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Il compito del Pd? Bilancio dell’area Euro e vocazione maggioritaria

Enrico Morando martedì 18 giugno 2019
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di Enrico Morando

 

Relazione pronunciata nel corso dell’Assemblea dell’associazione “Sempre Avanti”, Assisi 15-16 giugno 2019

 

L’Italia è l’unico tra i grandi Paesi – e l’unico tra i Paesi fondatori – in cui i nazionalpopulisti ottengono la maggioranza assoluta dei voti alle elezioni europee.

È un dato estremamente preoccupante, che non viene reso più sopportabile dal fatto che – nella composizione del nuovo Parlamento europeo – non c’è stato il temuto sfondamento dei nazionalpopulisti. Anzi. Proprio la sostanziale tenuta degli europeisti rende più drammatica l’anomalia italiana-sì, questa volta c’è davvero, l’anomalia italiana.

E rende più arduo e al tempo stesso più urgente il nostro compito. Più arduo, perché proprio il Governo italiano è già oggi e sarà il principale ostacolo per gli europeisti che vorranno rilanciare il processo di integrazione… Più urgente, perché la necessaria azione di riequilibrio dei rapporti di forza, in Italia, deve partire immediatamente e deve costituire l’assoluta priorità della nostra agenda nazionale.

 

L’ostilità di Lega e M5s all’Euro e all’Unione Europea

Se c’è un terreno sul quale si può e si deve — in breve tempo — costruire il solido terreno della alternativa ai nazionalpopulisti che governano l’Italia, questo è il terreno del conflitto tra accelerazione o distruzione del processo di integrazione europea.

È così, in primo luogo, perché l’ostilità all’Unione Europea è il vero fondamento di cultura politica che tiene insieme Lega e M5S. Moltissimi – dentro e fuori il PD – dedicano enormi energie all’arte del distinguere l’uno dall’altro partito… Non ho nulla contro questa pratica. L’ho imparata anch’io da ragazzo, quando sono entrato per la prima volta in una sezione del PCI. Ma se questi due partiti governano assieme, e hanno tutte le intenzioni di continuare a farlo, bisognerà prima  che si capisca cosa li tiene insieme.

I rispettivi programmi per le elezioni del 2018 lo rendono chiaro: Lega: “recuperare sovranità monetaria“. M5S: “il debito pubblico è un problema macroeconomico solo se espresso in una moneta che lo Stato non controlla, come l’euro…”.

È la comune ostilità all’Euro e alla Unione ciò che rende compatibili i loro programmi. Ciò che rende possibile fare la somma delle loro rivendicazioni fondamentali: non Quota 100 oppure Reddito di Cittadinanza. Questa alternativa si sarebbe proposta e si proporrebbe se almeno uno dei due considerasse l’Euro e l’Unione una fonte di opportunità, e non un vincolo di cui liberarsi (o in un modo: fuoriuscita programmata, o nell’altro: forzare le regole fino a farle saltare).

Se vuoi – e pensi di potere – mandare al diavolo l’Euro e l’Unione, fai Quota 100 più  Reddito di Cittadinanza. E poi aggiungi la flat tax a debito… E poi dici che i debiti dello Stato si possono pagare con i miniBOT (che sono previsti dal Contratto-capitolo 11, pagina 21: forse potevamo evitare di costringere Mario Draghi a ricordarci che sono una seconda moneta o debito aggiuntivo).

E infine dici che, per coprire il mostruoso aumento di spesa corrente deciso con la Legge di bilancio per il 2019-2021, si possono usare le riserve auree della Banca d’Italia

Sono irrilevanti – nel Governo del Paese – le voci dei pochi che vorrebbero davvero evitare la procedura di infrazione per debito eccessivo. Sono irrilevanti e, ormai, correi… Perché sanno bene che, l’anno scorso, furono proprio loro, in estate, a concordare con la Commissione di mantenere l’indebitamento strutturale, nel 2019, allo stesso livello dell’anno precedente… salvo poi approvare in Consiglio dei Ministri una Legge di bilancio che lo peggiorava addirittura dello 0,8% del Pil.

