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Kennedy, 55 anni dopo. Il sogno di una società giusta

Alberto Colombelli giovedì 22 novembre 2018
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“Sono nato in un paese chiamato Hope, quando mio padre era morto da tre mesi. Ricordo la vecchia casa a due piani in cui vivevo con i miei nonni. Il loro reddito era molto misero. Fu nel 1963 che mi recai a Washington e incontrai il Presidente Kennedy in occasione del Programma Nazionale dei Ragazzi. E mi ricordo che…be’…pensavo come era incredibile questo Paese, il fatto che qualcuno come me, insomma, uno che non aveva soldi né niente, potesse avere l’occasione di incontrare il Presidente. Allora decisi che davvero potevo dedicarmi al servizio pubblico, perché mi importava sul serio della gente.”.

 

Con queste parole nel 1992, esattamente 29 anni dopo rispetto al fatto raccontato, Bill Clinton iniziava il proprio messaggio elettorale in quella campagna che poi lo consacrò a sua volta Presidente degli Stati Uniti Uniti d’America.

 

E’ solo uno dei più evidenti esempi di quanto l’incontro, diretto o attraverso l’appassionato studio del profilo, con John Fitzgerald Kennedy sa ancora oggi generare nell’animo di chi è alla ricerca di una risposta ai mali del proprio tempo.

 

Il sogno spezzato

Nel ricordarlo oggi, il 22 novembre 1963, con il drammatico omicidio del Presidente John Fitzgerald Kennedy a Dallas, è stato uno di quei giorni che ha certamente cambiato il corso della Storia. Ha spezzato un sogno che tuttavia non può che restare vivo nel cuore di chi concretamente crede nella possibilità di poter contribuire con la propria azione ed il proprio impegno alla realizzazione di una società più giusta e più equa.

A distanza di cinquantacinque anni da quel triste epilogo, liberatici dalla inevitabile mitizzazione della sua figura che ne ha determinato anche analisi superficiali legate ad aspetti estetici e di immagine del Presidente e della sua famiglia, quello che finalmente resta è l’eredità di una visione politica ancora oggi attuale che merita approfondimento ed attenzione per l’essenza del proprio messaggio e per l’illuminata ispirazione che ne può derivare per ciascuno di noi.

 

“Ma io credo che i tempi richiedano fantasia e coraggio e perseveranza. Sto chiedendo a ciascuno di voi di essere pioniere di questa “Nuova Frontiera”. Il mio invito è ai giovani di cuore, senza limiti di età.”Con queste parole alla Convention Nazionale Democratica del 15 luglio 1960, John Fitzgerald Kennedy esprimeva la sintesi della propria missione politica volta alla definitiva affermazione di una democrazia finalmente compiuta, quella in cui ognuno di noi, nessuno escluso, nel proprio ambito deve necessariamente attivamente partecipare.

 

La nuova frontiera di Kennedy

La “Nuova Frontiera” non è solo la memorabile definizione con cui John F. Kennedy riuscì ad esprimere il senso della sua presidenza, ma è soprattutto la visione con cui si deve identificare quella sua proposta di cambiamento culturale, forte e credibile, che ancor oggi può e deve necessariamente essere riaffermato per la sua ineguagliabile attualità.

“Dunque, miei concittadini americani, non chiedete cosa il vostro Paese può fare per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro Paese. Concittadini del mondo, non chiedete cosa l’America può fare per voi, ma cosa possiamo fare, insieme, per la libertà dell’uomo” afferma John F. Kennedy nel suo Discorso d’Insediamento alla Presidenza degli Stati Uniti d’America il 20 Gennaio 1961 e lo fa in un momento in cui l’America si trovava in un passaggio difficile della sua Storia, non tanto per i rischi di una perdita della supremazia strategica, in un mondo dominato dalla Guerra Fredda, quanto per una sorta di insicurezza, di calo di fiducia nel proprio potenziale e nei propri destini.

 

Una situazione che così descritta non può che trovare analogie ed essere riconosciuta anche in questa nostra Italia di oggi, come oggettivamente appariva descritta sin dalle «Considerazioni generali» del 44° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese presentato nel Dicembre 2010:

 

Il cambiamento parte da ognuno di noi

La società italiana sembra franare verso il basso sotto un’onda di pulsioni sregolate. L’inconscio collettivo appare senza più legge, né desiderio. E viene meno la fiducia nelle lunghe derive e nella efficacia della classe dirigente. Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare la dinamica di una società troppo appagata e appiattita”.

