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La sentenza della corte suprema Usa. Diritti universali e particolarità etno-culturali

Giovanni Cominelli venerdì 7 Luglio 2023
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di Giovanni Cominelli

 

Lo scontro politico-culturale negli USA sulla decisione della Corte suprema americana di abolire la politica di “Affirmative Action” ha portato la sinistra italiana – ma anche quella democratico-americana – a classificare la sentenza sotto la voce “destra”, “trumpismo”, “suprematismo bianco”, “razzismo”…

Tuttavia, data la posta in gioco, che è anche europea e italiana, i fili che si intrecciano in questa vicenda richiedono di essere sbrogliati con migliore discernimento.

Le diseguaglianze sociali nella società americana hanno, da sempre, una forte connotazione etno-culturale. Le differenze razziali hanno generato differenze sociali. La storica americana Jill Lepore ha ricordato nel suo libro di storia dell’America – “Queste verità” – che la discriminazione razziale ha inciso, alle origini, sullo stesso meccanismo democratico-rappresentativo.

Negli stati razzisti del Sud, a forte presenza schiavista, gli “African Americans” erano esclusi dal voto, così come al Nord, del resto.

Ma la loro somma serviva a definire la quantità dei deputati Bianchi: 1 African American valeva, rappresentativamente, i 3/5 di un Bianco. Ma sommando moltissimi 3/5 si producevano molti… Bianchi. Con questo artificio legale la popolazione “bianca” segregazionista del Sud superava più che proporzionalmente quella integrazionista del Nord.

A seguito dell’”Anti-Segregation Act” del 1964, del “Votings Rights Act” del 1965 e dell’”Anti-Discrimination Act” del 1968, il Presidente Johnson impose ai datori di lavoro che ricevevano contributi dal Governo federale di assicurare eguali opportunità di impiego ai propri dipendenti e ai College e alle Università beneficiari dei medesimi contributi di garantire le stesse opportunità a studenti bianchi e afroamericani. Successivamente, la politica dell’”Affirmative Action” fu estesa anche alledonne, agli ispanici e ai nativi americani.

L’ “Affirmative Action” arriva dal Movimento del “Black Power” di Stokely Carmichael, influenzato a sua volta da Malcolm X. Le “Black Panthers”, da cui più tardi si staccherà criticamente, si fondavano sull’idea che il razzismo in America fosse costitutivo della Nazione.

Per eliminarlo occorreva rovesciare il sistema, qualsiasi cosa volesse dire. Per “ il riformista” ML. King il razzismo era principalmente un problema di mancate opportunità: gli African Americans non avevano le stesse opportunità dei bianchi.

E poiché il sogno americano è basato sul merito, se gli African Americans hanno minori opportunità dei bianchi, il sogno americano è falsato. Di qui la convergenza di ML. King con i bianchi liberal e l’accordo sulle leggi anti-segregazione dell’Amministrazione Johnson.

Tuttavia, già alla fine degli anni ‘70, l’”Affirmative Action” incominciò ad essere accusata di essere una “Reverse Discrimination”, una discriminazione inversa.

A fronte del ricorso di Allan Bakke, la Corte Suprema stabilì, nel 1978, che non era possibile riservare posti a soggetti appartenenti a minoranze, se in questo modo fosse stata negata ai candidati bianchi la possibilità di concorrere per quei posti.

Erano però consentite selezioni che prendessero in considerazione, insieme ad altri elementi, anche la razza o l’etnia dello studente, valutati in base ad uno “strict scrutiny”.

Anche una parte della comunità degli Afro Americans rifiuta l’”Affirmative Action”, perché la ritiene una forma di assistenzialismo, che favorisce il parassitismo, invece che l’auto-realizzazione. Shelby Steele, accademico dell’Università di Stanford nel suo libro del 1998 “Un sogno differito: il secondo tradimento della libertà dei Neri in America”, ha sostenuto che i Neri sono stati traditi due volte: una prima, a causa della schiavitù e dell’oppressione; una seconda, a causa delle “preferenze di gruppo” imposte dal governo, “which discourage self-agency and personal responsibility in blacks”. Il ricorso all’auto-vittimizzazione da parte dei Neri – invece che ad una cultura dell’eccellenza e della realizzazione” – è perciò il più grosso ostacolo al loro riscatto.

