogni caso questa crisi mette diversa gente alla prova. A partire dal piccolo gruppo dirigente M5S. Chi lo dirige? chi lo guida davvero? con che criteri? saranno in grado di fare intese affidabili con un partito “vero” e rispettarle? saranno in grado di dismettere gli abiti dei populisti “né di destra né di sinistra”?

I) Il punto di vista dirimente, a mio avviso, è proprio quest’ultimo. Anche per questo l’intesa programmatica non è impossibile, ma l’alleanza non si sa: perché il populismo è un abito mentale, è un modo di rapportarsi con i cittadini e le istituzioni, un modo di comportarsi (ecco perché si parla di populismo di sinistra e populismo di destra). Gli riuscirà? E riuscirà alla classe dirigente Pd di “sporcarsi le manni” senza scadere essa stessa, nei contenuti, in politiche di populismo mitigato che non farebbero affato bene al paese? Francamente non ho la risposta. E si torna sempre punto e d’accapo. Se la priorità era stoppare la marcia trionfale del populismo di destra o era testimoniare e preparare un’alternativa a tutti e due i populismi nostrani.

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