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di Carlo Stagnaro

 

I nostri concittadini hanno diritto ad acquistare quando possono, vendere quando vogliono e lavorare quando conviene.

 

“C’è una fatica in partenza nel nostro paese che si chiama burocrazia”. Lo ha detto domenica scorsa il ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, che in segno di coerenza si è immediatamente dedicato alla moltiplicazione dei vincoli burocratici.

La ri-regolamentazione delle chiusure festive degli esercizi commerciali rappresenta un caso da manuale in cui lo stato e la politica si sostituiscono al mercato e alla negoziazione tra le parti sociali, per imporre a tutti la medesima condotta, a dispetto della volontà degli individui coinvolti.

Le statistiche che in questi giorni hanno trovato spazio sui giornali dovrebbero, da sole, aprire e chiudere una discussione tremendamente incongrua rispetto alle esigenze del paese: due italiani su tre fanno acquisti la domenica, e tale domanda di servizi si traduce in un’opportunità per svariate decine di migliaia di lavoratori. C’è però qualcosa di più profondo nella questione, che spiega l’enorme attenzione e il vasto conflitto che essa immediatamente ha sollevato. Certamente, sul piatto ci sono le probabili conseguenze economiche e sociali del ritorno al piccolo mondo antico (entrambi gli aggettivi sono cruciali, come vedremo: “piccolo” e “antico”).

 

La liberalizzazione degli orari di apertura aumenta consumi e occupazione

La più recente indagine empirica sul tema, condotta per conto dell’Ocse da Christos Genakos e Svetoslav Danchev su trenta paesi nel periodo 1999-2013, ha riscontrato “robusta evidenza di un effetto complessivamente positivo sull’occupazione. Anche i consumi sono cresciuti, ma non per tutte le categorie merceologiche. Non abbiamo trovato particolari effetti sui prezzi”.

L’evidenza disponibile in letteratura lascia spazio a pochi dubbi: la liberalizzazione degli orari di apertura è associata a incrementi nei consumi e nell’occupazione (la quale aumenta più che proporzionalmente, perché non dipende dai volumi venduti ma dagli orari di apertura). Esattamente ciò che servirebbe a un paese dove la domanda interna ancora langue e il tasso di disoccupazione rimane elevato.

Se ne deduce che ripristinare i limiti è precisamente ciò di cui non abbiamo bisogno. Oltre tutto, il beneficio maggiore non viene interamente catturato dalle statistiche sui consumi perché riguarda il benessere non monetario dei consumatori. La libertà di organizzare i propri acquisti senza essere vincolati dalle chiusure dei negozi consente loro “di compiere le proprie scelte e dunque promuove il valore di ‘intrattenimento’ dello shopping – scrive Dirk Pilat in un paper del 1997 – E’ probabile che gli orari di apertura siano più lunghi soprattutto in quelle aree dove i clienti lo richiedono”.

Un esempio da manuale di sovranità del consumatore.

 

La liberalizzazione permette di conciliare lavoro e famiglia

La liberalizzazione degli orari, inoltre, permette di conciliare il lavoro con la famiglia: è, questo, un aspetto cruciale, se si tiene conto del basso tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro e della condivisa necessità di farlo crescere. La rigida regolamentazione degli orari di apertura era coerente con una società dove il lavoro era appannaggio prevalentemente maschile, mentre alla donna – nella sua duplice funzione di moglie e madre – era delegato il compito di fare la spesa.

L’evoluzione verso forme di organizzazione famigliare e di convivenza diverse, con la presenza sempre più diffusa di coppie dove entrambi i partner hanno un impiego e, all’opposto, di genitori single, rende praticamente necessaria la disponibilità di posti dove fare compere tutti i giorni tutto il giorno. Allo stesso modo, la crescente presenza di individui di religione diversa da quella cristiana (o che non professano alcuna religione), per i quali lavorare la domenica non implica la violazione di alcun precetto ma che magari rispettano il riposo di venerdì o di sabato, è un elemento che non può essere ignorato.

 

Le domeniche libere e i diritti dei lavoratori

I fautori dei divieti hanno nella propria faretra due frecce apparentemente acuminate.

Una riguarda i diritti dei lavoratori: anche le commesse e i commessi dei negozi hanno una famiglia e devono trovare un modo per coniugare i carichi lavorativi e famigliari. E’ facile, tuttavia, obiettare che proprio loro trarranno il massimo vantaggio dall’estensione degli orari di apertura, direttamente e indirettamente.

