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L’inverno dei pericoli e delle opportunità

Ranieri Bizzarri sabato 20 Marzo 2021
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di Ranieri Bizzarri

In uno dei suoi primi discorsi, il Presidente Biden ha affermato che “c’è molto da fare in questo inverno di pericoli estremi e di opportunità”. Pericoli e opportunità: ecco un’endiadi che coglie – a mio avviso – molto bene lo spirito del momento attuale. Non è la sola, e ci tornerò più avanti. Tuttavia ogni ragionamento deve necessariamente partire dal fatto che il mondo in cui viviamo è stato stravolto dalla pandemia di COVID-19, la crisi sociale e geopolitica più dirompente dalla fine della seconda guerra mondiale (più di 75 anni fa).

Lo sviluppo a tempo record di vaccini efficaci, e l’inizio di una vaccinazione di massa, sono elementi che ci fanno intravedere uno scenario migliore nel prossimo futuro. Ma non c’è analista scientifico e sociale che non sottolinei che -a causa della distribuzione temporale e geografica diseguale dei vaccini e le possibili mutazioni del virus- nei prossimi dovremo venire a patti con una diffusione endemica di SARS-CoV-2 (il virus del COVID-19), seppur meno pericolosa e mortale. Questo non consentirà il ritorno ad un passato lontano solo qualche mese. Per accennare a degli esempi concreti: si viaggerà in modo diverso e presumibilmente con passaporti vaccinali, lo smart-working diverrà una modalità strutturale di molte attività terziarie, si richiederà un modello di risposta sanitaria profondamente ristrutturato sulla microscala territoriale e sulla macroscala comunitaria. Il NGEU, e elementi di approccio nuovi della EU alla crisi in atto, rappresentano delle prime risposte in questo senso.

In un’epoca di dolore e bisogno, ma anche di opportunità, il ruolo politico delle forze di sinistra assume una connotazione assai diversa dal passato. Ed elementi della forza dirompente di questa situazione si possono riscontrare anche nel mutato scenario del nostro Paese, con la nascita del governo Draghi e il cambio di segreteria del PD, il principale partito del centrosinistra. Tuttavia, in questo breve spazio non voglio presentare un’analisi della contingenza, anche perché sarebbe limitativo identificare lo sviluppo di una nuova consapevolezza a sinistra con un cambio di leadership nel solo PD. Mi piacerebbe invece far emergere la domanda se il consueto approccio perseguito nei decenni scorsi nelle forze di sinistra, ovvero coniugare pragmaticamente uno spirito riformista, specie a livello economico, con una certa radicalità identitaria, sia efficace in questa nuova epoca. In sostanza se, parafrasando Letta, la sinistra (intera) possa mantenersi in precario equilibrio senza evolvere verso Macron e Melanchon.

Una risposta assai in voga è che il PD sia nato proprio per questa funzione, raccogliendo riformismi di diversa estrazione. Personalmente non sono molto d’accordo, perché non vedo dove stia il riformismo – o per meglio dire la feconda unione di liberalismo e socialismo (ecco la seconda endiadi!) – nell’elaborazione ed azioni di molti dirigenti, tra cui molti di quelli hanno recentemente passato la mano. Questi dirigenti e le loro idee, invece, sono molto popolari nell’immaginario di larga parte degli elettori; elettori che, per dirla come Tonini, campano prevalentemente di spesa pubblica e sono pertanto sensibili al metalinguaggio identitario cui sono stati abituati dalla drammatica semina ideologica della sinistra a trazione PCI.

Le prime parole di Letta, a mio avviso, sembrano confermare questa volontà di ridurre il liberalsocialismo a pragmatismo di metodo (si può salvare Alitalia o vendere ai privati Ilva, o viceversa, a seconda delle condizioni), evitando diaspore elettorali mediante appelli e proposte di tipo identitario. Lo Ius Soli, o meglio lo Ius Culturae, è declinato come diritto, e non come opportunità del nostro Paese di approvvigionarsi di intelligenze e volontà che possano aiutarlo a crescere. Insomma, l’antica frattura tra socialismo riformista e massimalismo (ideologico o antropologico) è al solito composta in un pragmatismo tecnocratico che non risolve il dilemma e rimanda i problemi. Vi sono anche buone ragioni per questo: inutile generare un partitino liberalsocialista in purezza che abbia scarsa rilevanza elettorale. Una riflessione sconosciuta dalle leadership che vorrebbero contendersi l’ambito liberale a destra del PD, a cui peraltro aggiungono anche la stravagante commistione di sensibilità pubblica ed ego privato.

Tuttavia, io credo che non si possa entrare nell’inverno di pericoli e opportunità senza un superamento della contrapposizione tra Stato e iniziativa privata, trasferendo – come mirabilmente detto da Alessandro Barbano – a quest’ultima piena responsabilità e dignità pubblica. La mano pubblica è importante ma non è il fine di una società, né della consapevolezza culturale di una società; e quando accettata acriticamente genera pericolosi radicalismi come il giustizialismo e il sussidiarismo. Il bisogno di migliorare la propria condizione individuale è molto più forte di qualunque ragionamento di riequilibrio forzato: la distruzione creatrice del mercato va imbrigliata e resa cooperativa dandogli piena legittimità sociale, così come la combustione in una centrale elettrica va regolata per produrre utile e trasferibile energia elettrica.

Il riformismo solo di metodo può affrontare alcuni problemi, ma fallisce (come, ad esempio, ha fallito l’Ulivo) perché non vede la società in una prospettiva generale, cosa che per esempio appare connatura alla missione del governo Draghi. Invero, il caos europeo sui vaccini segnala che questo problema culturale investe tutto il vecchio continente, che ha rinunciato (anche per scelte geostrategiche) ad una feconda alleanza tra grandi companies e ricerca pubblica per lo sviluppo dei vaccini, come avvenuto in USA e UK. UE che, in virtù di questa scelta, è diventata solo acquirente della più importante materia prima di questa epoca.

In sostanza, in un’epoca di profonda trasformazione, la sinistra ha il dovere di ripensare all’alleanza tra merito (espresso da coloro che sono utili a sé stessi e agli altri) e bisogno (coloro che vivono la condizione opposta), senza che il legame che tiene insieme questa terza endiadi sia declinato solo in modo pragmatico e – in ultima analisi – trasformista. La condizione economica e sociale drammatica del nostro paese, ora e dopo la fase acuta della pandemia, non consente scorciatoie dialettiche e “ma anche”. Può darsi che questo ci faccia perdere qualcuno per strada; va messo in conto. Ma su questo e solo su questo, secondo me, si misurerà Letta e più in generale tutta la sinistra italiana e europea.

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