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La crisi di funzione della sinistra riformista

In tutto l’Occidente, la sinistra riformista versa in una profonda crisi. Si tratta di una crisi di funzione, che si intreccia con quella “di rendimento” in cui sono entrate le democrazie liberali, incapaci di rispondere alle esigenze dei cittadini.

Nel Novecento, in particolare dopo la fine del secondo conflitto mondiale, la sinistra ha svolto una funzione essenziale: ha dato una organizzazione, un contesto ordinato, alla distruzione creatrice del capitalismo (Shankar). Non si è trattato solo di favorire/imporre la redistribuzione – a favore dei più deboli, dei lavoratori, dei ceti oppressi -, dei copiosi frutti del dinamismo capitalista. Quella della sinistra è stata una funzione egemone, non ancillare. Essa infatti ha svolto un ruolo determinante nella costruzione di un contesto di istituzioni, regole e iniziative economiche, sociali e culturali tali da sostenere ed accelerare lo sviluppo delle forze produttive, contemporaneamente riducendo – nell’utopia, eliminando – il disordine, le sofferenze e le contraddizioni indotte dal dinamismo capitalista.

Per svolgere questa funzione, la sinistra ha organizzato se stessa e la sua iniziativa su base nazionale. Partiti politici, sindacati, cooperative, associazioni, tutti ripetevano lo Stato nazionale come dimensione della organizzazione e contesto più favorevole per il conseguimento delle proprie finalità: è la dimensione dello Stato nazionale quella che forniva in quegli anni alla sinistra la prospettiva dalla quale guardare ai problemi che intendeva affrontare e dentro la quale costruire le relative soluzioni.

Quando la rivoluzione tecnologica e digitale crea le condizioni per la globalizzazione, la sinistra resta priva di prospettiva. Quella prospettiva che – per dirlo con Leonardo da Vinci – “è guida e porta, e senza questa nulla si fa bene”.

 

Rappresentare i perdenti o governare la globalizzazione?

La novità è sconvolgente e lascia alla sinistra solo due alternative: darsi un profilo ideale, programmatico, politico e organizzativo del tutto nuovo, che la renda capace di governare la globalizzazione; oppure ridimensionare le proprie ambizioni, rassegnandosi ad una funzione – importante, ma strutturalmente subalterna – di rappresentanza dei perdenti della globalizzazione.

Nella dimensione nuova, è il riproporsi di un dilemma che ha segnato la sinistra fin dalla sua nascita: lottare per la uguaglianza incidendo sui caratteri e lo sviluppo delle forze produttive; o limitarsi a tosare la pecora capitalista, senza curarsi più di tanto che si mantenga in grado di produrre lana?

La seconda strada è più facile. E lo smarrimento per le sconfitte subite dai nazional populisti può ben indurre una parte anche larga della sinistra a sceglierla. I perdenti della globalizzazione sono davvero tanti, in Occidente, e fornire loro una rappresentanza, mostrando vera comprensione ed effettiva condivisione delle loro sofferenze e delle loro paure, è un compito che resta essenziale per qualsiasi formazione di sinistra che voglia continuare a dirsi e ad essere tale.

Ma è una strada che, al massimo, consente di perdere bene. Non può condurre la sinistra a riacquisire la funzione che è stata la sua nella seconda parte del Novecento ed ha consentito alle democrazie liberali dell’Occidente di costruire società aperte ed inclusive.

Dunque, la strada da scegliere è la prima. L’asimmetria dei costi e dei benefici a livello geografico (costi qui, benefici lì) e a livello generazionale (costi oggi, benefici per quelli che non sono nati), la rendono quasi impraticabile (Jan Goldin e Chris Kutarna), ma è l’unica all’altezza della nostra tradizione e coerente con l’obiettivo di rivitalizzare le democrazie liberali, altrimenti destinate a degenerare in quelle che, con neologismo efficace, abbiamo imparato a chiamare “democrature”.

