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La rinascita del Sud parte da nuove istituzioni economiche e politiche.

Nel Sud – dopo 5/6 anni di governi nazionali e locali di centro sinistra – i riformisti subiscono una durissima sconfitta. Mentre il divario di sviluppo resta sostanzialmente inalterato.  La spiegazione più convincente di questo esito tanto negativo si rifà alla teoria della crescita che sottolinea la centralità delle istituzioni economiche e politiche fondamentali (Acemoglu e Robinson). Esse possono essere inclusive, favorendo il coinvolgimento dei cittadini e quindi, con la crescita economica, anche lo sviluppo umano e civile; oppure estrattive, finalizzate ad estrarre rendite per una minoranza di privilegiati.

 

Le riforme mancate

Le istituzioni politiche del Sud, formalmente identiche a quelle del Nord, funzionano con incentivi diversi. Le istituzioni economiche, invece, non sono le stesse, nemmeno formalmente (E. Felice). Malgrado gli sforzi compiuti per interventi orientati al superamento del divario, in questi anni di governo del centro sinistra non è stata robustamente e credibilmente avviata un’opera di riforma mirata a modificare in radice le istituzioni economiche e politiche fondamentali del Sud, facendole diventare, da estrattive che erano, inclusive.

Non sono mancate riforme nazionali che, buone per l’Italia, lo sono state anche per il Sud. Ma è mancata la capacità di assumere come centrale, fin dalla progettazione delle riforme stesse, l’obiettivo del radicale cambiamento delle istituzioni economiche e politiche fondamentali del Sud. In sostanza, è emerso un deficit della cultura politica del riformismo: l’incapacità di riconoscere che una grande area in ritardo di sviluppo come il Sud pone problemi di corretta definizione dell’intera strategia nazionale ed europea dei riformisti.

Per riavvicinare progressivamente l’attività produttiva e l’occupazione nel Sud a quelle del resto del Paese… è necessario superare gli ostacoli dovuti alla bassa efficacia della azione pubblica, migliorare i servizi pubblici e le infrastrutture” (F. Panetta). Sanità e giustizia sono due campi di verifica di questo approccio particolarmente significativi.

 

Investire sulle competenze degli studenti

Il settore dell’istruzione è quello che consente di trarre migliori indicazioni sui limiti della passata iniziativa di governo e sulle scelte da operare nel futuro. Le competenze degli studenti del Sud rimangono più basse che nel resto del Paese, soprattutto per le scuole medie e superiori, anche a causa dei più bassi livelli di scolarità dei genitori degli alunni meridionali.

Malgrado la consapevolezza di questa realtà, la legge per la Buona Scuola si è ben guardata dall’assumere come obiettivo prioritario il rapido superamento del divario. Nonostante contenesse i presupposti per perseguirlo – autonomia degli istituti, dotazione aggiuntiva di personale, alternanza scuola-lavoro -, essa non recava nessuna delle scelte necessarie a conseguirlo realmente: carriera degli insegnanti per privilegiare quelli in grado di ottenere risultati migliori nel Sud; stipendi più alti e più lungo impegno di permanenza in queste realtà; compensazione economica per le imprese che si rendessero disponibili per l’alternanza scuola-lavoro al Sud. Scelte utili e necessarie anche al Centro-Nord, che avrebbero ben potuto essere adottate riconoscendo priorità, in termini temporali e finanziari, al Sud.

Il “Contratto” Lega-Movimento 5 Stelle si limita, in materia di scuola, a promettere un ritorno al passato in tema di alternanza scuola-lavoro. Toccherà dunque ai riformisti modificare in chiave “sudista” la Buona Scuola.

Della riforma della contrattazione, per esaltare quella “di secondo livello” si è già scritto (tesi n. 4). Qui basterà sottolineare che questa è un’altra istituzione economica fondamentale, il cui cattivo funzionamento ha molto penalizzato il Sud.

 

La politica nel Sud: consenso in cambio di spesa

Sono però le istituzioni politiche fondamentali quelle che hanno il maggiore peso nel determinare il divario tra Nord e Sud. Il carattere “estrattivo” delle istituzioni economiche del Sud ha trovato infatti sostegno attivo – e forse il suo primo fondamento – nel carattere estrattivo delle istituzioni politiche. Per tutte, varrà il riferimento alla istituzione politica partito.

Nel rapporto tra partiti e società meridionale, il sistema degli incentivi va letteralmente rovesciato, perché ha operato nel senso di ribadire il Sud nella drammatica condizione di più grande area in ritardo di sviluppo dell’intera Unione europea: dal lato del partito, la raccolta del consenso (soprattutto delle preferenze, necessarie per prevalere nella competizione interna al partito stesso) si è fondata sul controllo di quote, più ho meno grandi, di spesa pubblica, utilizzata prevalentemente per alimentare assunzioni nella pubblica amministrazione. Che rafforzano la rete delle relazioni clientelari, ma deprimono il potenziale di crescita e uccidono la fiducia, fondamentale fattore di sviluppo.

Dalla società, il partito riceveva una spinta coerente con il sistema: voti e preferenze promessi (e concessi) in cambio di piccoli e grandi “favori”. Anche in questo caso, prevalentemente, assunzioni – nell’ultima fase, più spesso precarie, che consentono di tener viva nel tempo la reciproca pressione -, ma non solo.

Quando il grande filone della spesa pubblica si inaridisce progressivamente, il sistema non trova più alimento. E collassa. Ma gli elettori meridionali, in cerca di un riferimento che sostituisca i precedenti, non lo trovano in una solida alternativa riformista, costruita con fatica – e pagando i prezzi relativi – durante la lunga fase del vecchio ed esausto sistema politico istituzionale. Per questo, si rivolgono al M5S: un po’ perché rassicura, promettendo la luna di una ripresa della spesa pubblica, in una chiave universalistica (reddito di cittadinanza per tutti), e molto perché, se non altro, consente di travolgere tutto e tutti in un liberatorio vaffa…

Serve una solida alternativa riformista

Dunque, per i riformisti, c’è innanzitutto bisogno di prendere atto della profondità della crisi di funzione in cui (si) sono precipitati. E di rivolgersi alla società del Sud con una reale apertura: a condividere, a progettare per poi realizzare insieme.

Concretamente, nella società del Sud, a chi dovrà essere rivolto questo invito? A quelli che non hanno rendite e privilegi da difendere, anche a danno del destino dell’intera collettività. O, almeno, sono disposti a rinunciarvi perché hanno fiducia nella possibilità di sostituirli con altri fattori di sicurezza e benessere.

A questo scopo, il progetto riformista deve vivere dentro la durezza del contrasto degli interessi, sempre fornendo un filo per districarsi tra le contraddizioni della realtà sociale, mai aderendo acriticamente alle pulsioni di giorno in giorno prevalenti, sempre puntando più alla comprensione (e alla rimozione) delle cause delle sofferenze sociali che alla individuazione di colpevoli da additare come bersagli alla furia “del popolo”.

Per un lavoro tanto impegnativo, servono militanti. Non necessariamente giovani (se lo sono, è meglio). Ma dotati di una forte consapevolezza della loro missione. Quindi, di una cultura politica assai lontana da quella tradizionale, che invece misura la propria forza e capacità di influenza con il metro della sua lontananza/vicinanza rispetto ad un centro di spesa pubblica; o con quello del “controllo” di un certo numero di preferenze individuali.

 

 

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