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Se ritornano i Borboni. Prove di populismo al Sud

Alfonso Pascale domenica 28 ottobre 2018
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di Alfonso Pascale

 

Nel dibattito sull’esito elettorale del 4 marzo si è poco riflettuto su come il leghismo, da Bossi a Salvini, si sia intrecciato con il fenomeno grillino e su come tale groviglio sia avvenuto intorno ai temi del Mezzogiorno.

Le domande a cui rispondere sono: c’è un nesso tra l’affermazione dei Cinque Stelle al Sud e l’espansione della Lega su tutto il territorio nazionale, registrate alle politiche di quest’anno, e la modalità con cui si avviò la rottura del sistema politico della Prima repubblica ad opera della Lega Nord che prevedeva la progressiva sostituzione della “questione meridionale” con la “questione settentrionale”? Quali elementi di continuità si possono riscontrare nella costruzione di una peculiare visione dell’Italia e della sua storia nazionale, posta in atto dalla Lega di Bossi e confluita nel “contratto” del governo giallo-verde?

Come ha detto vent’anni fa il politico e storico Enzo Santarelli (“Il Sud nella storia della Repubblica”, Intervista a cura di Simone Misiani, in “L’Ora locale. Lettere dal Sud”, a. 1, n. 1 gennaio-febbraio 1997), il Mezzogiorno resta comunque la vera cartina di tornasole con cui misurare le diverse interpretazioni della storia nazionale. E allora vediamo se anche in questo caso, tale criterio funziona.

Ho suddiviso in tre puntate questa riflessione che con questo articolo si conclude. Il primo articolo sull’evoluzione della Lega da Bossi a Salvini è stato pubblicato su questo sito il 6 settembre 2018; il secondo sul populismo nazionalsocialista dei Cinque stelle il 25 settembre 2018.

 

La lettura del voto al Sud di due opinion leaders

Sul Foglio dell’11 ottobre scorso, Maurizio Crippa ha rilevato acutamente che nel rapporto problematico con “le immagini stereotipate e libresche” del Sud e nel tentativo di liberarsi dal loro “condizionamento”, “una classe intellettuale (scrittori, giornalisti, editori, persino musicisti) odierna si è come smarrita, in quel rapporto”. E così il vicedirettore del Foglio continua la sua analisi: “Ci fu un grande pensiero meridionalista (e c’è ancora), e anche intellettuali non “meridionalisti” ma capaci di leggere il loro mondo. Oggi c’è un ceto culturale che – quando si affaccia alla tribuna nazionale – sembra ridotto al lamento, alla rivendicazione. Fino all’avallo, magari involontario, del rancoroso populismo poveraccista che ha preso la maggioranza dei voti nella metà meridionale del paese”.

Pino Aprile e Roberto Saviano sono soltanto due casi da prendere come esempi di questa intellettualità meridionale. Il primo, autore di due libri di successo (Terroni Carnefici), all’indomani del 4 marzo ha dichiarato che ”il voto al M5s ha un confine geografico, compatto ed omogeneo, è esattamente quello dell’ex Regno delle due Sicilie”. Segnerebbe, secondo lui, la ribellione del Sud saccheggiato, depredato, spolpato: “avremmo votato pure Belzebù – continua il giornalista – pur di liberarci di questi politici di oggi”.

A questa lettura ha prontamente aderito anche Saviano precisando: “Il voto ai 5 Stelle e alla Lega non è un voto esclusivamente di ribellione, ma è un voto ormai ragionato. Questa volta l’elettorato è stato coeso nel dare consenso a due partiti che sono specchio fedele dei loro elettori. Il voto non è stato semplicemente un voto di protesta o di opinione, ma un voto di identità”.

È davvero così? Il trionfo dei 5 Stelle e l’affermazione significativa della Lega al Sud richiamano l’arcaico ribellismo meridionale? Gli elettori del Mezzogiorno si identificano davvero con Di Maio e Salvini, i quali si sono fatti paladini dell’idea egoista che ognuno in “casa propria” fa quel che vuole, sottraendosi ai vincoli derivanti dalle interdipendenze globali?

Ci può aiutare a dare una risposta a queste domande una vicenda sconcertante che è durata quasi tutto il 2017.

 

La proposta di istituire una nuova giornata della memoria

Nei Consigli delle Regioni Abruzzo, Basilicata, Campania, Molise e Puglia furono presentati dai Cinque Stelle ordini del giorno o mozioni con cui veniva invocata l’istituzione di una “giornata della memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia”. Con tali iniziative veniva richiesto di elevare a dignità di commemorazione pubblica la ricorrenza della resa di Gaeta del 13 febbraio 1861, quale fine dell’indipendenza meridionale. Il 7 marzo fu il Consiglio regionale della Basilicata ad approvare per primo, a larga maggioranza, l’ordine del giorno.