La sfiducia verso l’Italia nasce lì. E Tria e Conte sono ormai come i personaggi della tragedia greca: hanno commesso un errore che non ha un rimedio.

 

Una nuova fase di gravissima instabilità. Che fare?

È mia opinione che i due che contano, al contrario, vogliano trascinare il Paese in una nuova fase di gravissima instabilità, perché pensano – soprattutto Salvini – che, delle due, l’una: o, minacciando di farsi saltare per aria con la cintura da kamikaze di una Legge di bilancio insostenibile, otterranno di poter spendere e spandere liberamente, perché “troppo grandi per fallire”; oppure, violando tutte le regole nazionali (Art 81 Costituzione) ed europee di gestione della politica fiscale, il Paese scivolerà verso la crisi di governo e le elezioni anticipate, per le quali potranno contare, i due vicepremier, sulla rivolta nazionalista contro l’Europa matrigna e il PD schiavo dei suoi diktat. Poiché non credo che Salvini sia stupido, è la seconda la sua vera scelta

Come si contrasta questo disegno? Data la forza del nostro avversario – consenso oltre il 50% -, dubito che possano risultare efficaci le piattaforme troppo “rotonde” e “facili” (principi indiscutibili e misure che non scontentano nessuno).

Della serie: 1- sì, l’Unione è il nostro orizzonte. Anzi: vogliamo gli Stati uniti d’Europa… Ma l’Europa che c’è? Un errore dopo l’altro. Hai visto come hanno trattato la Grecia?

Oppure 2- Quota 100 e Reddito di Cittadinanza costano molto. Troppo. Ma come possiamo proporre di tornare indietro? Sono scelte popolari… Diciamo piuttosto che noi faremo altro, ma senza prendere di petto queste due scelte.

Spero di aver dato l’idea di cosa non  bisogna fare. Cosa bisogna invece fare?

 

Serve il bilancio dell’Area Euro

L’idea più seria, in queste settimane, è venuta dal Fondo Monetario Internazionale. Prima con un intervento dell’ex capo economista Blanchard e poi direttamente da Lagarde, che hanno insistito sulla assoluta urgenza di dar vita ad un vero e proprio Bilancio dell’Area dell’Euro, che abbia non solo “funzioni di convergenza e di competitività, ma anche funzioni di stabilizzazione”.

Anche se in Italia non ne parla nessuno, siamo nel pieno della fase di negoziazione: la Francia, ha spiegato in un bel libretto il ministro delle finanze Bruno Le Maire, vuole che il budget dell’Euroarea copra tutte e tre le funzioni. L’Olanda è il capofila di quanti sono ostili alla funzione di stabilizzazione (anticamera della messa in comune del debito sovrano, secondo loro)… Germania e Francia si sono accordate per sostenere la creazione del Bilancio dell’Area Euro già a Meseberg nel giugno del 2018. E fu il Governo italiano, con il Presidente Conte, a far naufragare, nel vertice di fine giugno, quella prospettiva. Nelle trattative circola una data per l’avvio di questo Bilancio: il 2021. Domani mattina…

E l’Italia? La risposta dei pochi media che in Italia si occupano del tema è: “l’Italia è assente”. No, il Governo italiano non è “assente”. È ostile. In primo luogo, per ragioni generali e persino di principio: se c’è anche la politica fiscale, il “sistema Euro” si completa. Quindi, si rafforza. Si costruisce sovranità europea anche sulla decisione di bilancio. Quella su cui sono nati gli Stati democratici come noi li conosciamo.

In secondo luogo, per ragioni contingenti: se operi per la rottura e non accetti disciplina fiscale, non puoi stare da protagonista dentro un processo come questo.

