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di Stefano Ceccanti

 

Mentre in Aula si va avanti da giorni sul decreto Genova, in cui è stato inserito abusivamente il decreto Di Maio su Ischia, in Commissione Affari Costituzionali è avvenuto qualcosa che non ha avuto particolare pubblicità e che potrete leggere domani nel Resoconto.

Giorgia Meloni ha deciso di collegare ideologicamente la scadenza della fine della Grande Guerra all’illustrazione di un progetto costituzionale sovranista per espungere i riferimenti all’Unione europea dalla Seconda Parte della Costituzione.

Lo slogan “Non passi lo straniero” sarebbe oggi rivolto a “burocrati europei” che minerebbero la sovranità che fu riaffermata ed espansa con l’esito della Grande Guerra.

Ho replicato puntualmente nel merito ad alcune ricostruzioni giuridiche decisamente poco fondate, ma il nodo non è tanto giuridico, quanto soprattutto politico e ideologico.

Ora entrambi i conflitti bellici posero il problema di logiche sovraniste assolute tendenti all’esclusione, a cui si cercò di rispondere con delle limitazioni internazionali (prima con la Società delle Nazioni e poi l’Onu) e di cooperazione regionale (le Comunità Europee ed oggi l’Unione). Usare la retorica delle sovranità assolute, per lo più citando selettivamente solo la Prima Guerra Mondiale perché vinta, tacendo della Seconda (in cui un certo Regime ci portò a una tragica sconfitta) significa andare esattamente in direzione opposta a quella necessaria.

Nessuna di queste realtà è certo perfetta ed esente da contraddizioni, ma bisogna evitare anche le caricature e le false soluzioni che si basano su di esse. I cosiddetti burocrati descritti da Giorgia Meloni sono in realtà altri governanti europei, scelti dai loro elettori e dai loro Parlamenti, con cui abbiamo accettare di condividere un medesimo spazio giuridico e politico. E sono esponenti delle istituzioni europee a cui l’Italia partecipa attivamente.

I commissari europei sono legati sia al Consiglio europeo dove siede il Presidente del Consiglio italiano sia al Parlamento dove eleggiamo varie decine di parlamentari. Per di più il Presidente della Commissione, Juncker, lo è in forza dell’indicazione data prima del voto agli elettori da parte del Partito Popolare Europeo, ovvero dagli elettori che in Italia votarono soprattutto per Forza Italia.

Ragioniamo quindi laicamente sui limiti dello status quo, ma per andare esattamente in direzione opposta, non nella retorica regressiva di sovranità nazionali che non hanno più presa su molti processi reali e la cui esaltazione, sminuendo l’Unione Europea, conduce invece a dipendere in modo più squilibrato da altre potenze internazionali, alcune decisamente poco rassicuranti per le libertà democratiche.

Forse, ammesso e non concesso che abbia senso rilanciare oggi slogan come “Non passi lo straniero” andrebbe caso mai riproposto in quelle direzioni.

Anche per questo non bisogna affatto cancellare i legami con l’Unione europea nella nostra Costituzione.

Vicepresidente di Libertà Eguale e Deputato del Partito Democratico, eletto nel collegio di Pisa e Livorno. Professore di diritto costituzionale comparato all’Università La Sapienza di Roma.
Già presidente nazionale della Fuci, si è occupato di forme di governo e libertà religiosa. Tra i suoi ultimi libri: “La transizione è (quasi) finita. Come risolvere nel 2016 i problemi aperti 70 anni prima” (2016).

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