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Morale, eccezione e utopia: la ricetta paternalista di Bettini

Vittorio Ferla mercoledì 6 Maggio 2020
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di Vittorio Ferla

 

Ormai a intervalli regolari, Goffredo Bettini interviene sulla stampa per fornire l’intepretazione autentica della fase, esaltare le magnifiche sorti e progressive del governo demopopulista e illustrare lo stato di avanzamento della fusione ideologica tra la vecchia sinistra e il populismo grillino. Ne è un esempio l’intervista rilasciata a Maria Teresa Meli del Corriere della Sera, martedì 5 maggio scorso.

 

Il ruolo “salvifico” dello stato

Sostiene Bettini che il governo Conte abbia una sola priorità: «la difesa della vita degli italiani». Che l’Italia si trovi in uno «stato di eccezione». Che il Parlamento abbia «l’ultima parola sui decreti del governo». E che «la democrazia italiana sarà in pericolo se le diseguaglianze continueranno ad aumentare». Una concatenazione di affermazioni a dir poco sorprendente.

Fare della difesa della vita degli italiani la priorità del governo significa privilegiare solo uno dei tanti e diversi principi costituzionali rispetto a tutti gli altri, con la conseguenza di attribuire allo stato un compito salvifico che non può avere, salvo immaginarne un compito etico-religioso o una deriva totalitaria. Uno stato che pensa di mettere la vita (o la salute) al di sopra di tutto non è soltanto uno stato che rinuncia a confrontarsi con la complessità della realtà e della politica (che deve assumere decisioni conseguenti). Ma è anche uno stato che può fare a meno di tutte le altre libertà e di tutti i diritti (che pure sono iscritti nella nostra tradizione democratica e liberale).

E in ogni caso che cosa sarebbe la «difesa della vita italiani»? Solo la difesa della vita dei malati di Covid-19? O ci sono altre vite in ballo? Che ne è degli infartuati che non vanno in pronto soccorso per paura di contagiarsi e muoiono in casa? O dei disabili psichici e fisici che tornano a essere rinchiusi nelle mura domestiche? O dei depressi che, in un lungo lockdown, la vita rischiano di togliersela? E l’elenco potrebbe continuare…

 

Di eccezioni muore il diritto

Parlare, poi, di “stato di eccezione” in questo contesto è abbastanza bizzarro. Questa espressione non richiama – banalmente – l’eccezione rispetto a una regola, ma una sorta di sospensione dell’ordine giuridico vigente, una sorta di “autonegazione del diritto”, nella quale le garanzie sono rinunciabili e può perfino tornare ammissibile l’uso della forza incontrollata. Ma questo “stato di eccezione” non ha alcuno spazio nel nostro ordinamento: nessuno – come hanno ricordato nei giorni scorsi sia il presidente della Repubblica che la presidente della Corte costituzionale – può neppure lontanamente sognarsi di sospendere il diritto. A meno di farlo con un atto di mera forza, ma in questo caso si porrebbe totalmente al di fuori del diritto. L’art. 1 della nostra carta fondamentale – che dice che la sovranità appartiene al popolo che, tuttavia, la può esercitare solo nelle forme e nei limiti della Costituzione – ricorda che non c’è nessuna possibilità di sospensione del diritto. Che a partire da questo punto siano state sollevate diffuse critiche nei confronti dei provvedimenti del governo Conte appare non solo un atto del tutto legittimo, ma perfino un contrappeso auspicabile e necessario per salvaguardare la basi della democrazia liberale. Ecco perché risolvere la questione, ancora tutta aperta, con un passaggio finale dei decreti in Parlamento, nel quale le camere sono ridotte a luoghi di ratifica di decisioni già consolidate, non sembra proprio una gran risposta. Né, tantomeno, una garanzia di scrutinio pubblico del potere esecutivo.

 

Democrazia dei fini ultimi?

Dove si realizza la continuità ideologica del paternalismo di stato è proprio nella superiorità morale della lotta alle diseguaglianze. È ovvio che l’impegno per una società più equa e giusta sia uno dei compiti principali della Repubblica. Ma dire che «la democrazia italiana sarà in pericolo se le diseguaglianze continueranno ad aumentare» dopo aver mostrato zero interesse verso i rischi di compressione dello stato di diritto significa riproporre la vecchia dicotomia rivoluzionaria tra democrazia “formale” e democrazia “sostanziale”. La prima, basata su forme vuote e nude norme, era considerata dai marxisti una espressione del potere della classe borghese e dello sfruttamento delle classi subalterne. La seconda, basata sulla materialità dei conflitti sociali, rappresenta invece, nel pensiero comunista, la rivincita dei proletari sul capitale e sulla sua principale invenzione: lo stato di diritto. Sappiamo bene, però, com’è finita. La storia si è incaricata di dimostrarci che i regimi che hanno basato la loro azione sulla supremazia dell’uguaglianza e della democrazia dei fini ultimi hanno generato incubi totalitari. Mentre i paesi del mondo libero, fondati sulla tanto vituperata democrazia formale e sulla società aperta, hanno garantito la più ampia estensione delle condizioni di benessere e di prosperità che gli uomini abbiano mai conosciuto.

