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Fascismo e antifascismo: i pregiudizi della sinistra

Claudia Mancina domenica 10 febbraio 2019
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di Claudia Mancina

 

Oggetto del libro Fascismo e antifascismo (autore Alberto De Bernardi, editore Donzelli) è l’uso della categoria “fascismo” e di conseguenza “antifascismo” nel dibattito storiografico e nel discorso pubblico, quindi nella retorica giornalistica, nella polemica politica, ecc.

Poiché l’autore è uno storico, ci offre un’interessante ricostruzione di come l’interpretazione del fascismo abbia giocato nella evoluzione dello spirito pubblico fin dagli anni della dittatura, e del ruolo che l’antifascismo ha svolto nella ricostruzione del sistema politico fin dagli anni dell’esilio e della Resistenza. E’ un lavoro storiografico che mira a chiarire alcune questioni che, trascinatesi lungo tutti gli anni del dopoguerra, sono ancora presenti tra di noi.

Il fascismo è un oggetto storico definito e circoscrivibile nel tempo, o è un carattere costante della civiltà italiana? L’antifascismo è l’attributo morale, più che politico, di una sinistra für ewig, che può ispirare oggi l’opposizione a Salvini come in passato ha ispirato l’opposizione a Mussolini?

Sono domande importanti, perché mettono in gioco il modo di rapportarsi al tempo presente.

 

Capire i fenomeni nuovi

C’è una differenza strategica tra il considerare ciò che accade come la ripetizione di ciò che è già accaduto e considerarlo invece qualcosa di nuovo. Se un fenomeno è nuovo abbiamo il compito di capirlo, di rintracciarne precisamente i caratteri di novità, per fondare su questi una strategia di contrasto e costruire un discorso (narrazione) alternativo. Se invece obbediamo alla seduzione dell’eterno ritorno, non c’è da costruire nulla, se non evocare la paura e l’indignazione.

Questi sentimenti sono molto presenti oggi nei confronti della nuova maggioranza gialloverde, spingendo a quella che chiamerei una chiusura cognitiva, sulla base di una identificazione di tratti di somiglianza e affinità tra la politica attuale, in particolare di Salvini, e il periodo che segnò il progressivo imporsi del totalitarismo fascista in Italia e in Germania. Quante volte abbiamo sentito evocare Weimar, l’incapacità del vecchio mondo liberale di comprendere il pericolo fascista? Con ciò non si vuol dire che non ci siano echi e somiglianze; ma che queste non possono essere considerate il fulcro dell’analisi.

 

La leadership di Salvini

Non c’è dubbio che la leadership di Salvini nel centrodestra costituisca una rottura politica con la lunga gestione berlusconiana. Pur tra mille contraddizioni, ci dice l’autore, Berlusconi ha sostanzialmente tenuto il centro destra ancorato al conservatorismo liberale e al cattolicesimo moderato. Salvini sposta invece l’equilibrio verso una destra più dura, caratterizzata da xenofobia e razzismo, seguendo del resto una tendenza già affermatasi in molti paesi europei. Non a caso Salvini provoca l’entusiasmo dei gruppuscoli di destra dichiaratamente fascisti e nostalgici, il cui reale pericolo si è mostrato però nei risultati elettorali del tutto immaginario. Ci sono dunque aspetti di una destra nuova, ovvero antica, nella politica e nella comunicazione salviniana (pensiamo alla esplicita citazione di espressioni di Mussolini: tireremo diritto, molti nemici molto onore, ecc.). Il punto è: interpretare la politica della Lega come una riedizione del fascismo o, come si dice anche troppo spesso, una “deriva fascista”, dove ci porta?

 

Il riflesso condizionato della sinistra

Ci riporta, secondo l’autore, a una sorta di riflesso condizionato dell’opinione di sinistra, quello di mettere in un calderone tutte le espressioni di destra e usare l’eterno ritorno del fascismo come unica chiave di lettura per ogni processo politico che avvenga a destra. Allora invece dell’analisi di quanto c’è di nuovo e di eterogeneo in questa destra (forse anche perché per l’opinione di sinistra il nuovo deve avere sempre una connotazione positiva), abbiamo la ripresa di un tema anch’esso antico, quello del fascismo come malattia morale, che va ben al di là del piano puramente politico.

Molto rappresentativo il caso di Umberto Eco, che parla addirittura di fascismo eterno, o di Ur-fascismo, fascismo originario, che è sempre tra noi sotto mentite spoglie e dev’essere smascherato (“è possibile eliminare da una regime fascista uno o più aspetti, e lo si potrà sempre riconoscere come fascista”). Va da sé che un argomento come questo autorizza a ribellarsi a qualunque cosa, dichiarandola fascismo senza l’onere della prova. Quindi da Scelba a Fanfani, da De Gasperi a Craxi, tutti sono stati accusati di fascismo, fino a Berlusconi e financo a Renzi.

 

Dove stanno i 5 Stelle?

La conseguenza politica più significativa di questo atteggiamento è stata che il Movimento 5 stelle, solo perché non appare facilmente riportabile allo stilema della deriva fascista, essendo chiaramente fuori da quella tradizione, ma esibisce nel suo confuso agglomerato ideologico anche elementi che sono stati tradizionalmente di sinistra (una sinistra massimalista e non riformista) può sembrare a qualcuno come potenzialmente alternativo alla Lega, e comunque recuperabile o, come si è detto, addomesticabile.

