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Esportare la democrazia: il dilemma tra idealismo e realismo

Stefano Ceccanti giovedì 2 Settembre 2021
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di Stefano Ceccanti

 

Lo stimolante festival della politica di Santa Margherita Ligure in corso in questi giorni affronta sotto varie angolature il tema della democrazia e capita in un contesto segnato dai dilemmi posti dalla crisi afghana. Mi sembra importante prendere spunto dai dibattiti che si stanno svolgendo in quella sede per riprendere alcuni temi di dibattito. Di fronte all’esito negativo è forte il rischio di scivolare verso un iper-realismo rassegnato, condito da angelismo storico: le democrazie non sarebbero esportabili, specie fuori dall’ambito giudaico-cristiano, l’uso della forza sarebbe sempre da condannare.

Ora, che un bagno di realtà, come succede nelle sconfitte, si imponga, può essere un bene: descrivere il futuro della democrazia come un qualcosa di lineare, ineluttabile, irreversibile, come può essere sembrato a ridosso del 1989, e pensare che l’uso della forza sia sempre risolutivo, è stato semplicistico. Anche le vicende di Polonia e Ungheria e la teorizzazione esplicita di democrazie illiberali incompatibili con lo Stato di diritto, ci servono a capire tutta la complessità delle questioni. Tuttavia non dovremmo mai scordare che i passi avanti reali si sono concretizzati a partire dalla ricerca di un equilibrio tra idealismo e realismo.

Del resto la democrazia nasce in un orizzonte segnato da una visione antropologica cristiana, secondo cui essa è possibile perché la persona è capace di bene, ma è anche a rischio perché la persona è anche segnata dal mistero del male. Vale allora forse la pena di rimeditare due testi che si sono posti in equilibrio tra realismo e idealismo: la Costituzione e il Concilio Vaticano II. Anche se si sono diffuse in questi ultimi anni letture semplificatorie dell’articolo 11, la sua struttura basata su un comma unico, che tiene insieme in modo indissolubile ripudio della guerra e limitazioni di sovranità, esprime con chiarezza l’intento dei costituenti di impostare l’uso legittimo, talora necessario o comunque opportuno, della forza in una chiave sovranazionale. Ciò che ha impedito la partecipazione italiana all’intervento in Iraq nel 2003, avvenuto senza mandato Onu, ma che ha invece consentito l’intervento in Afghanistan e quello in Serbia.

Un articolo sulla base del quale l’Italia era stata anche tra i promotori della Comunità Europea di Difesa. Come dimostra peraltro l’affossamento della Ced, avvenuta nella confusa vita politica assemblearista e divisiva della Quarta Repubblica francese, le democrazie hanno problemi con la gestione dell’uso della forza non solo e non tanto in generale per il maggior peso dell’opinione pubblica rispetto agli altri regimi, ma quando le forti polarizzazioni interne e/o l’instabilità governativa ne minano l’azione di lungo periodo.

Il secondo testo è il paragrafo 31 della Costituzione “Gaudium et Spes”, uno dei testi chiave del Concilio Vaticano II con cui la Chiesa cattolica, che in origine si era posta contro la democrazia politica, che si era poi assestata su un’impostazione di equidistanza rispetto alle forme di Stato, passava invece a una chiara opzione preferenziale per la democrazia. Chiara ma non ingenua: «È poi da lodarsi il modo di agire di quelle nazioni nelle quali la maggioranza dei cittadini è fatta partecipe degli affari pubblici, in un’autentica libertà. Si deve tuttavia tener conto delle condizioni concrete di ciascun popolo e della necessaria solidità dei pubblici poteri».

L’obiettivo della scelta preferenziale non può essere negato, anzi va affermato con chiarezza: da quella svolta della Chiesa cattolica, che partiva dalle esperienze positive già realizzate negli Usa e dalle democrazie cristiane europee, come ha dimostrato Huntington, è dipesa gran parte dell’espansione della democrazia nella Terza Ondata post 1974, ma essa è avvenuta nella consapevolezza dei necessari accomodamenti a situazioni diverse. Solo se saremo capaci di mantenere questo equilibrio tra idealismo e realismo e se saremo capaci di curare i mali dell’eccesso di partigianeria e di debolezza delle istituzioni politiche, specie di Governo, potremo vincere la prima delle battaglie. Quella contro la rassegnazione, che nega la volontà emancipatoria, razionale e temperata, del pensiero liberal-democratico.

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