Il 4 luglio fu la volta del Consiglio regionale della Puglia ad approvare una mozione di analogo contenuto. La consigliera che illustrò il testo dichiarò che, nell’assumere l’iniziativa, i CinqueStelle si erano ispirati alle ultime due pubblicazioni di Pino Aprile. Al momento della votazione era in aula anche il presidente della Giunta, Michele Emiliano, esponente del Pd, che fece una dichiarazione scioccante: “Il governo non ha nulla in contrario. Com’è noto, Pino Aprile è uno dei consiglieri del presidente. Abbiamo tutta l’attrezzatura pronta per organizzare al meglio una giornata come questa. Il mio parere è favorevole”.

C’è da rilevare inoltre che un analogo testo, in forma di mozione, era stato presentato il 28 febbraio alla Camera dei deputati per iniziativa di parlamentari meridionali di Forza Italia e Pd.

 

La reazione delle Società storiche

Il 30 luglio, la Società italiana per lo studio della storia contemporanea (Sissco) prese una posizione fortemente critica nei confronti della delibera assunta dal Consiglio regionale della Puglia. “Se si desse seguito alla mozione – è scritto nella nota della Società – in Puglia il 13 febbraio comparirebbe nel calendario delle celebrazioni civili al pari del 25 aprile e del 2 giugno e nulla impedirebbe di contrapporre giornate del ricordo delle vittime sanfediste o delle repressioni borboniche”. La Sissco “chiede pertanto che la mozione sia abbandonata e che la Regione Puglia coinvolga attivamente la Società, gli atenei e gli enti di ricerca di riferimento, per un confronto aperto e metodologicamente fondato sui temi della storia nazionale e su ogni iniziativa istituzionale o pubblica che vi si riferisca”.

Alla presa di posizione della Sissco aderirono il Coordinamento delle Società storiche, la Società napoletana di storia patria e l’Istituto Gramsci siciliano. A quel punto incominciarono i ripensamenti. E alcuni esponenti del Pd assunsero iniziative in Parlamento e nei Consigli regionali per prendere le distanze dalla proposta dei Cinque Stelle e sostenere invece la richiesta delle Società storiche di essere coinvolte in iniziative di confronto sui temi della storia nazionale.

La confusa e farsesca vicenda metteva in luce che il M5s si era fatto portavoce di un’istanza proveniente da propagandisti neoborbonici e neosudisti che avevano goduto, nel condurre le loro iniziative editoriali, del silenzio degli storici di professione.

Ma con l’iniziativa assunta dai grillini e avallata apertamente da esponenti del Pd e di Forza Italia, i professori universitari a quel punto finalmente si allarmarono. Il primo fu Francesco Barbagallo che scrisse su Repubblica: “In un tempo e in una politica dominata dalle fake-news, i falsi vanno denunciati e contrastati, perché rischiano di diventare la piattaforma politico-culturale di movimenti che aspirano al governo del paese anche loro, dopo le infauste esperienze di altri imbonitori e pifferai di vari colori”. Giovanni De Luna denunciò su La Stampa l’enorme quantità di “leggi di memoria” varate dal 2000 in poi: “Sono leggi che, in realtà, dimostrano soprattutto la fragilità di questa classe politica.

La centralità delle vittime posta come fondamento di una memoria comune alla fine divide più di quanto unisca. Ogni vittima rivendica per i propri lutti e le proprie sofferenze attenzioni e risarcimenti. Ognuno cerca di gridare il proprio dolore urlando più forte la propria sete di giustizia. E a queste grida corrisponde una babele di linguaggi emotivi che – legittimi nella sfera privata – trasportati nella sfera pubblica alimentano separatezze e conflitti. In realtà, la ‘repubblica del dolore’ che affiora dall’intricata selva delle leggi memoriali sembra incapace di proporre una religione civile condivisa, un patto di cittadinanza fondato su una memoria comune”.

Anche Aurelio Musi intervenne su Repubblica:Neoborbonismo e populismo vanno a braccetto nell’uso pubblico dell’antistoria: e stanno diventando ingredienti non opposti ma complementari di nuove modalità di ricerca del consenso, a cui non è certo estraneo il sindaco De Magistris. Bisogna ragionare attentamente su questo vero e proprio salto di qualità che sta investendo la rappresentanza dei territori e le istituzioni locali nel Mezzogiorno, col rischio di una nuova, profonda frattura. E, francamente, di tutto ha bisogno il nostro paese tranne che di questo”.

