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di Marco Leonardi

 

L’ultimo eclatante esempio lo ha dato Greta e il movimento che ha spinto in piazza milioni di persone in tutto il mondo per lamentare la scarsa sensibilità della politica nei confronti del cambiamento climatico e delle sue conseguenze.

Esempio molto positivo (e necessario per scuotere le coscienze) di mobilitazione che rischia però di non essere seguito da fatti concreti. 

 

Permeare tutta l’azione politica di una nuova coscienza

Più che politiche rivoluzionarie per cui non si vede ad oggi il consenso politico, quel che serve è permeare tutta l’azione politica di una nuova coscienza e gradualmente migliorare i nostri comportamenti concreti (nel rispetto dell’ambiente, inquinamento e energia ma anche salute, maggiore uguaglianza, distribuzione delle risorse derivanti dalla crescita, pari opportunità tra i sessi) attraverso la cultura e anche la legge.

Da qualche anno e grazie alla meritoria iniziativa di alcuni illuminati, si parla spesso di misure di benessere alternative al Pil (che appunto riguardano il grado di inquinamento dell’ambiente, la salute dei cittadini, l’uguaglianza della distribuzione delle risorse e la parità tra i sessi) che sono state anche inserite nei documenti ufficiali di finanza pubblica proprio nel tentativo di permeare tutta l’iniziativa politica dei governi con una nuova sensibilità.

L’Italia da questo punto vista è avanti rispetto agli altri paesi, ma come sempre non è sufficiente avere le leggi e le misure adatte, bisogna volerle applicare.

 

La Strategia globale per lo sviluppo sostenibile

Nel 2015 le Nazioni Unite hanno approvato la Strategia 2030, la strategia globale per lo sviluppo sostenibile con i relativi 17 Obiettivi (Sustainable Development Goals – SDGs nell’acronimo inglese) articolati in 169 Target –dal tasso di partecipazione al lavoro al livello di inquinamento dei fiumi-da raggiungere entro il 2030. 

Per provvedere a cambiare in modo permanente la procedura di attuazione della Strategia 2030, uno tra i primi in Europa, il Governo italiano (governo Gentiloni) nel 2018 ha emanato una direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri destinata a tutti Ministeri, allo scopo di allineare le politiche settoriali agli obiettivi della Strategia 2030.

Il Governo si impegna ad assicurare un rapporto sull’attuazione della Strategia da pubblicare annualmente a partire dal febbraio 2019. Purtroppo per ora il nuovo governo non ha proceduto a pubblicare questo rapporto che dovrebbe anche contenere il bilancio dell’avanzamento verso gli obiettivi SDGs, chissà se Greta e il suo movimento gli darà una spinta. 

 

Gli indicatori di benessere equo e sostenibile

Come dicevamo anche la finanza pubblica è stata permeata da nuove misure: la legge del 2016 che ha riformato la Legge di Bilancio, prevede l’inclusione degli indicatori di benessere equo e sostenibile (BES) tra gli strumenti di programmazione della politica economica nazionale. 

I 4 indicatori principali sono:

i) Reddito medio disponibile aggiustato pro capite;

ii) Tasso di mancata partecipazione al lavoro (con relativa scomposizione per genere);

iii) Indice di disuguaglianza del reddito disponibile;

iv) Emissioni di CO2 e altri gas clima alteranti pro capite. 

Gli indicatori BES devono essere incorporati in due documenti predisposti dal Ministro dell’Economia e delle Finanze. Il primo rapporto consiste in un allegato al Documento di Economia e Finanza (DEF) e deve riportare, sulla base dei dati forniti dall’Istat, l’andamento nell’ultimo triennio, degli indicatori BES e le previsioni sull’evoluzione degli stessi nel periodo di riferimento. 

Il secondo documento è una relazione che il Ministro deve presentare alle Camere entro il 15 febbraio di ciascun anno; tale Relazione deve contenere, partendo dai dati più recenti forniti dall’Istat, l’andamento degli indicatori BES sulla base degli effetti determinati dalla Legge di Bilancio per il triennio in corso.

Ovvero queste misure non hanno solo una valenza di informazione ma anche – in teoria-di obiettivo di politica economica al pari del PIL. Quest’ultima relazione, essendo prevista dalla legge e non da una direttiva, invece è stata prodotta (benché in ritardo perché tutta la legge di bilancio era in ritardo) e pubblicata sul sito del MEF. 

 

Le misure alternative al Pil

Diamo un esempio di come concretamente possono servire queste misure alternative al Pil. L’esempio non riguarda il clima ma potenzialmente un miglioramento della coesione sociale. La legge di bilancio di quest’anno contiene una misura, il reddito di cittadinanza, che notoriamente produrrà un effetto minimo sul PIL ma potrebbe migliorare il benessere collettivo se per esempio fosse misurata in termini di riduzione della diseguaglianza. 

Nella suddetta relazione il reddito di cittadinanza è stimato ridurre la diseguaglianza (misurata dalla differenza tra il 25% più ricco e il 25% più povero) dal 5.9 del 2018 al 5.6 del 2019 (e poi nel 2020 e 2021 come riportato in tabella). Un buon risultato anche se il REI (reddito di inclusione del governo Gentiloni) aveva già ridotto la misura dal 6 del 2017 al 5.9 del 2018 e gli “80 euro” di Renzi dal 6.3 del 2015 al 5.9 del 2016.

Gli strumenti ci sono già, se ora fosse data più attenzione alle misure alternative al PIL e all’attuazione della strategia 2030 in tutte le politiche pubbliche si farebbe già un progresso sulla strada di migliorare concretamente i comportamenti della pubblica amministrazione nei confronti del pianeta.

 

Professore di Economia all’Università Statale di Milano. E’ stato consigliere economico della Presidenza del Consiglio. È responsabile del Dipartimento Economia del Partito Democratico. Fa parte della Presidenza Nazionale di Libertà Eguale.

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