Direttamente perché, in quanto lavoratori, vengono adeguatamente remunerati – generalmente con maggiorazioni tra il 30 e il 50 per cento – per il lavoro prestato durante le giornate festive.

Indirettamente, come consumatori, possono loro stessi approfittare della maggiore flessibilità per gestire meglio il proprio tempo. E, ancora una volta, non sta scritto da nessuna parte che per tutti sia proprio la domenica il giorno del Signore.

 

Centri commerciali avvantaggiati? Ma piccolo non è sempre bello…

L’altra osservazione è, all’apparenza, più seria, anche perché trova qualche conferma nelle indagini empiriche che sono state svolte in materia: un modello competitivo che valorizza la capacità di un esercizio di rimanere aperto più giorni e più ore finirà per attribuire un vantaggio ai negozi di maggiori dimensioni e, in particolare, ai centri commerciali. Ciò dipende semplicemente dal fatto che questi ultimi possono contare su una migliore organizzazione del lavoro e spalmare i costi fissi su un maggiore volume di vendite (è la stessa ragione per cui gli impatti della deregolamentazione degli orari sull’occupazione sono superiori a quelli sui consumi).

Per valutare questo aspetto, tuttavia, bisogna abbandonare il pregiudizio per cui piccolo è (sempre) bello. Occorre anzi riconoscere che la bassa produttività italiana dipende anche da una dimensione media d’impresa troppo piccola. Superfici più ampie vanno di pari passo con una più ampia libertà di scelta.

 

I vincoli agli orari di apertura impediscono la modernizzazione

Ciò non significa che non vi sia speranza per i piccoli esercizi. Solo che questi ultimi devono cambiare la propria vocazione per mettersi al passo coi tempi: scommettendo sulla qualità del servizio (il rapporto umano, la conseguente sensibilità per le esigenze della clientela, la conoscenza delle merci domandate) oppure focalizzandosi in quelle nicchie che, pur avendo una propria domanda, gli esercizi più generalisti non riescono a coprire.

La più intensa competizione, che come abbiamo visto si trascina dietro anche un aumento dei costi fissi, tende a determinare una compressione dei margini dei retailer: questo spiega le forti resistenze di cui lo stesso Di Maio ammette l’esistenza, quando dice che “questa proposta ci viene chiesta dai commercianti” (al suo posto, forse il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, denuncerebbe di avere subìto pressioni).

In pratica, i vincoli agli orari di apertura, specie se non tengono conto delle specificità locali o merceologiche, finiscono per rallentare, ostacolare o addirittura impedire quel processo di modernizzazione che inevitabilmente richiede specializzazione e investimenti cioè cambiamento, sacrificio e attitudine a capire e anticipare i bisogni del cliente, piuttosto che replicare indefinitamente un modello di business ormai superato.

 

Come funziona in Europa

Se la deregolamentazione non offrisse vantaggi oggettivi, d’altronde, sarebbe difficile spiegare perché la maggior parte degli Stati membri dell’Unione europea (16 su 28) non abbiano alcuna restrizione, e altri ne abbiano di minime. Sarebbe ancora meno comprensibile l’insistenza della Commissione europea e delle organizzazioni internazionali nell’ambito dei rispettivi rapporti.

E’ vero che alcuni tra i grandi paesi Ue come la Francia e la Germania mantengono limitazioni (seppure progressivamente ridotte nel tempo): ma in quei contesti, quanto meno, gli impatti negativi sono meno forti, soprattutto per quanto riguarda il lavoro femminile che è significativamente superiore all’Italia.

Inoltre, le reti di distribuzione commerciale e l’online sono decisamente più sviluppati, e non mancano le deroghe (sia a livello nazionale sia locale).

A parte questo, non si capisce perché, se l’Italia per una volta fa parte del gruppo dei paesi più avanzati, questa condizione sia vissuta quasi con vergogna e non rivendicata con orgoglio. Di Maio e chi lo spalleggia, seppure con diversi gradi di comprensione del mondo attorno a sé, ne sono almeno in parte consapevoli.

 

Di fronte alla confusione burocratica di regole ed eccezioni

Per esempio, il ministro dell’Agricoltura, Gian Marco Centinaio, ha chiesto eccezioni per le località turistiche (ma quali saranno poi, nel paese degli ottomila campanili?). Si tratta di un escamotage non nuovo per allargare le maglie della regolamentazione proprio mentre vengono strette, e tradisce tutta la fragilità dell’argomentazione giallo-verde. Lo stesso capo politico del Movimento 5 stelle ha ipotizzato dei correttivi, mettendo però pezze peggiori del buco. Una è quella della turnazione, per garantire nel weekend l’apertura del 25 per cento dei negozi (divisi per categoria merceologica? Con quale riferimento territoriale? Boh!).