Ecco perché io penso sia possibile e urgente scatenare una grande campagna politico-culturale per il Bilancio dell’Euroarea. Una campagna politica vera, capace di porre finalmente all’ordine del giorno del discorso pubblico del Paese la nostra agenda, invece di continuare ad agire di rimessa su quella degli altri.

Una campagna che abbia tutte le componenti necessarie:

1- una piattaforma chiara

2- la costruzione di un discorso pubblico coerente, rivolto sia agli addetti ai lavori, sia ai cittadini

3- una comunicazione adeguata, che utilizzi tutti i media disponibili, dai più tradizionali ai più nuovi, combinandoli efficacemente tra loro. Una campagna che renda evidente il nesso che lega il Bilancio dell’Euroarea ai principali problemi economici, sociali e culturali oggi avvertiti dai cittadini italiani.

Per intenderci:

1- Bilancio dell’Areaeuro e ricerca, formazione e infrastrutture materiali e immateriali.

2- Bilancio dell’Areaeuro e sicurezza interna ed esterna, specie per contrastare la minaccia del terrorismo fondamentalista islamico.

3-Bilancio dell’Areaeuro e uno strumento europeo di contrasto alla disoccupazione non strutturale.

4- Bilancio dell’Areaeuro ed effettivo governo della immigrazione.

Il Bilancio dell’Euroarea è anche la vera risposta al dilemma in cui ci si dibatte da tempo: la politica monetaria non basta più per sostenere lo sviluppo (tassi di interesse troppo bassi). Ci vuole una politica fiscale espansiva.

Ma questa politica fiscale i Paesi che potrebbero farla non la fanno, perché nell’Euroarea “spenderebbero” anche a favore di chi resti fermo ad approfittare del sacrificio degli altri. Mentre i Paesi con elevati debiti pubblici non la fanno, perché il conseguente aumento di deficit e debito si “mangerebbe” l’atteso aumento della crescita (espansione restrittiva).

Anche le “regolette” e i “numeretti” potrebbero essere finalmente cambiati, o addirittura definitivamente accantonati, poiché gli Stati membri recupererebbero – nelle materie che resteranno affidate alle loro scelte di politica fiscale – la sovranità che oggi conservano solo formalmente.

 

Il Pd deve riaffermare la vocazione maggioritaria

Nel contesto creato dalla battaglia politica su questo preciso obiettivo, gli europeisti italiani, a partire dal PD, possono acquisire una grande capacità di influenza nello schieramento che va a costituire la nuova maggioranza nel Parlamento europeo, dai Verdi ai Liberali, passando per Socialisti e Democratici e Popolari. Una scelta vitale, per il PD che voglia riaffermare la sua “vocazione maggioritaria”, intesa come capacità di interpretare l’interesse della maggioranza degli italiani.

Perché questo è il problema che ha di fronte il PD: ambire – e riuscire – a rappresentare la maggioranza degli italiani e ad interpretare le loro esigenze ed aspirazioni. Questo è un punto cruciale nella confusa discussione che si sta svolgendo nel Partito Democratico.

Tra interessati consiglieri del Segretario Zingaretti, che lo spingono a favorire la fuoriuscita dal partito di coloro che – come noi – mantengono l’ambizione a fare parte di un partito di centrosinistra a vocazione maggioritaria; e coloro che – pensandola esattamente come noi e constatando l’allontanarsi del PD post-congressuale da questa prospettiva – sembrano sostenere da posizioni opposte la stessa soluzione.

Credo che la nostra Assemblea possa contribuire a fare chiarezza: si rassegnino (o si rassicurino) tutti: Hic manebimus optime, anche perché sappiamo che la prospettiva del Partito Democratico a vocazione maggioritaria tornerà a vincere. Sia nel PD, sia nel Paese.

