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Sinistra, l’approccio riformista fatica ancora

Enrico Morando lunedì 4 febbraio 2019
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di Enrico Morando

 

Intervento tenuto a Roma il 20-12-2018 al convegno per i 70 anni di Mondoperaio

 

Posso portare a questa discussione il piccolo contributo di chi – giovane dirigente regionale del PCI in Piemonte – cominciava ad interrogarsi, dopo la metà degli anni ’70, sul rapporto tra teoria e prassi nel PCI di quegli anni. E trovava un po’ traballante (per non dire del tutto insoddisfacente) una posizione molto diffusa tra i “miglioristi” del PCI, cui Norberto Bobbio – nel 1990 – avrebbe dato espressione compiuta in una sua lettera a Giorgio Napolitano, dichiarando di “trovare incredibile che un partito che ha fatto per anni una politica da partito socialdemocratico, ora che potrebbe farla alla luce del sole, torni indietro a posizioni da gran tempo dal partito stesso superate… Non riesco a capire perché non venga accolta da tutti come base del nuovo corso la tua affermazione chiave che il PCI era da tempo diventato cosa diversa dal nome che portava”.

Ciò che Bobbio “non riusciva a capire” l’aveva spiegato da par suo Massimo Salvadori in un articolo su Mondoperaio del luglio 1976, sulla concezione della egemonia in Gramsci e nel PCI (è l’art. di pag. 68 della rivista per il settantesimo).

“Il PCI odierno – concludeva Salvadori – usa la critica di Gramsci alla “dittatura senza egemonia” di matrice bolscevica per “scorporare” l’egemonia dalla dittatura e dare fondamento teorico alla sua azione che rinuncia allo stato operaio e alla dittatura del proletariato e mira a conquistare la direzione dello Stato parlamentare”.

Lo so che – a rileggerle e riascoltarle oggi – queste discussioni suonano quasi stravaganti. Ma se vogliamo darci conto delle ragioni dei ritardi con cui la sinistra italiana giunge ad assumere i connotati di sinistra socialdemocratica europea… Se vogliamo comprendere le ragioni del riemergere di pulsioni e posizioni di antagonismo sistemico nella sinistra politico-sindacale italiana (così restia ad inoltrarsi sul terreno della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende, dal contrasto alla “politica dell’Eur”, via via, fino al no all’accordo Fiat che ha salvato l’industria italiana dell’auto), dobbiamo risalire all’ambiguità del PCI nel rompere esplicitamente con la concezione del socialismo come sistema totalmente e integralmente “altro” rispetto al “sistema” capitalistico.

Scriveva Salvadori: “Chiedere al PCI di far poggiare la propria pratica su un confronto meno “tatticistico” con il patrimonio teorico passato risponde non solo ad una esigenza di verità, ma anche e soprattutto ad una esigenza politica. Tutta la sinistra italiana… ha bisogno di una maggiore verità quale fondamento di un maggiore realismo”.

Quei pochi che nelle PCI, allora trionfante, pensavano che, per essere vero trionfo, ci volesse una rottura di continuità esplicita sul piano della cultura politica – del fondamento ideologico delle politiche e della politica – avevano in Mondoperaio la lettura prediletta. Perché faceva le domande giuste. E proprio perché erano domande impegnative. Anche presso quella che – col tempo – sarebbe  diventata l’Area Riformista del PDS e dei DS, infatti, non era prevalente l’esigenza di chiarezza ideologica. Si pensava forse che la pratica riformista l’avrebbe resa superflua.

Ma questo deficit di “verità” – per usare l’espressione di Salvadori -, era destinato a pesare – ben oltre la conclusione della vita del PCI – in tutti i passaggi cruciali della vicenda successiva del centrosinistra italiano.

Penso al gigantesco cortocircuito culturale e politico che si innescò sul tema della “diversità” comunista, rivendicata da Berlinguer nella famosa intervista a Scalfari su Repubblica. Tutti ricordiamo che Berlinguer andava molto oltre la critica alla degenerazione dei partiti di governo in tema di etica politica. Ma cosa spingeva il leader del PCI a dare un carattere quasi ontologico a quella “diversità”, se non l’esigenza di trovarvi ciò che poteva prendere il posto occupato, nella cultura politica del partito, dalla concezione del socialismo come sistema che “sostituisce “quello capitalistico?

Cose del passato, ormai definitivamente dietro le nostre spalle? Mah… Vorrei crederlo. Ma penso che gli effetti di questi ritardi siano in larga misura ancora tra noi: come spiegare, altrimenti, la difficoltà dei DS e, per certi versi, del PD prima di Renzi, a gestire con tranquilla determinazione riformista lo squilibrio determinatosi nel rapporto tra politica e organi di controllo (magistratura requirente)? E come spiegare la riluttanza di troppi – ancora oggi, nel PD – a riconoscere che nel conflitto Fiom di Landini e Fim di Bentivogli era perfettamente riassunta la contraddizione tra antagonismo sistemico e approccio riformista?

Viceministro dell’Economia e presidente di Libertàeguale. Senatore dal 1994 al 2013, è stato leader della componente Liberal dei Ds, estensore del programma elettorale del Pd nel 2008 e coordinatore del Governo ombra. Ha scritto con Giorgio Tonini “L’Italia dei democratici”, edito da Marsilio (2013)

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