E infine Guido Pescosolido sul Foglio ricordò che “la polemica antirisorgimentale della storiografia neoborbonica non è né di questa estate né di quella passata. Le sue prime manifestazioni si ebbero sin dagli anni Ottanta del secolo scorso, molto provocate e alimentate dall’irruente e rozza ondata antimeridionale leghista. Sinora tutti i dibattiti neoborbonici erano rimasti grosso modo sempre abbastanza trasversali nei loro riferimenti politici e partitici. Ora invece, con la sua iniziativa, i Cinque Stelle si propongono al movimento neoborbonico come l’unica forza politica che, per di più da posizioni minoritarie, è in grado di ottenere qualcosa di concreto sul piano istituzionale e per di più di altamente significativo sul piano della simbologia storica”.

Queste le posizioni molto nette degli storici di professione. Ma se si vanno a leggere i numerosi interventi di giornalisti e operatori culturali apparsi l’anno scorso sui quotidiani intorno a questa vicenda, si può verificare quanto ampia fosse l’opinione pubblica che si è mostrata indifferente alle preoccupazioni del mondo accademico ed emotivamente vicina ai Cinque Stelle. E la cosa sconcertante non è stata tanto questa, quanto invece l’afasia, l’imbarazzo degli esponenti politici non grillini, incapaci di spiegare il loro comportamento altalenante nella vicenda.

 

Il 4 marzo come allineamento al senso comune sovranista

Il voto ai Cinque Stelle al Sud non ha il significato di un arretramento antropologico a pulsioni ribellistiche e sanfediste, di una “voglia di opposizione”, come ha ben rilevato Umberto Minopoli nel respingere sul Foglio le letture del voto fornite da Aprile e Saviano. Il voto meridionale (omogeneo dappertutto, in ogni strato sociale e articolazione) ha colto, in modo intelligente e pacato, l’esaurirsi definitivo di un intero ciclo politico e, con esso, di un ceto dirigente ormai del tutto privo di una visione dell’Italia e, in essa, del Mezzogiorno come componente costitutiva della sua dimensione nazionale.

Da anni nel Sud si rispolverano e riverniciano in chiave populista vecchi cliché sul Meridione depredato. E quasi un’intera classe dirigente meridionale ha accettato passivamente questa lettura. Un amalgama di rancore, di isolazionismo, di revisionismo storico gonfiato a livelli di fake news. Un pensiero che ha fomentato negli anni l’incanaglirsi di posizioni antagoniste e che alla fine ha regalato il Sud al populismo dei Cinque stelle, al miraggio del reddito di cittadinanza.

L’elettorato meridionale non si è dovuto far convincere dagli argomenti dei nazionalpopulisti di oggi. Già parti consistenti del Pd e di Forza Italia ragionavano sulla stessa lunghezza d’onda. Gli elettori del Sud hanno solo intuito l’imminenza di un ricambio di personale politico e lo hannosupportato. Se opinionisti, operatori culturali, analisti politici ed economici hanno accolto con favore e compiacenza la nuova visione dell’Italia inaugurata da Bossi e portata a compimento, con tutti gli adeguamenti necessari, da Salvini, il Sud si è adeguato con la curiosità di vedere facce nuove su una ribaltapolitica che conserva un sottofondo comunque rivendicazionista.

Ma il voto meridionale ci dice anche che l’intensificarsi della mobilità elettorale riguarda ormai tutti i territori italiani. E dunque siamo in presenza di un voto potenzialmente reversibile anche in tempi brevi, se il Pd saprà comprendere la ragione di fondo della sconfitta e sarà capace di elaborare un’autonoma visione dell’Italia e del Mezzogiorno in un’autonoma visione dell’Europa e del mondo. Guai a gettare a mare l’impianto riformista dei governi Renzi e Gentiloni! Sarebbe un errore imperdonabile! Si tratta di correggerlo dove è necessario ma poi svilupparlo e dargli un’anima, connettendo, in un’idea di giustizia, merito e bisogni, società aperta e comunità inclusive. Un lavoro enorme da portare avanti mettendo in moto risorse culturali e politiche che si erano distaccate e formando una nuova leva di dirigenti.

 

Favorire lo sviluppo di un pensiero laico  

In conclusione, vorrei chiarire un aspetto che ritengo fondamentale nella costruzione di una visione dell’Italia e della sua storia che rimetta al centro, in termini aggiornati, la questione del Mezzogiorno. Che sulle vicende storiche che hanno riguardato il Risorgimento e i decenni immediatamente successivi all’Unità d’Italia ci sia bisogno di approfondimenti e di letture antiretoriche e senza paraocchi, è un’esigenza non solo reale, ma anche irrinunciabile.