Ne deriva la speranza che, attraverso un’alleanza con il Pd, i 5 stelle possano fungere da anti-destra. Si perde così la possibilità di capire che il Movimento fondato da Grillo, nonostante le sue molte differenze politiche e programmatiche dalla Lega, non ha affatto una più forte radice democratica. Al contrario, purché si rifletta fuori dal paradigma dell’Ur-fascismo, risulta chiaro che il Movimento respinge, attraverso la nozione di popolo (il popolo-che-ha-votato), sia il pluralismo sia la democrazia rappresentativa, che sono invece tratti essenziali e ineliminabili della democrazia contemporanea. E su questa base si incontra con la Lega, manifestando un’anima perfino più di destra su alcuni temi (come la riforma costituzionale o il giustizialismo).

 

Le due crisi della democrazia

E tuttavia la larga percezione di un ritorno del fascismo dev’essere spiegata. De Bernardi la spiega riferendosi alle assonanze tra due crisi della democrazia. Viviamo oggi una crisi della democrazia così come l’abbiamo vissuta negli anni Venti. E’ questa la grande suggestione del ritorno, della storia che si ripete. In realtà, sottolinea l’autore, si tratta di crisi assai diverse, dovute a cause diverse. Oggi è la crisi della globalizzazione, che sta rompendo il patto socialdemocratico, cioè il rapporto tra sviluppo economico e emancipazione sociale, patto del quale hanno fatto pienamente parte, attraverso il Welfare, i lavoratori e i loro rappresentanti. Questo patto era reso possibile da una crescita economica che oggi, con la concorrenza di altri paesi prima poveri e talvolta sfruttati, come la Cina, l’India, la Corea, non è più possibile. Allo stesso tempo, i paesi emergenti che hanno adottato il sistema economico occidentale non hanno però adottato anche la democrazia: nel mondo ci sono diversi casi di paesi i cui sistemi politici sono democrazie illiberali quando non vere e proprie dittature. E queste forme di democrazia illiberale si stanno introducendo anche in Europa.

Allora è questo il vero pericolo, non il fascismo. Un pericolo peraltro più sfuggente e infido, proprio perché non ha i connotati evidenti del fascismo. Le democrazie hanno saputo combattere contro il fascismo e il nazismo, ma sapranno farlo contro questo più sottile nemico? E’ un dubbio più che fondato.

 

Indagine sull’antifascismo

Altrettanto interessante l’analisi della categoria di antifascismo, nella quale vengono messe in luce le ambiguità e le responsabilità della tradizione comunista, che spiega molte cose di ciò che è avvenuto in tempi più lontani come anche in tempi più recenti. Dal punto di vista storico è vero che l’antifascismo sta alla base della repubblica e del suo sistema politico. Tuttavia la posizione del Pci, che da un lato trovava nell’antifascismo la sua unica legittimazione, dall’altro però lo piegava a una prospettiva di lotta anticapitalista, non solo improbabile ma anche del tutto contraddittoria con le alleanze di cui l’antifascismo storico era costituito, è alla base della fragilità politica della costruzione della democrazia italiana.

E’ il tema ben noto della doppiezza del Pci: compiutamente integrato nel sistema democratico, ma insieme parte di uno schieramento internazionale contraddittorio con quello e tale da perpetuare nella cultura comunista la prospettiva di una società “altra”. Doppiezza che è durata sino a Berlinguer e che ha il suo posto tra le cause dell’attuale fenomeno populista.

 

Accettare il totalitarismo

Questa contraddittoria presenza del Pci (i cui meriti non vanno tuttavia negati) ha impedito l’accettazione della categoria di totalitarismo, che avrebbe consentito, attraverso la messa a fuoco delle affinità sia storiche che ideologiche tra il totalitarismo nazifascista e quello staliniano, una migliore consapevolezza storica. Così come ha impedito il riconoscimento dell’importanza del tema della patria nella guerra civile e ha posto un pezzo di Italia fuori della convivenza democratica. Con ciò siamo alla virulenta polemica sul revisionismo e su De Felice. E quindi torniamo al tema iniziale dell’eterno fascismo.

Concludo con un brano di una straordinaria e profetica intervista di De Felice: “…l’opposizione concettuale fascismo-antifascismo, nella nostra realtà storica, impedisce proprio di fare un discorso positivo sulla democrazia e di individuarne i veri valori. Affermare che la democrazia è uguale all’antifascismo significa dare una definizione solo negativa della democrazia. E ridotta al solo antifascismo, la democrazia rischia di suicidarsi, perché non riesce a riconoscere e a individuare i nemici che hanno un’altra faccia. Se dovessimo temere un ritorno delle camicie nere, potremmo dormire sogni tranquilli. Ma le cose, lo sappiamo, non stanno così”(1988). Parole giuste e precise per l’attuale contesto politico.

 

 

Professore associato di Etica all’Università “La Sapienza” di Roma, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Deputato dal 1992 al 1994 e dal 1996 al 2001 nel gruppo Pds/Ds, è membro della direzione nazionale del Partito democratico. Il suo ultimo libro è “Berlinguer in questione” (Laterza, 2014)

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