E la risposta di John Fitzgerald Kennedy a questo stato di fatto era, ed è, nell’esplicita richiesta a ciascuno di noi di prendersi sulle spalle il proprio destino in un’”era di responsabilità” richiamata anche da Barack Obama nel suo Discorso di Insediamento del 20 Gennaio 2009.

Nel messaggio di John Fitzgerald Kennedy c’era, e c’è, proprio il fondamentale concetto che “il cambiamento parte da ognuno di noi”, espressione di una visione fondata su coraggio, fiducia, bisogno di comune condivisione e partecipazione verso obiettivi che non rappresentano promesse ma nuove sfide da realizzare, insieme, quali il raggiungimento di un benessere più solido, più sostenibile e soprattutto più largamente distribuito, una più forte acquisizione dei diritti e delle libertà di tutti, un abbattimento delle barriere e delle discriminazioni razziali.

Era una missione che trovava la propria forza nell’estrema coerenza che veniva percepita tra l’ineguagliabile retorica politica dei discorsi e l’azione che ne conseguiva, con una credibilità che trovò ancora maggiore slancio pochi anni più tardi nel tentativo – purtroppo anch’esso tragicamente spezzato – del fratello Robert F. Kennedy, già Ministro della Giustizia dell’Amministrazione del Presidente Kennedy, con un impegno che nasceva dalla volontà – consapevolmente e dolorosamente maturata – proprio del sentirsi la responsabilità di dare seguito a quanto il fratello aveva iniziato.

 

“C’è chi guarda alle cose come sono e si chiede: “Perché?”.

“Io guardo a come potrebbero essere e mi chiedo: ”Perché no?” ”.

“Sappiamo cosa dobbiamo fare. Dobbiamo ottenere una vera giustizia uguale per tutti”.

“Dobbiamo ammettere la vanità e vacuità delle false distinzioni fra uomini e imparare a cercare il nostro miglioramento attraverso il miglioramento di tutti.“

diceva in quegli anni Robert F. Kennedy.

 

Il “Robert F. Kennedy Center for Justice & Human Rights”

Ho avuto il privilegio di nascere in una famiglia che sempre ha mantenuto viva l’immagine del Presidente Kennedy. Nella mia città, Bergamo, molte famiglie nate in quel periodo ne hanno infatti sempre accostato l’immagine a quella del “nostro” Papa Giovanni XXIII, altra impareggiabile figura che negli stessi anni seppe altrettanto mirabilmente far concentrare l’attenzione della comunità internazionale sui fondamentali temi della pace e della giustizia sociale.

Da quella presenza silenziosa ne è poi nato nel tempo un desiderio di approfondimento e di conoscenza, che ho potuto alimentare anche grazie all’opportunità di poter seguire le attività del “Robert F. Kennedy Center for Justice & Human Rights” dove ho avuto il piacere tra gli altri di incontrare e conoscere anche due figlie di Robert F. Kennedy, Kerry e Kathleen. Così il quattro agosto 2010, mi sono trovato immerso in un viaggio iniziato molto prima. Ero su un treno partito da Pennsylvania Station nel cuore di New York City e diretto a Washington D.C..

Prima della partenza avevo fatto tappa alla St.Patrick Cathedral sulla 5th Avenue e nulla di tutto questo era casuale.

Ero immerso in un percorso che ripeteva esattamente quanto vissuto da un intero popolo quarantadue anni prima, l’8 Giugno 1968.

Robert F. Kennedy ci aveva lasciati due giorni prima e quel giorno proprio lungo la ferrovia da New York a Washington, come bene espresso dallo storico Thurston Clarke (“L’ultima campagna”, il Saggiatore, 2009),

“ha avuto luogo la più spettacolare dimostrazione di cordoglio pubblico per un cittadino americano che non era mai stato eletto presidente, quando un convoglio funebre di ventuno vagoni ferroviari, con la locomotiva pavesata a lutto, trasportò la salma di Kennedy da New York, dove si tenne il funerale, fino a Washington, dove fu sepolto.”

