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di Vittorio Ferla

 

La tragedia che si è abbattuta sulla città di Genova e sulla Liguria, la morte tragica di tante vittime e la disperazione delle loro famiglie si sono tramutate nel palcoscenico delle dichiarazioni irresponsabili e (apparentemente) stralunate di tre ministri della Repubblica: Salvini, Di Maio e Toninelli.

Il crollo del Ponte Morandi è, così, l’occasione (dolorosa) per comprendere meglio il populismo italiota e il suo tentativo di corrodere le fondamenta delle istituzioni della democrazia manipolando il dibattito pubblico.

In realtà, c’è ben poco di improvvisato nel copione recitato dai tre improbabili protagonisti fin dalle prime ore della tragedia. Si tratta di 5 mosse precise, consequenziali e ben calcolate che mostrano tutta la pericolosità del populismo al governo.

Vediamole una per una.

 

1. La rimozione della complessità e delle responsabilità

Appare chiaro da subito che i tre rifiutano ogni possibile corresponsabilità del governo e delle forze politiche che lo compongono. Non importa che la Lega abbia avuto responsabilità di governo in Liguria in più occasioni.

Né importa che il M5S sia stato il più fiero oppositore della costruzione della cd. Gronda, il viadotto che avrebbe dovuto alleviare il carico di traffico del Ponte Morandi con la prospettiva di sostituirlo del tutto. Un’opera di cui si parla da 6-7 anni e che un certo ambientalismo ottuso ha impedito di realizzare.

E poi: siamo sicuri sicuri che il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti non abbia alcuna responsabilità per l’insufficiente vigilanza?

Su questi argomenti Salvini glissa clamorosamente, mentre Di Maio e Toninelli la buttano in caciara. Serve scrollarsi di dosso ogni minimo sospetto di responsabilità.

 

2. La ricerca del capro espiatorio

La soluzione è semplice. Trovare subito un responsabile. Un capro espiatorio da offrire in sacrificio sull’altare degli indignados del populismo più becero.

All’inizio (con Salvini e Toninelli) sono soltanto allusioni. “Qualcuno deve pagare” è il leit motiv del 14 agosto. Ma la strategia diventa esplicita la mattina di Ferragosto, quando il vicepremier Di Maio attacca dai microfoni di Radio Radicale: “I responsabili hanno un nome e un cognome e sono Autostrade per l’Italia”. Successivamente, su Facebook, Di Maio rincara la dose ricordando le quote di partecipazione di Autostrade per l’Italia nei principali quotidiani italiani (Corriere della Sera, Il Messaggero, Il Mattino, Il Sole 24 Ore). E così, anche la ‘kasta’ è servita (e avvertita).

Masaniello diventa il giudice dell’Inquisizione. Poche ore dopo, Salvini e Toninelli sono sulla stessa linea. Il capro espiatorio è pronto sulla pira: bisogna solo accendere il fuoco.

 

3. La giustizia sommaria contro il colpevole

Di Maio e Toninelli arrivano in coppia sul luogo del crollo. Senza cravatta, per rappresentare forse l’agitazione di chi fa, sembrano due impiegati disturbati durante le vacanze. I due, però, si danno il tono dei poliziotti cattivi che arrivano sul posto per fare piazza pulita dei colpevoli.

Urlano ormai in modo ridondante il nome e il cognome dei responsabili: Autostrade per l’Italia! Non importa che decine di esperti confessino la difficoltà di capire bene le ragioni del crollo né che le indagini della magistratura siano appena avviate né che potrebbero servire mesi o anni per capire bene le cause del disastro e gli eventuali responsabili.

La punizione è già servita alle telecamere: la revoca della concessione. Cosa in verità non semplicissima da finalizzare, ma già data per certa. Nelle ore successive, pure lo sbiadito premier Giuseppe Conte, dopo la cautela delle prime ore, è costretto a fare propria la minaccia. “Non possiamo attendere i tempi della giustizia”, dice il premier Conte giustificando l’avvio della procedura di revoca della concessione ad Autostrade senza che l’istruttoria della magistratura sia nemmeno cominciata. Un Presidente del Consiglio che agisce così mina le fondamenta dello stato di diritto.

D’altra parte, revocare e troncare è il cuore dell’azione controriformista di questo governo. E il populismo ha bisogno di punizioni esemplari.

 

4. La costruzione del nemico ‘esterno’

Ma il populismo ha bisogno anche di nemici ‘esterni’. Ce n’è uno, individuato da tempo, che va bene in ogni occasione. Parliamo dell’Unione Europea. Perfetta come nemico, anche nel caso della tragedia di Genova. In questo caso, la parte in commedia la interpreta Salvini. “Servono soldi per mettere in sicurezza i ponti, ma l’Europa cattiva ci impedisce di spenderli come ci pare”: il ragionamento complesso del capo della Lega è pressapoco questo. Seguono le solite minacce.

Qualcuno potrebbe chiedersi legittimamente: ma che c’entra l’UE con il crollo del ponte Morandi? Nulla, l’Unione Europea non c’entra nulla. Ovviamente.

Ma l’UE è quella dei vincoli di bilancio. Al populismo serve rompere le briglie del debito pubblico nazionale e del patto fiscale e finanziario con l’Europa. Solo così può tornare a spendere in modo scriteriato per accontentare il proprio elettorato. Soltanto se sciolto dai vincoli posti dal ‘nemico esterno’ (al quale scaricare tutte le colpe) il governo populista gialloverde potrà tornare a fare deficit. Con conseguenze nefaste per l’Italia.

 

5. Lo statalismo dirigista

A questo punto l’ultima mossa della retorica populista post-crollo è chiara. Con la revoca della concessione, da un lato, e l’allargamento della capacità di spesa, dall’altro, si può inseguire il sogno di un ritorno dell’azienda Autostrade allo Stato, in coerenza con l’ideologia autarchica che anima il governo legastellato. Dall’America arriva il post invasato di Alessandro Di Battista, esempio plastico della furia populista: “La politica faccia la politica. Agisca immediatamente revocando le concessioni autostradali perché è un diritto del Popolo italiano essere padrone delle proprie strade, della propria vita e della propria sicurezza. Ed è dovere dello Stato gestire i servizi essenziali per i cittadini”.

Ora, sappiamo da tempo che le privatizzazioni in Italia sono state fatte spesso male: concessioni di tipo quasi clientelare, senza la necessaria attenzione per la trasparenza dei contratti e l’accountability dei concessionari. Il caso di Autostrade per l’Italia probabilmente rientra tra queste.

Possibile però che l’unica alternativa sia il ritorno allo statalismo dirigista? Certamente no. L’alternativa è quella di impedire ogni tipo di monopolio – anche quello delle imprese private – verificando l’efficienza e l’efficacia del management dell’azienda concessionaria, magari rimettendo a gara il servizio dopo un certo numero di anni.

Ma questi sono argomenti liberali, difficili da comprendere e digerire. Non soltanto per chi vive di retorica sovranista.

Giornalista, blogger per ‘Linkiesta’, si è occupato di trasparenza e comunicazione presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio.
Direttore responsabile di Labsus.org, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci.
Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Il Riformista, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa”, Rubbettino 2018

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1 Commenti

  1. Alfio giovedì 16 agosto 2018

    Ma perchè non dite che i proprietari di Autostrade hanno finanziato le campagne elettorali della sinistra? hanno appoggiato i governi con le solite marchette? ahh certo questo è un blog di sinistra!! giusto. La colpa allora è del M5S …ridicoli

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