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di Francesco Clementi

 

(Pubblicato su Il Foglio, 12 settembre 2020)

 

Caro Direttore,

dopo un percorso di riflessione fatto di valutazioni, confronti di idee e pure qualche inquietudine, approfitto della tua ospitalità per esprimere brevemente i cinque argomenti che mi spingono a votare Sì al prossimo referendum.

In primo luogo, siamo di fronte ad una modifica costituzionale che, nel suo essere puntuale e limitata, rappresenta al meglio quell’approccio gradualistico, a tappe, negli anni invocato da tanti; e che ormai, dopo il fallimento negli ultimi quindici anni di due referendum di ampio disegno, mi pare sia l’unico metodo che gli italiani di questo tempo considerano accettabile. Non da ultimo perché, laddove non fosse, sarebbe un bel dilemma per chi – e io sono tra questi – ritenesse necessario continuare a provare a riformare in futuro una struttura costituzionale non più adeguata. E – aggiungo – lo sarebbe vieppiù se, dopo il 2006 e il 2016, questo terzo No fosse ancora una volta composto, per lo più, da una miscela di allarmismo ingiustificato per riforme ritenute illiberali e di vetero conservatorismo istituzionale: ingredienti che non fanno altro che contribuire ad affondare la credibilità del testo della Costituzione di fronte realtà dei comportamenti ai quali, invece, quotidianamente assistiamo.

Secondo. Si tratta di un tema che non ha nulla in sé di nuovo né di pericolosamente eversivo. Al contrario, può essere il più intellegibile argomento da sfilare alla demagogia populista, riducendo assieme il gap tra popolo ed élite, ed abbassando pure “il fuoco sociale che cova sotto la cenere”, essendo un tema presente dal 1983 in poi in tutti i progetti di riforma costituzionale proposti dalle forze politiche in Parlamento, di maggioranza come di minoranza, della prima come della seconda fase repubblicana. Dunque un tema di tutti, prima che di qualcuno.

Terzo. Le Camere, nonostante la “facciata” di un bicameralismo paritario – tutto tranne che perfetto! – già funzionano come un monocameralismo alternante, con una camera che, a turno, fa, e l’altra che ratifica le scelte della prima a scatola chiusa, come gli stessi organi parlamentari denunciano. Prenderne atto sarebbe già un modo corretto scientificamente, efficace democraticamente, maturo eticamente, per ragionare su come migliorare il nostro parlamentarismo. Sempre che lo si voglia davvero.

Quarto. Ridurre il numero dei parlamentari ci europeizza, anche nei numeri, agli standard europei, perché ci consente di affrontare meglio l’iter legislativo e di generare processi decisionali più efficienti, lavorando meglio intorno al “fattore tempo” a disposizione dei parlamentari per partecipare alle scelte e rispettare la loro funzione rappresentativa.

Quinto. E’ un’ottima occasione per sfruttare il momentum come leva per aprire una finestra su un futuro di ulteriori possibili e necessarie riforme, coerenti ed omogenee. Non tanto per avere una nuova legge elettorale in senso proporzionale – che è un correttivo che non mi convince di fronte alla praticabile opportunità di avere un sistema a doppio turno dove gli elettori siano messi in condizione di scegliere – prima del voto, non dopo – le coalizioni di governo, quanto per le tre proposte di riforma già nel pieno del loro iter parlamentare (l’allineamento dell’età per l’eleggibilità a deputato e senatore, che consente l’allargamento della rappresentanza politica ai giovani; il superamento della base regionale del Senato, che può contribuire a ridurre il rischio di due maggioranze diverse tra Camera e Senato; la riduzione dei delegati regionali per l’elezione del Capo dello Stato, che evita squilibri territoriali nel voto) a cui se ne devono aggiungere altre.

Ringraziandoti dunque per l’ospitalità, questi sono, sinteticamente, i cinque argomenti che mi spingono a superare le incertezze, e a guardare a questo voto come un’opportunità per rompere la cappa di immobilismo istituzionale che, da troppo tempo, avvolge questo Paese.

 

 

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