 

Creare un partito di centro non è un compito nostro

Approfitto per dire la mia anche sulle condizioni da creare per una realistica alternativa di governo. Non può essere nostro compito quello di favorire la nascita di un partito “di centro, liberale ed europeista”. Un partito fatto apposta per essere nostro alleato. Non è un caso che questo partito, oggi, non esista: se volesse essere davvero di “centro”, infatti, quel partito dovrebbe essere un potenziale alleato sia della “destra”, sia della “sinistra”.

Ma se avesse questa collocazione, quel partito non potrebbe essere né europeista, né liberale, per la buona e insormontabile ragione che Lega e M5S trovano proprio nella loro ostilità all’Unione e alla democrazia liberale il cemento che li tiene assieme. È il fondamento della loro cultura politica.

No. Se il partito europeista e di sinistra liberale che c’è risulta – per ora – incapace di incarnare una credibile alternativa ai nazionalpopulisti, non è perché gli manca un altro partito col quale allearsi. Se ci fosse, l’alleanza l’avremmo già fatta. Se ci sarà domani, certamente la faremo. Ma crearlo, non può essere un compito né nostro, né – vorrei dirlo chiaro – di alcuni di noi.

Se oggi – a differenza di un non lontanissimo passato – una così larga parte degli italiani non ci considera credibili interpreti di una alternativa, le ragioni stanno in noi stessi. Stanno nella insoddisfacente combinazione di visione/programma, organizzazione (di cui è parte fondamentale la comunicazione, interna ed esterna), e leadership, che costituiscono le componenti di un partito che sia davvero tale.

 

Cambiare l’organizzazione

A proposito di organizzazione, un’ultima osservazione. Da candidato, ho nuovamente insistito perché la nostra campagna – nazionale e locale – avesse il suo vero asse portante nel pieno utilizzo del contributo di quel milione e 600.000 italiani che sono venuti a decidere le sorti del nostro ultimo Congresso.

Ho dovuto arrendermi: tutti ad ammirare la potenza della “Bestia” di Salvini… Nessuno – tra chi ha la responsabilità e il potere di agire – che abbia fatto o faccia nulla per trasformare questa nostra gigantesca potenzialità in atto.

È dal 2007 che va avanti così. Perché? Mi rifiuto di pensare che sia solo sciatteria, che pure non manca. Si tratta delle forme attuali di controllo del partito – dalla dimensione nazionale a quella dell’ultimo circolo -, che non potrebbero sopravvivere alla ventata di novità che una “macchina” che strutturi le relazioni interne ed esterne su basi così ampie (milioni di elettori più attivi) farebbe emergere.

Forse anche qui c’è un compito per quelli come noi.

Presidente di Libertà Eguale. Viceministro dell’Economia nei governi Renzi e Gentiloni. Senatore dal 1994 al 2013, è stato leader della componente Liberal dei Ds, estensore del programma elettorale del Pd nel 2008 e coordinatore del Governo ombra. Ha scritto con Giorgio Tonini “L’Italia dei democratici”, edito da Marsilio (2013)

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3 Commenti

  1. Marco martedì 18 giugno 2019

    Analisi dotata di fascino e di respiro prospettico, nella parte riguardante lo scontro in atto sulla prospettiva europea a cui aggiungerei alcune considerazioni di politica estera e collocazione internazionale. La sistematica rottura, apparentemente infantile e pretestuosa dei due vice ministri nei confronti della Francia e il contestuale tentativo di rapporto con la Russia e con gli USA.

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  2. Marcello Sassoli martedì 18 giugno 2019

    Non vedrei cosi’ nera la situazione. Se il sistema bancario e finanziario europeo verrà riformato in senso europeista, anche molte spinte populiste/sovraniste sarebbero frenate.

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  3. Tiziano Pera mercoledì 19 giugno 2019

    Grazie: finalmente una analisi di merito che cerca e da prospettive a chi nel PD e fuori si rende conto che la situazione ha. bisogno di vera politica e non di sterile gioco di rimessa..

    Rispondi

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