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Non è vero che la sinistra si è persa. Non è cambiata abbastanza

Claudia Mancina martedì 3 dicembre 2019
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di Claudia Mancina

 

E’ la stagione del pentimento per la sinistra.

 

La stagione del pentimento

I primi sono stati gli inglesi, che per meglio pentirsi di Blair, che li aveva portati al governo per dieci anni, si sono rivolti a Corbyn che con tutta probabilità li porterà ad una sconfitta memorabile per non aver saputo decidere in due anni e mezzo che cosa fare della Brexit.

Poi è stata l’ora dei democratici americani, che hanno riscoperto il socialismo più statalista e rischiano di far vincere Trump in carrozza, così che Obama ha dovuto intervenire per cercare di farli rinsavire.

Da più di un anno il Pd non fa che pentirsi: di aver cercato di riformare il mercato del lavoro, di avere coltivato la vocazione maggioritaria, di avere avuto una forte leadership, di avere tentato di riformare la Costituzione.

Naturalmente per tutto questo c’è un colpevole designato, Renzi. Ma non basta. Ci viene detto che dobbiamo pentirci di avere tradito le radici della sinistra, che dobbiamo cospargerci il capo di cenere per avere perso la connessione sentimentale con il nostro popolo.

 

Il neoliberismo è una semplificazione

Segue il luogo comune più diffuso del momento: siamo stati subalterni alla cultura neoliberale, o, più volgarmente, al neoliberismo, ed è stato questo cedimento ad aprire la strada al populismo. Questo luogo comune è in realtà infarcito di semplificazioni prive di argomenti.

Intanto, vorrei che qualcuno mi spiegasse che cos’è il neoliberismo. Se per neoliberismo si intende – e mi pare l’unico senso possibile – la tesi che il mercato si autoregoli e non abbia bisogno di regole pubbliche, non mi pare che nessuno sostenga o abbia sostenuto questa tesi e certamente nessuno in qualunque sinistra in qualunque parte del mondo. In verità non lo sostengono neppure i liberali. Il neoliberismo è un mito, un comodo espediente intellettuale per non affrontare i problemi reali.

 

L’identità va costruita

Poi vorrei che qualcuno mi spiegasse se l’identità di sinistra è qualcosa di dato o se è proprio ciò che dobbiamo costruire. Che cos’è la sinistra non è qualcosa che sta scritto nelle cose e che deve solo essere decrittato.

In ogni fase di trasformazione sociale e politica, la sinistra ha costruito la sua identità e la sua base sociale attraverso una evoluzione culturale e lotte spesso violente. La trasformazione che stiamo oggi vivendo non è meno profonda e sconvolgente di quella della prima rivoluzione industriale. Dunque è su questa trasformazione che anzitutto dobbiamo interrogarci e discutere mettendo a confronto le nostre riflessioni, senza la pretesa di parlare a nome della storia – pretesa tipica della cultura della sinistra.

Con una battuta vorrei dire: il problema della sinistra non è che si è persa, come molti dicono; ma che non è cambiata abbastanza. Che non ha saputo leggere le trasformazioni, non ne ha colto gli effetti sociali, non ha saputo costruirsi una cultura nuova e una base sociale nuova.

 

Non si può tornare allo statalismo

E’ vero che la sinistra della terza via non ha saputo governare la globalizzazione, non ha visto arrivare la crisi, e nella crisi non è riuscita a trovare una propria proposta di soluzione. E’ vero che ha perso la sua base sociale, delusa e incattivita dalla crisi.

Ma concluderne che si deve tornare allo statalismo socialdemocratico (e comunista) è una strada sbagliata. Bisogna trovare una forma politica e culturale nuova, un nuovo e autonomo modo di raccontare la società, i suoi problemi, le sue opportunità.

Gori a Bologna ha detto: non possiamo pensare che la disuguaglianza si combatta soltanto con la redistribuzione. Il ruolo redistributivo dello stato resta, ma non può essere il centro della politica per la società giusta. Bisogna produrre ricchezza, cioè bisogna puntare sul lavoro e sulla crescita: la globalizzazione e lo sviluppo tecnologico che l’accompagna danno infinite opportunità in questo senso.

Certo che vogliamo una società più giusta, ma questo si ottiene mettendo al centro la redistribuzione, cioè lo statalismo, oppure mettendo al centro la crescita, cioè il lavoro, la sua produttività e la sua dignità?

 

I processi sono diventati globali

Nella sua relazione a Bologna Barca ha sostenuto che i problemi che abbiamo di fronte non sono effetto di cause oggettive (la globalizzazione e la difficoltà di governarla; i suoi effetti sugli apparati economici e politici; le tecnologie e i loro effetti sui contenuti e le condizioni del lavoro) ma di scelte politiche. Di scelte, per l’appunto, neoliberiste. Una volta questo sarebbe stato chiamato soggettivismo. E’ singolare che si sottovalutino a questo punto le condizioni oggettive, le trasformazioni avvenute nella società e negli apparati produttivi; la misura della crisi, nell’ambito di un grande disordine mondiale.

E’ ancora più singolare che non si veda la cosa più importante, il vero elefante nella stanza: che gli strumenti a disposizione della sinistra, o in generale delle istituzioni pubbliche, sono statali, mentre i problemi e i processi sono globali. Da qui derivano le difficoltà. Voglio dire che potremo anche far pagare un po’ più di tasse ad Amazon, ma nessuno stato ha gli strumenti per determinare la politica di grandi soggetti transazionali.

L’unica strada è quella che viene combattuta dai populisti o sovranisti: gli accordi internazionali, la creazione di strutture sovranazionali. E contemporaneamente riconoscere il bisogno di protezione e quindi il valore culturale e morale delle comunità nazionali, religiose, culturali. E’ complicato? certo. Ma non possiamo sfuggire a questa difficoltà.

E’ questo il tema che ci sta di fronte, è questo che nutre la debolezza della sinistra in tutti i paesi democratici e nutre la rabbia e il risentimento di chi si aspetterebbe dallo stato una protezione che lo stato non può più dargli. E’ su questo che si deve lavorare.

 

La subalternità culturale al populismo

C’è un problema di subalternità culturale, non al neoliberismo, ma al populismo, che sta rischiando di rendere pesantemente negativa l’esperienza di questo governo.

Dunque è vero che si deve costruire un nuovo bipolarismo, come ha detto Franceschini, e quindi allargare il fronte riformista. Ma questo processo non si può leggere nell’ottica dell’arco costituzionale. L’arco costituzionale è finito quando è sceso in campo Berlusconi. Da allora non c’è più l’ovvia condivisione di valori (Repubblica, Costituzione, antifascismo) tra chi si oppone alla destra. Questo significa che un’alleanza organica coi cinque stelle è tutt’altro che scontata, e che l’allargamento del fronte riformista va fatto a partire dal Pd e dalla sua autonomia culturale e politica.

Professore associato di Etica all’Università “La Sapienza” di Roma, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Deputato dal 1992 al 1994 e dal 1996 al 2001 nel gruppo Pds/Ds, è membro della direzione nazionale del Partito democratico. Il suo ultimo libro è “Berlinguer in questione” (Laterza, 2014)

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