Qual è lo sfondo storico-fattuale della decisione della Corte? La composizione etno-culturale americana è fortemente cambiata. A partire dagli anni ‘70 del secolo scorso sono arrivati i Latinos e gli Asiatici.

La questione “nera” si è ridimensionata, almeno quantitativamente, e gli “Wasp” – white anglo-saxon protestant – stanno diventando minoranza in molti Stati, a partire dalla California.

Nel frattempo, a seguito delle trasformazioni socio-produttive, intere aree centrali interne sono andate in crisi socio-economica. Donde il costituirsi di una Rust Belt, la cintura della ruggine. L’aristocrazia operaia, etnicamente molto composita e sinonimo di classe media, ha incominciato a scendere lungo i gradini della scala sociale, che aveva salito con tanta fatica nel corso del secolo precedente.

In questo contesto le politiche dell’”Affirmative Action”, sostanzialmente rivolte a favore degli afro-americani, hanno incominciato ad essere rivendicate da tutte le etnie e i gruppi culturali minoritari, donne e LGBTQ+ compresi, in competizione tra loro per risorse comunque sempre troppo scarse, quale che fosse l’Amministrazione.

L’autoaffermazione di tali gruppi si è sempre più appoggiata a rivendicazioni identitarie, approdate a ideologie “woke” e “cancel culture”. La società americana si è frammentata e radicalizzata. Si sta costituendo quale “società di minoranze” e di comunità aggressive le une verso le altre e verso le istituzioni democratiche – cioè di tutti e, quindi, di nessuno – considerate “altre” e “ostili”, perché “bianche”. È stato questo il brodo di coltura del trumpismo.

Pertanto, di fronte alla complessificazione e alla crescente conflittualizzazione socio-politica della società americana, la Corte suprema ha deciso di riaffermare il principio classico dell’ordinamento liberale: contano, in primo luogo, i diritti dei singoli “uti singuli”.

Il riconoscimento dei diritti individuali universali fonda l’appartenenza alla Nazione e precede ogni altra appartenenza. Dunque: americo-irlandesi, americo-italiani, americo-latinos, americo-africani, americo-asiatici…

La regressione identitaria di minoranze etniche, culturali, sessuali, religiose sta mettendo a rischio la democrazia liberale in tutto l’Occidente. Giacché i conflitti etno-culturali non sono affatto destinati a svanire nel tutt’altro che placido oceano della globalizzazione commerciale e culturale.

Di qui sono nati il trumpismo, l’orbanismo e il sovranismo in salsa italica e, quale effetto/causa, il radicalismo identitario di una parte del Partito democratico americano e della sua succursale pd-schleiniana in Italia.

Il rischio di comunità le une contro le altre armate ripropone, in tempi di globalizzazione, il classico e distruttivo “homo homini lupus”. È la guerra dei particolarismi/suprematismi.

La Corte suprema americana ha fatto appello al “merito” quale criterio per l’ammissione degli studenti ai College. Una domanda: “il merito” è la chiave della soluzione dei problemi? Il concetto di merito è notoriamente denso e ambiguo. Ci sono, infatti, almeno due tipi di merito: “il merito del talento” e “il merito della prestazione”.

In realtà, non c’è propriamente merito nell’avere dei talenti. Esso compare solo quando si manifesta almeno come sforzo di prestazione, quale che sia la dotazione di talenti. Certamente le condizioni socio-economiche ed etno-culturali funzionano da ostacolo alla scoperta dei propri talenti e allo sforzo soggettivo di assumersi la responsabilità individuale. Ma è anche certo che, se l’ascensore sociale è bloccato o, addirittura, scende, non è imputabile alle Corti, supreme o costituzionali che siano. Le politiche di promozione umana e sociale sono compito della società civile e della politica.

Articolo pubblicato su www.santalessandro.org

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