Mancano ancora ricerche più capillari e rigorose su capitoli fondamentali della storia di quel passaggio cruciale della nostra vita nazionale: questione demaniale, brigantaggio, emigrazione, origine dello statalismo, nascita delle organizzazioni politiche e sociali, origine delle mafie, sviluppo del pensiero sociale, formazione di un ceto tecnico-politico meridionale. C’è un’immensa letteratura sul Mezzogiorno che ha indagato il divario Nord-Sud dal punto di vista economico, sociale, antropologico e politico. Essa va valorizzata, divulgata e digerita con senso critico. Ma quella che è stata la principale manifestazione d’incompiutezza dell’Italia unita merita ancora di essere studiata a fondo e dibattuta nella dimensione europea per diventare coscienza condivisa del cittadino che vive nel nostro Paese.

Ci sono infatti da indagare non solo problemi risalenti ai primi lustri dello Stato unitario, ma anche quelli del secondo dopoguerra: riforma agraria; prima fase dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno; ricadute nefaste non solo sociali ed economiche, ma anche culturali e politiche, della scelta riguardante l’industrializzazione forzata dall’alto; mancato decollo del Sud negli anni Settanta e nel periodo successivo al terremoto della Basilicata e dell’Irpinia. Tuttavia, va detto con forza che tale processo culturale andrebbe condotto con criteri scientifici e partecipativi e non può assolutamente avvenire nel fuoco delle strumentalizzazioni politiche, anche se la politica – come abbiamo visto – ne ha bisogno come il pane.

La storia della questione meridionale ci parla di un pensiero militante e di interpretazioni confliggenti che coincidevano con le diverse ispirazioni ideologiche dell’Ottocento e del Novecento. I partiti erano anche grandi costruttori di pensiero. Senza il quale ogni azione politica è destinata al fallimento. E il successo dei Cinque Stelle e della Lega si è fondato sull’evoluzione di un pensiero, rozzo e retrogrado quanto si vuole, ma comunque capace di parlare alle emozioni delle persone.

 

Dotarci di un pensiero politico democratico

Tommaso Nannicini è stato il primo esponente politico a riconoscere, dopo il 4 marzo, che all’azione di governo degli ultimi anni è mancata una “costituzione emotiva”. Egli ha attinto l’espressione dalla psicologia politica dandole questo contenuto: “Insieme di valori, principi e macro obiettivi che – da una parte – plasmano l’identità di un partito e – dall’altra – servono da interpretatori di senso per capire le politiche che quel partito sta portando avanti”.

Ridefinire oggi un pensiero politico democratico significa, dunque, anche dotarsi di una “costituzione emotiva”. Da definire con modalità diverse da quelle adottate quando c’erano le grandi costruzioni ideologiche. Avremmo bisogno di un pensiero non militante, non civilmente disimpegnato, ma nemmeno spinto a sentirsi corresponsabile di un destino dell’umanità.

Avremmo necessità di un pensiero essenzialmente libero, laico, capace di confronto, di ascolto, di comprensione e rispetto reciproco, da favorire nelle forme più varie. Quello che bisognerebbe superare sono le visioni organiche, fondamentaliste, le idee integrali della storia italiana, le strategie ferree ed egemoniche. Mentre occorrerebbe puntare sulla valorizzazione del pluralismo e delle differenze e, in tale quadro, ridefinire concetti e problemi della cittadinanza, della governance dell’Ue, della riorganizzazione dello stato nazionale e della sua governabilità, della democrazia rappresentativa, dello sviluppo, del rapporto uomo e ambiente, della sussidiarietà, prendendo il meglio della tradizione culturale italiana e reinventandola.  Solo in questo modo le riforme che un governo di orientamento democratico realizza potranno collocarsi in un orizzonte di senso, in una visione capace di parlare all’intelligenza delle emozioni dei cittadini.

 

 

 

Presidente del CeSLAM (Centro Sviluppo Locale in Ambiti Metropolitani). Dopo una lunga esperienza di direzione nelle organizzazioni di rappresentanza dell’agricoltura, nel 2005 ha promosso l’associazione “Rete Fattorie Sociali” di cui è stato presidente fino al 2011. Docente del Master in Agricoltura Sociale presso l’Università di Roma Tor Vergata, si occupa di sviluppo locale e innovazione sociale. Collabora con istituzioni di ricerca socioeconomica e di formazione e con riviste specializzate. Ultima pubblicazione: CYBER PROPAGANDA. Ovvero la promozione nell’era dei social (Edizioni Olio Officina, 2019).

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