Quel giorno, che seguiva ad altri tristi, si celebrava l’interruzione di un sogno alimentato da anni caratterizzati dalla presenza di indimenticabili figure che con “immaginazione, coraggio e perseveranza” proponevano al mondo il pieno realizzarsi dei valori fondativi di una moderna società veramente democratica.

Sette anni prima John F. Kennedy, da Presidente degli Stati Uniti d’America in carica, difese il giovane James Meredith, nero, a cui veniva impedito – dalla Guardia Nazionale dell’Alabama con le armi spianate su ordine del Governatore George Wallace – il diritto di frequentare l’Università di quello Stato espresso da una sentenza della Corte Suprema, impegnandosi fino ad inviare se necessario le truppe federali per realizzare una politica di inclusione che affermasse il principio dell’eguaglianza sancito negli Stati Uniti sin dai Federalist Papers che precedettero l’entrata in vigore nel 1789 della Costituzione americana.

L’invito rivolto da John F. Kennedy ai giovani americani in quell’occasione è tra le più toccanti e simboliche rappresentazioni della visione di società che lui rappresentava e difendeva:

“Se a scuola vi insegnano che siete tutti americani, ebbene, bisogna che sia vero, che si realizzi nella vita quotidiana e che appaia nel lavoro, nelle scuole e nel reddito.”

 

Un’ immersione nella società americana

Il mio viaggio era un’immersione totale, cercata e voluta, in quella società americana direttamente riconducibile agli ideali dei fratelli Kennedy. Quella che si ispira fedelmente alla visione dei Padri Fondatori fondata sulla realizzazione di una democrazia veramente compiuta innanzitutto attraverso l’affermazione e la difesa dei principi di uguaglianza, di divisione dei poteri, di libertà di espressione e la cui grandezza ha fatto di quegli Stati Uniti d’America un modello ideale di riferimento per le moderne democrazie.

E’ una visione tenuta preziosamente custodita nei lunghi anni che andarono da quei tristi giorni fino al 2008, quando attraverso un coinvolgimento popolare senza precedenti ed al termine di una campagna elettorale perfetta Barack Obama è riuscito a recuperarla ed ha tentato di riproporla, ponendo fine – seppure tra innumerevoli difficoltà – nell’arco degli otto anni del suo mandato ad un processo di progressivo snaturarsi della politica e della società americana. Un percorso di cui ancor oggi, a maggior ragione oggi, costituisce un punto di riferimento importante ad ogni latitudine nel cercare di trovare soluzioni per rilanciare quella missione necessariamente collettiva con cui possiamo e dobbiamo affrontare i nuovi scenari che nel frattempo si sono riproposti in misura ancor più drammatica in questo nostro tempo. Consapevoli che le involuzioni della Storia fanno sempre parte del suo percorso ma proprio per quello con la determinazione che la nostra responsabilità ci impone di tenere sempre alta, molto alta, la nostra soglia di sorveglianza e la nostra motivazione. Fermi nell’esigenza incondizionata di rinnovare, ogni volta e insieme, la speranza contro il suo naturale oppositore, quello scetticismo che ad ogni livello e in ogni ambito trova nel cinismo la sua principale e naturale fonte di alimentazione.

 

Da New York a Washington, passando per il Cimitero Nazionale di Arlington fino all’approdo finale alla “John F. Kennedy Presidential Library” di Boston, ho incontrato persone e sentito racconti in cui ho riconosciuto, nonostante le evidenti criticità di questi anni, questo spirito ritrovato nel quale si alimenta la mia speranza che possa essere riaffermata una visione così preziosa per ricostruire, insieme, il nostro futuro.

Così quel viaggio – come dicevo già iniziato molto tempo prima del suo concreto avverarsi – non si è concluso al mio rientro in Italia, ma anzi è proseguito senza sosta di fronte alle nuove questioni del nostro tempo.La sua portata e l’ispirazione che me ne è derivata hanno accompagnato le mie riflessioni di fronte ad ogni nuova questione che la radicale trasformazione in corso ci proponeva.

