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di Alfonso Pascale

 

2019: l’euro compie vent’anni. Questa nostra moneta nasce sia per ragioni politiche (in risposta alla unificazione tedesca) che per ragioni economiche (costruire un blocco monetario in grado di affrontare le sfide di altre monete continentali). La creazione di una moneta comune è stata una necessità per proteggere l’Europa (e il suo mercato singolo) e non per indebolirla. Tuttavia quella moneta è stata inserita in una imperfetta governance politica. Nella conferenza intergovernativa che portò al Trattato di Maastricht si realizzò un compromesso tra la Germania e la Francia. La prima acconsentì a rinunciare al proprio deutsche mark a condizione che la nuova moneta (l’euro) fosse gestita da una Banca centrale europea indipendente dai governi nazionali. La seconda impose che la politica economica e fiscale, collegata alla politica monetaria, rimanesse invece nelle mani dei governi nazionali (coordinati all’interno dell’Eurogruppo). Quel compromesso ha dato quindi vita a un’Eurozona con una moneta singola (e una singola Banca centrale) gestita però da 19 (oggi) governi nazionali. Con l’arrivo della crisi finanziaria, il compromesso non ha più retto.

All’incongruenza di una simile governance, subito dopo Maastricht, si è cercato di porre rimedio attraverso un Patto di stabilità e crescita che vincolasse i governi nazionali a operare all’interno di parametri macro-economici definiti ex-ante. La logica legalistica del Patto si è ulteriormente rafforzata durante la crisi finanziaria dell’attuale decennio, rendendo sempre più centralizzato e de-politicizzato il sistema regolativo delle politiche nazionali. Seppure sottoscritto da tutti gli stati membri dell’Eurozona, tale sistema si è rivelato congeniale con le strutture economiche dei Paesi del nord piuttosto che del sud. Con il risultato che la crisi ha finito per produrre effetti asimmetrici tra di essi, colpendo i secondi piuttosto che i primi.

Non è la Germania in quanto tale o i Paesi del nord che dominano l’Eurozona, ma è la logica intergovernativa di quest’ultima che favorisce i loro interessi. Se non si parte da questa consapevolezza e non si pone l’obiettivo immediato di una riforma istituzionale che superi il modello intergovernativo e dia centralità al Parlamento europeo, l’Unione europea sarà destinata ad implodere.

Che il 2019 sia l’anno del rilancio dell’integrazione europea. L’augurio è che i cittadini europei votino a maggio un Parlamento in grado di decidere il “semestre costituente”. Solo una forte e autorevole proposta di riforma confezionata dal Parlamento europeo, legittimato dalla volontà popolare, potrà costringere i governi nazionali a ricercare un nuovo compromesso che superi il modello intergovernativo e instauri una logica sovranazionale. Questo è il grande tema da dibattere in questi mesi a cui tutti dovremmo contribuire.

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