 

La superiorità morale dello stato

Su questa onda lunga, sostenere addirittura che non esista nemmeno «uno spazio morale, oltre che politico, per ordire trame e ribaltare l’esecutivo» appare dichiarazione al livello di quelle dei funzionari più zelanti dei regimi autoritari. «L’unico conflitto possibile nella cultura sovietica è quello tra il buono e il migliore», sosteneva per esempio il segretario del comitato centrale del Pcus Andrej Aleksandrovič Ždanov per giustificare l’epurazione degli artisti che non adeguavano le loro opere ai precetti della dottrina del realismo socialista. Per venire ai giorni nostri, anche Li Wenliang, il medico cinese che per primo rivelò al mondo l’esistenza e la diffusione del coronavirus, fu tacitato e imprigionato perché tramava e screditava il regime comunista guidato da Xi Jinping. È tipico di quei regimi, in generale, seminare sugli avversari e sui critici il sospetto della cospirazione contro l’ordine costituito e del tradimento di quel bene superiore che lo stato etico difende dall’alto della sua autorità incontrollata e incontrollabile.

 

L’antico vezzo dell’utopia

Alla richiesta della giornalista di formulare qualche proposta di cambiamento, Bettini fa spallucce. Non ha ricette, ammette. Si fa per dire. Nessuna proposta concreta, certo, ma tanti scenari fantasiosi, improbabili e tautologici. Bettini vagheggia una «utopia concreta”, un «altro modo di vivere, di relazionarsi e di cooperare”, una «sinistra umana”, il «risveglio delle coscienze”, un «balzo in avanti della cività”. Le promesse di un mondo nuovo, di un paradiso sulla terra, di una palingenesi politica dell’esistenza non sono certo nuove nel linguaggio politico. L’escatologia è quel filo nascosto che collega i millenarismi religiosi alla rivoluzione comunista alla fantascienza totalitaria di Casaleggio. Bettini sintetizza tutte queste spinte in un cocktail vuoto e indistinto ma a suo modo affascinante. Ovviamente non manca l’invito a non essere «subalterni al capitalismo cieco e disumano”. Spia di una radicata mentalità antieconomica e antiimprese unita al fastidio per il mondo della produzione: ritorna in mente il pregiudizio radical chic di Michele Serra nei confronti dei lombardi (e dei veneti) che, per tenere le attività aperte, l’epidemia un po’ se la sono cercata. Anche il sindaco di Bergamo Giorgio Gori ha denunciato di recente – da un punto di vista progressista e liberale – i rischi conseguenti a questi pregiudizi ideologici.

 

Con un pizzico di fantascienza

Nella confusione generalista e palingenetica, infine, pure la chicca catastrofista e fantascientifica può aiutare a saldare la filosofia post-ingraiana con quella grillina. Pur di giustificare con alti argomenti l’impegno ambientalista, Bettini arriva tra le altre cose a sostenere che «le polveri sottili trasportano il virus”. Siamo, insomma, al pensiero magico. Il virus, infatti, è una microparticella di materiale genico che può solo essere isolata in un laboratorio: non si trova libera nell’aria, men che meno sui granelli di polvere sottile. Se poi fosse vero che il virus circola nell’aria, oggi ne saremmo tutti infetti. E tuttavia, così disperso e diluito, il virus non avrebbe carica sufficiente per essere mortale. Le ricerche che mettono in relazione l’inquinamento da polveri sottili e l’epidemia da Covid-19 non hanno mai sostenuto la presenza fisica del virus nell’aria. Semmai ipotizzano, sulla base di correlazioni statistiche, che i soggetti che patiscono già difficoltà respiratorie possano risultare – a causa dell’inquinamento – più esposti alla polmonite da Covid-19.

 

Bettini, insomma, fa troppo il modesto. Dice di non avere ricette da proporre, ma la tavola, viceversa, appare bella che apparecchiata. La missione salvifica della politica, la riduzione del diritto all’abbraccio paternalistico dello stato, il moralismo che giudica le voci libere, la manipolazione della scienza a fini palingenetici. Le pietanze del bachetto populista sono servite.

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