In tal modo si tradisce interamente lo spirito e il senso della liberalizzazione: per un verso si istituiscono degli obblighi di servizio pubblico a carico di esercizi che non ne hanno le caratteristiche, per l’altro si raggiunge l’obiettivo di costringere simultaneamente ad aprire chi vorrebbe restare chiuso, e a chiudere chi invece starebbe aperto. Col risultato di forzare gli uni a caricarsi di costi che non necessariamente sono in grado di sostenere, e impedire agli altri di fare un utilizzo efficiente dei propri fattori produttivi.

 

La ridicola idea di un “Amazon per il made in Italy”

D’altro canto, la riduzione delle aperture domenicali potrebbe indirettamente favorire i rivenditori online. A tale rischio, il ministro ha replicato rilanciando ulteriori vincoli per l’e-commerce. Anche facendo finta di ignorare che in ogni caso le piattaforme straniere potrebbero evitarli facilmente, il tutto ha acquisito una venatura surrealista quando lo stesso Di Maio ha sollecitato la realizzazione di una “Amazon per il made in Italy”.

Quando Ronald Reagan coniò la sua famosa battuta – se si muove tassalo, se continua a muoversi regolamentalo, se smette di muoversi sussidialo – non poteva immaginare che la realtà italiana avrebbe svuotato di contenuto comico, e tradotto in proposta di legge, la sua provocazione.

 

Che società ha in mente Di Maio?

Dietro questo ragionamento, che va a toccare aspetti quali l’effetto economico della regolamentazione degli esercizi commerciali, c’è tuttavia un punto politico che non può essere eluso: cioè il tipo di società che uno ha in mente.

Da un lato vi è l’idea che essa sia libera e plurale: che gli individui debbano essere messi in grado di rivelare le proprie preferenze e di realizzarsi da sé, scegliendo se e quando aprire o chiudere un negozio e disponendo come meglio credono del proprio tempo.

Dall’altro sta invece la convinzione che debba essere un potere sovraordinato a dettare la vita altrui, a limitarne i gradi di libertà, a orientarne i comportamenti e garantire che tutti marcino in fila per tre, come nella canzone di Edoardo Bennato.

Non solo: spostandoci su un altro piano, lo stesso confronto si riproduce in relazione alla tutela dei lavoratori. I loro interessi devono essere difesi dalla legge, sulla base di un criterio unico e immutabile, o vanno piuttosto demandati alla negoziazione tra le parti datoriali e le rappresentanze sindacali?

Quando parliamo di orari di apertura, in altre parole, stiamo in realtà affrontando un tema assai vasto, che riguarda il fondamento stesso della nostra convivenza e i confini del patto sociale che ci lega: se vada declinato nel senso dell’apertura e della sperimentazione oppure della chiusura e dell’omologazione.

Poco importa se Di Maio e i suoi sono mossi dalle migliori intenzioni. Il dato rilevante sta nella duplice pretesa di conoscere ciò che è meglio per gli altri e di imporlo, senza curarsi delle conseguenze concrete (intenzionali e no) della regolamentazione e senza interrogarsi sulle ragioni per cui, allorché lasciati liberi, gli individui si comportano diversamente.

 

Che cosa conviene all’Italia?

Naturalmente, tutto assume tinte bizzarre in una realtà come quella italiana di oggi, ossia un paese che alla luce delle sue dinamiche strutturali e della situazione congiunturale in cui si trova dovrebbe porsi il problema di come facilitare l’apertura, e non imporre la chiusura, delle attività imprenditoriali.

Non è una forzatura semantica: molti esercizi, anche di piccole dimensioni, sopravvivono alla furia regolatoria e fiscale proprio perché sono capaci di sincronizzare i propri orari di apertura con le esigenze della clientela. Calare su di essi le restrizioni della legge può significare perdere l’attimo e costringerli a tirare giù la serranda non per il fine settimana ma per sempre. Non solo: la libertà di apertura, e la simmetrica libertà di shopping, è ormai una realtà che gli italiani hanno interiorizzato. Innestare la marcia indietro equivale a infrangere un diritto che i nostri concittadini hanno conquistato, cioè quello di acquistare quando possono, vendere quando vogliono, e lavorare quando conviene.

 

Da Il Foglio, 12 settembre 2018

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