La perfetta consapevolezza della difficoltà del compito è indispensabile, ma sono almeno altrettanto rilevanti una visione positiva e un rigoroso approccio razionale: fiducia e realismo sono da sempre componenti essenziali della visione riformista. Non è davvero questo il momento per dismetterli. Dopo tutto, se è vero che la globalizzazione e la rivoluzione tecnologica hanno determinato l’approfondirsi della distanza tra chi sta molto in alto e chi sta molto in basso nella scala sociale – tanto da fornire nuovi argomenti a favore di una intransigente lotta per l’eguaglianza dei punti di partenza per tutti i cittadini -, è altrettanto vero che il mondo negli ultimi venti anni è diventato decisamente più sano, più ricco e più istruito. Ciò che dimostra che l’innovazione in corso può essere usata per ridurre, anche nei paesi occidentali, le sofferenze, le paure e le incertezze provocate dalla distruzione creatrice del capitalismo globale.

 

Il mondo è cambiato

Il mondo che i riformisti debbono “governare” è profondamente cambiato. Ed è cambiato molto rapidamente: la fase post-guerra fredda, caratterizzata dall’unipolarismo degli Stati Uniti d’America (interpretato da Clinton secondo la logica dell’egemonia benigna, valorizzando le istituzioni multilaterali; da Bush secondo una logica di dominio e di critica feroce alle lente e deboli istituzioni multilaterali), è già alle nostre spalle.

Il mondo è diventato multipolare, per il combinarsi del declino relativo degli Stati Uniti e la crescita del resto del mondo: Obama ha interpretato – senza importanti successi, purtroppo – la nuova fase nella logica del multilateralismo buono ed efficace. L’amministrazione Trump si misura con il multipolarismo attraverso un approccio di tipo Hobbesiano: ognuno per sé, sulla base della propria forza, privilegiando i rapporti bilaterali e ignorando – anzi, cercando di delegittimare – le istituzioni multilaterali.

 

La pace, il diritto, il dialogo

L’approccio dei riformisti, quale che sia la loro nazione, non può che essere di tipo kantiano: l’utopia democratica della pace attraverso il criterio del diritto e lo strumento del dialogo, che trovano nelle istituzioni internazionali la sede che consente loro di prevalere sul criterio della forza.

Non sembri un approccio ingenuo alla nuova e più difficile realtà del mondo. Si tratta, al contrario, di un esercizio di realismo, ispirato alle idealità che ci sono proprie, ma capace di prendere atto del nuovo contesto.

Si consideri una delle istituzioni multilaterali più importanti per l’Occidente e per l’Italia: la NATO. Il nuovo mondo rende la NATO più “costosa”, sia politicamente, sia economicamente, rispetto alla fase nella quale le veniva assegnata una sola missione: tutelare l’Occidente dalla minaccia dell’Unione Sovietica. Già Obama aveva posto all’Europa l’esigenza di un maggiore contributo al sostegno di questi costi. Il fatto che Trump la riproponga oggi – anche per indebolire l’Unione Europea e alimentare la sua ipotesi di gestione del multipolarismo, fondata sull’approccio bilaterale – non la rende meno fondata ed urgente: dobbiamo dunque manifestare aperta disponibilità alla redistribuzione, anche a carico dell’Europa, di questi costi, per poter proporre con più efficacia la funzione della NATO nel nuovo contesto, nel quale le minacce alla pace e alla pacifica convivenza non sono meno gravi di quelle di un tempo.

Del processo di realizzazione della utopia democratica della pace, l’Unione Europea può essere protagonista. La condizione è che vi partecipi come tale. Pena l’irrilevanza dei singoli Paesi membri, e il loro ridursi a pietire sostegno e benevolenza da questa o quella potenza regionale.

Il governo Lega-M5S ha già iniziato ad agire lungo questa deriva di umiliazione dell’interesse nazionale, fino a giungere ad ipotizzare – nella sede del Parlamento – di chiedere aiuto alla Russia di Putin o alla Cina per fornire “garanzie” sul debito pubblico italiano. Una sorta di riedizione del “Franza o Spagna purché se magna” che fu il principio ispiratore degli staterelli preunitari.

Non potrebbe esserci migliore dimostrazione del convergere – anche in materia di collocazione geostrategica del Paese – tra interesse nazionale ed interesse europeo. E dei rischi di un approccio che smarrisca questo filo per intraprendere la strada della autarchia e della alleanza con il gruppo dei Paesi di Visegrad.

 

 

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