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di Dario Parrini

 

Oggi Roberto D’Alimonte per difendere il mantenimento in vita del Rosatellum risponde alla mia intervista di ieri sul Sole24Ore con una serie di argomentazioni abili ma a mio giudizio non fondate (leggi a questo link l’articolo di D’Alimonte: d’alimonte legge elettorale).
Mi pare utile, per la discussione che dovremo fare, prenderle in esame una per una.
Sono sempre più convinto che oggi in Italia le due scelte piu sensate siano il proporzionale con soglia alta o il doppio turno.

1. D’Alimonte dà per decisiva per la buona salute del sistema politico la necessità per i partiti di dichiarare prima del voto con chi vogliono governare, necessità dettata dai collegi uninominali o da qualsiasi sistema a un turno che dia un premio di maggioranza (ad esempio la legge Calderoli). Quello che è successo dopo le elezioni del 2013 e del 2018 dimostra che le dichiarazioni pre-elettorali di alleanza, salvo che in comuni e regioni dove si associano alla elezione diretta del capo del potere esecutivo, valgono poco e sono facilmente tradite dopo le elezioni. Per giunta i collegi uninominali a un turno (come quelli del Rosatellum) producono frammentazione assai più di un proporzionale con soglia. L’unico sistema elettorale con cui davvero i cittadini scelgono chi governa è il doppio turno nazionale. Il Rosatellum non è un doppio turno e non gli somiglia nemmeno lontanamente.

2. L’instabilità della Prima Repubblica era prodotta da un sistema con cui si prendevano seggi anche con l’1% dei voti. Niente a che vedere con un proporzionale con soglia al 5%. Il richiamo alla Prima Repubblica è un facile spauracchio polemico ma non risulta calzante.

3. Dire che la soglia del 5 per cento non è approvabile in questo Parlamento non è un argomento, è un processo alle intenzioni, che peraltro può essere imbastito contro ogni altra proposta di modifica dello status quo.

4. I livelli di concentrazione del consenso oltre i quali il Rosatellum, che è un sistema fortemente proporzionale, produce una apprezzabile disproporzionalità, sono livelli oltre i quali anche un proporzionale con soglia al 5% sarebbe selettivo.

5. Liquidare come un non problema il fatto che le minoranze vengano spazzate via in diverse regioni non mi pare proprio possibile. Sennò non si capisce come mai il Costituente indicò in Costituzione (!!) un numero minimo di senatori (6, poi 7 con la riforma del 1963) da assegnare a un certo numero di regioni più piccole. Se con la riforma costituzionale di taglio dei parlamentari quel numero minimo scende a 3, porsi il problema di adottare un sistema elettorale che non schiacci il pluralismo in quelle regioni è un atto dovuto.

6. Col Rosatellum e 200 senatori avremmo al Senato collegi uninominali di oltre un milione di abitanti. Un’assurdità. Un allontanamento clamoroso tra elettori e eletti. Dire che negli Usa ci sono collegi uninominali altrettanto grandi o ricordare la dimensione dei collegi delle Europee non ha rilevanza concreta. In primo luogo gli Usa sono un’Unione Federale di Stati. Il Connecticut, per dire, ha gli stessi abitanti della Toscana, ma la sua camera bassa statale ha 151 deputati a fronte dei 40 membri del Consiglio Regionale della Toscana. Secondariamente sono uno stato presidenziale. I deputati e senatori Usa non possono far cadere un governo con la sfiducia. I senatori italiani sì.
Per quanto riguarda i collegi delle Europee, essi sono plurinominali, quindi col nostro discorso non c’entrano.

7. È vero. Cambiare la riforma elettorale spesso non è un bene. Ma cambiarla in seguito a una riforma costituzionale che incide pesantemente sulla struttura della rappresentanza parlamentare è indispensabile.

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