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di Enrico Morando

 

“Il MES è senza condizioni e a tassi di interesse molto bassi, ma il problema è che se lo chiediamo solo noi si può creare un ‘effetto stigma’ sui mercati che può far salire il tasso sul resto del nostro debito…”. Così il responsabile economico del PD, Emanuele Felice, in una intervista al Fatto Quotidiano.

Confesso il mio stupore. Perché, fin qui, avevo pensato che il PD, sul ricorso alla linea di credito ‘sanitaria’ del MES, fosse pacificamente orientato in senso favorevole, salvo muoversi col freno a mano tirato, sia per aspettare che emergesse la proposta della Commissione sul Recovery Fund, sia per dare all’alleato di governo il tempo e il modo per maturare a sua volta una scelta analoga.

Se anche il PD parla di ‘effetto stigma’, la cosa cambia di segno. Non si tratta più – come è accaduto sulla sanatoria per i lavoratori immigrati irregolari – di concedere un po’ di tempo al M5S per giungere alla posizione ‘giusta’, che il PD sostiene senza inutili clamori, ma con tranquilla determinazione. Quella che viene in gioco è la strategia di fondo che il PD persegue sia nel rapporto con i partner dell’Unione Europea, sia in tema di elaborazione del Piano Nazionale di Riforma (PNR) del Paese.

Cominciamo dal rapporto con l’Unione. Il confronto che ha preceduto il via libera alla linea di credito ‘speciale’ del MES per gli interventi dei singoli Stati in materia sanitaria è stato molto aspro, con i paesi ‘egoisti’ a sostenere che le regole del MES dovevano restare esattamente quelle che erano prima della pandemia; e Italia, Francia e Spagna a sostenere che l’unica condizione – sacrosanta – dovesse consistere nell’impiego del credito MES a fini di rafforzamento e ristrutturazione del servizio sanitario nazionale (SSN). Alla fine ha prevalso – senza alcuna ambiguità – la posizione sostenuta dai ‘solidali’.

Ora, mi chiedo: dopo una affermazione così limpida della sua posizione, l’Italia deve temere di più “l’effetto stigma” se ricorre al credito del MES, per finanziare l’urgente ristrutturazione del suo SSN, o se lo rifiuta, finanziando il rafforzamento della sua sanità a “prezzo di mercato”? Se lo stigma temuto è quello dei mercati, la risposta va cercata nelle aspettative suscitate tra gli investitori dall’una e dall’altra scelta: se uno Stato che può prendere le risorse che gli servono allo 0% di interesse, decide di procurarsi la stessa quantità di risorse, per la stessa finalità, al 2% (almeno), cosa dovrebbero dedurne i mercati? Ad occhio, che lo Stato in questione non ha fiducia né in se stesso, né nei suoi partner europei, né nell’Unione come tale.

Una conclusione foriera di danni gravi, sia sul terreno del finanziamento del nostro debito – lo spread e gli interessi si impennano, quando circola sfiducia -, sia sul terreno politico: la storica proposta della Commissione sulla Next Generation Eu viene ora sottoposta alla costruzione di un preciso accordo tra i Paesi membri. Dovranno essere superate le resistenze di Svezia, Olanda, Austria e Danimarca: le loro sapienti mani saprebbero ben maneggiare, a nostro danno, l’argomento sulla mancanza di fiducia dell’Italia in se stessa (vuole i contributi, ma fa a meno dei prestiti, anche quando le convengono).

In ultimo, ma non certo per ultimo, viene l’argomento relativo all’urgente ristrutturazione della nostra sanità: il Decreto cosiddetto Rilancio ha destinato al SSN risorse aggiuntive per 4,85 miliardi nel 2020; 0,609 miliardi nel 2021 e 1,609 miliardi nel 2022. Uno sforzo enorme, date le condizioni di finanza pubblica del Paese. Ma sappiamo che – per affrontare con soluzioni strutturali le due principali carenze emerse durante la crisi coronavirus: la mancanza di un coerente rapporto tra eccellenza ospedaliera e assistenza territoriale e il deficit di cura della cronicità – dovremo impiegarne, attraverso un piano da elaborare…ieri (il capitolo primo del nostro PNR), almeno sei/sette volte tante.

Questi primi 4 miliardi del 2020 li finanziamo a debito, pagando un interesse attorno al 2% (almeno). Fare altrettanto per tutte le risorse che servono è dunque insostenibile finanziariamente. Ma rimandare al 2021 gli investimenti necessari è (ancor più) insostenibile politicamente e socialmente (nessuno sa cosa potrebbe succedere il prossimo autunno-inverno, se il virus riprendesse vigore).

Quindi, dobbiamo prendere (e spendere bene) le risorse del MES, tutte e subito. Nel 2020 – a parte quelle “dedicate” del SURE e della BEI – non ce ne saranno altre. Penso che il PD dovrebbe rompere gli indugi. Non alimentarli.

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