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Se il Pd chiede scusa dà ragione a M5S e Lega

Pietro Ichino martedì 16 Ottobre 2018
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di Pietro Ichino

 

Nicola Zingaretti si è candidato alla guida del Pd.

E Paolo Gentiloni, con il suo intervento a Piazza Grande, sembra avergli annunciato il proprio appoggio.

Probabilmente mosso da tre convinzioni:

a) che il Pd debba voltar pagina il più in fretta possibile rispetto alla stagione segnata dalla leadership di Matteo Renzi, dai suoi difetti di superficialità e personalismo, dalle sue sconfitte referendaria ed elettorale;

b) che il governatore del Lazio sia oggi l’unica persona dotata dei requisiti necessari per guidare il Pd in questa svolta;

c) che, se lui è l’unico candidato possibile, occorre evitare che la sua elezione a segretario assuma il significato di una vittoria della vecchia ala sinistra e di un ritorno indietro rispetto a tutto quanto si è fatto dal 2011 a oggi.

Il problema è che proprio questo rinnegare quanto si è fatto dal 2011 a oggi è ciò che propongono alcuni altri sostenitori di Zingaretti.

Un esempio per tutti: nel discorso alla manifestazione del Pd del 30 settembre del segretario attuale del Pd, Maurizio Martina, la nota dominante è apparsa proprio un “chiedere scusa” agli italiani di quel che abbiamo fatto per salvare la finanza pubblica del nostro Paese e mantenerlo sul sentiero stretto che gli consente di partecipare da protagonista alla costruzione della nuova UE.

Ora, chiedere scusa di quel che non si è fatto o si è fatto troppo poco è doveroso; ma chiedere scusa di quel che si è fatto significa dare ragione a M5S e Lega, che infatti propongono di tornare indietro rispetto a tutto quanto abbiamo fatto in questi sette anni; anzi, di tornare proprio all’Italia degli anni ’80 e ’90, con la sua industria a partecipazione statale permanentemente in perdita, le sue pensioni senza requisiti di età, la sua Cig senza limiti per le aziende fallite, i suoi 30 miliardi l’anno di deficit strutturale.

Ieri a Piazza Grande, prudentemente, Zingaretti ha evitato questo tema. Ma è su questo tema che nel giro di poche settimane si deciderà il senso della sua candidatura. E anche – non credo eccessivo affermarlo – il futuro del Pd e del Paese.

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