In un’epoca di generale smarrimento e di frustrazione, di crisi di fiducia e di delusione, di impotenza e di difesa, l’esigenza di reagire in modo diverso mi appariva sempre più evidente, spingendomi ad affrontare i temi che progressivamente si proponevano al nostro orizzonte con un nuovo spirito che sentivo provenire da un mondo che si era solo affacciato, che poteva essere ma che è stato drammaticamente spezzato.

 

Quel viaggio mi si è così manifestato per la sua vera natura. Un percorso interiore, che da allora mi accompagna senza sosta, di chi ha raggiunto la consapevolezza che, senza quei tragici eventi di cinquant’anni fa, la Storia e l’evoluzione della società sarebbero state senz’altro diverse. Da qui un mio invito, già proposto nella mia pubblicazione “La stagione delle scelte. Una visione per il nostro futuro” (Sestante Edizioni, Luglio 2012), che rappresenta il messaggio che attraverso il mio percorso “kennediano” mi fa piacere poter continuare a trasmettere anche proprio nell’occasione ora del cinquantacinquesimo anniversario di quel così tragico evento.

 

La stagione delle scelte

E’ questa una nuova ennesima stagione delle scelte, da quel sogno spezzato muoviamoci verso il nostro futuro.

Ognuno nel proprio ambito la affronti con il massimo senso di responsabilità.

Reagiamo a quella drammatica ancora attuale analisi del Rapporto Censis 2010 e ritorniamo a desiderare.

Serve un cambiamento culturale e non può che partire da ciascuno di noi.

 

Credere in un nuovo modello di sviluppo

Ciascuno di noi prenda piena consapevolezza del proprio ruolo e dell’impatto delle proprie decisioni, non solo per sè stesso ma soprattutto per l’intera nostra società, nell’ambito della quale le nostre azioni necessariamente si riflettono e – sommandosi a quelle degli altri – inevitabilmente ne condizionano lo sviluppo.

Così attraversiamo insieme questo difficile momento, facciamo rete con coraggio e fiducia, preparandoci a muoverci con rinnovata consapevolezza e con una nuova cultura per la realizzazione di una democrazia finalmente e definitivamente compiuta, di una società più equa e più giusta, di un’Italia che realizzi il sogno di valorizzare (e, vista l’evoluzione già purtroppo prodottasi, recuperare) i propri tanti talenti ed il proprio immenso e ineguagliabile patrimonio.

Riaccendiamo la speranza e crediamoci, un nuovo modellodi sviluppo è possibile ed è disponibile.

Insieme possiamo realizzarlo, partendo proprio dai principi così generosamente trasmessici dai fondamentali esempi che ci hanno accompagnato in questo nostro prezioso recente passato.

 

“I Diritti dell’Uomo – i diritti civili ed economici che sono essenziali alla dignità umana di tutti gli uomini – è a questi che miriamo, e sono questi i nostri principi. Questo è il programma in base al quale posso gareggiare per la Presidenza con entusiasmo e convinzione.”

(John F. Kennedy, Discorso alla Convention Nazionale Democratica, Memorial Coliseum, Los Angeles, California, 15 Luglio 1960)

 

“Tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta – famiglia, lavoro, istruzione, un luogo dove allevare i propri figli e dove trovare riposo – tutto dipende dalle decisioni del governo; tutto può essere spazzato via da un governo che non presta ascolto alle richieste della gente. Quindi l’essenza stessa dell’umanità può essere tutelata e protetta solamente laddove c’è un governo che deve rispondere non solo ai ricchi, non solo ai fedeli di una particolare religione o agli esponenti di una particolare razza ma a tutto il popolo.”

(Robert F. Kennedy , Discorso presso l’Università di Città del Capo, Città del Capo, Sudafrica, 6 Giugno 1966)

 

Consulente d’impresa, esperto in Corporate Banking. Già delegato dell’Assemblea Nazionale del Partito Democratico, è attivo nell’Associazione europeista Freedem e nell’Associazione InNova Bergamo. Ha contribuito al progetto transnazionale di candidatura UNESCO delle ‘Opere di difesa veneziane tra il XV e il XVII secolo’. Diplomato ISPI in Affari europei. Componente del Comitato scientifico di Libertà Eguale. E’ impegnato nella costruzione di una proposta di alleanza tra tutti gli europeisti riformatori.

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